[1960] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 10.
[1961] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI, pag. 935.
[1962] Chron. Arab. P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXXI. Indiz. IV.
GIOVANNI XI papa 1.
UGO re d'Italia 6.
LOTTARIO re d'Italia 1.
Per maggiormente assicurarsi la corona sul capo e conservare ne' suoi
discendenti il regno d'Italia, il re _Ugo_ dichiarò in quest'anno
collega e re _Lottario_ suo figliuolo, natogli da _Alda_ sua moglie
defunta; e concorsero coi lor voti in questa elezione tutti i principi e
baroni nella dieta del regno. Credette il Sigonio[1963] che ciò seguisse
nell'anno 932. All'incontro Girolamo Rossi[1964] asserì che questo
principe fu promosso alla dignità regale nell'anno precedente 930, per
aver veduto nell'archivio di Ravenna strumenti scritti, dice egli, in
quell'anno col regno di _Ugo_ e _Lottario_. Prese il padre Pagi[1965]
con ambe le mani una tale asserzione, e la stabilì per cosa indubitata.
Ma s'egli avesse fatto mente a tanti altri documenti che restano di Ugo
e Lottario, si sarebbe anche egli trovato confuso, come son io, in
accertare il principio del regno di Lottario. Vero è che dal signor
Sassi[1966] bibliotecario dell'Ambrosiana sono allegate varie memorie
indicanti conferito il titolo regale a Lottario nell'anno 930. Ma egli
stesso ne accenna dell'altre che cominciano il regno di lui nell'anno
presente, con aver anche immaginata una lodevol maniera di sciogliere
questo gruppo, supponendo due epoche diverse di Lottario, la prima
dell'elezione, e la seconda della coronazione. È ingegnoso il trovato;
ma se ci erano popoli che non riconoscevano il re d'Italia, se non
dappoichè egli era coronato, e se la coronazione fu di tale importanza
che recava il compimento all'essenza dei re in quei tempi: non si saprà
sì facilmente intendere come dopo l'elezione si differisse cotanto il
prendere la corona. Io per me confesso di aver qualche diffidenza dei
documenti che mettono il cominciamento del regno di Lottario nell'anno
930. I diplomi scritti con lettere d'oro non sono in molto credito
presso di me; non mancano carte false negli archivii; e le legittime per
colpa o de' secondi notai, o de' copisti, o degli stampatori, non di
rado sono giunte a noi con delle slogature. Ora ancorchè n'abbia anch'io
veduto di quelle, dalle quali si può arguire innalzato al trono regale
Lottario nell'anno 930, ed alcuna per avventura se ne legga nelle mie
Antichità italiche; pure così abbondante è il numero di quelle che
mettono il principio del suo regno nell'anno presente 931, che più
sicuro tengo il fermarmi in questa opinione. Ho io pubblicato un bel
placito[1967], cioè uno de' più certi monumenti dell'antichità, tenuto
in Pavia stessa, _anno regni domni Hugoni et Lotharii filio ejus gratia
Dei reges, Deo propicio, domni Hugoni decimo, Lotharii vero quinto, XIV
kalendas octobris, Indictione nona_, cioè nell'anno 935. Un altro
placito si vede tenuto in Lucca, _anno domini Ugoni quintodecimo, domni
Lotharii vero decimo, hoctavo kalendas aprilis, Indictione
quartadecima_, cioè nell'anno 941. Il primo ci fa conoscere Lottario nel
settembre dell'anno 931 re, e il secondo cel mostra non per anche re nel
marzo dello stesso anno. Nell'archivio dei canonici di Modena uno
strumento fu scritto, _Domnus Hugo, et Lothario filio ejus gratia Dei
regis hic in Italia. Domno Hugo anno octavodecimo, et domno Lothario
anno terciodecimo, V kalendas januarias per Indictione secunda_, cioè
nell'anno 943. Adunque neppure nel dì 28 di decembre dell'anno 930
Lottario era salito sul trono. E che neppure nel dì 4 di marzo del 931
egli godesse del titolo regale, si raccoglie da una carta scritta in
Lucca _anno XIX, regni Lotharii regni, IV nonas martii, Indictione
VIII_, cioè nell'anno 950. Veggansi altri documenti da me rapportati
nelle Antichità italiane[1968], che neppur nell'aprile dell'anno 931
aveva avuto principio il regno di Lottario. Da queste notizie non
discordano le pubblicate dal Campi[1969], dall'Ughelli[1970] e dal
Margarino[1971], benchè non sempre esattamente copiati sieno i loro
documenti, dimodochè dee parer più sicuro il fissare nell'anno presente
il principio dell'epoca del regno di Lottario figliuolo del re Ugo. E
tanto più ciò si troverà certo, quanto più si rifletterà ad uno
strumento dato alla luce dal padre Tatti[1972], dove son queste note
cronologiche. _Ugo gratia Dei rex anno regni ejus in Italia quinto,
mense maii, Indictione quinta_, cioè nell'anno presente di maggio.
Adunque non era per anche in uso epoca alcuna di Lottario prima del
corrente maggio. Che poi verso il fine del maggio stesso egli salisse al
trono, può ricavarsi da una carta pecora dell'archivio del monistero
milanese di santo Ambrosio, scritta _Hugo et Lothario filius ejus divina
ordinante providentia regis anno regni praedicto Hugoni quinto, Lotharii
primo, mense magio, Indictione quarta_. Credesi che in quest'anno
mancasse di vita _Lamberto arcivescovo_ di Milano. Quel clero e popolo
si figurava di poter eleggere, secondo l'inveterato costume, dal grembo
de' suoi parrochi o canonici nazionali il successore; ma i maneggi e la
potenza del re Ugo s'interposero, e furono obbligati ad eleggere per
quella cattedra uno straniere. Questi fu _Ilduino_ franzese, parente del
medesimo re, che eletto già vescovo di Tongres in concorrenza di un
altro, soccombendo nella contesa, era negli anni addietro venuto a
cercar migliore fortuna in Italia[1973]. Essendo venuto meno nell'anno
928 _Noterio_ ossia _Notecherio_, vescovo di Verona, tanto si adoperò il
re Ugo, che istallò in quella sedia Ilduino, oppure gliene fece
solamente godere le entrate. Ma non terminò l'ambizione di questo
prelato, nè la politica del re Ugo, a cui premeva di avere un
arcivescovo di Milano tutto suo: sebben pare che Raterio, di cui
parleremo, metta in dubbio la volontà del re stesso in questo affare.
Certo è che Ilduino passò dalla chiesa di Verona alla più insigne e più
pingue ambrosiana; giacchè più non si badava ai canoni che vietavano le
traslazioni de' vescovi. Aveva egli, allorchè venne in Italia, condotto
seco _Raterio_ monaco di Liegi, uomo celebre in questi tempi _ob
religionem, septemque artium liberalium peritiam_, come dice Liutprando,
di cui avremo occasion di parlare andando innanzi. Fu spedito lo stesso
Raterio a Roma[1974], per ottenere dal sommo pontefice l'approvazione
dell'arcivescovato d'Ilduino e il pallio. Riuscì felicemente in questo
negoziato il valente monaco, e non dimenticò i suoi propri affari,
perchè, per confessione sua, insieme col pallio e colle bolle pontificie
in favor d'Ilduino _allatae sunt et literae domni papae tunc temporis
Johannis gloriosae indolis, quibus continebantur ejusdem preces,
totiusque romanae ecclesiae, uti ego Veronensibus darer episcopus_.
Perciò o nell'anno presente, o nel susseguente, dovette Raterio entrare
in possesso della chiesa di Verona.
Ma avendo noi udito che questo monaco portò lettere di _Giovanni_ papa,
convien ora raccontare che in quest'anno cessò di vivere _Stefano VII_
papa, di cui Frodoardo scrive così[1975]:
_Septimus hinc Stephanus praefulget in annos,_
_Aucto mense super, bisseno ac sole jugato._
Gli succedette _Giovanni XI_ figliuolo di Marozia. Ha questo papa
anch'egli la disgrazia d'essere appellato _pseudopontifex_ dal cardinal
Baronio[1976], che unicamente, come fecero tant'altri, si appoggiò sulle
maldicenze di Liutprando storico. Troppo stomaco fece allo zelante
porporato l'aver questi detto ch'esso Giovanni era nato da Marozia e da
Sergio III papa. Ma siccome abbiam detto di sopra all'anno 910,
ragionevolmente si possono queste credere calunniose voci sparse da'
nemici contro la fama e memoria di Sergio. _Marozia_ era moglie, secondo
tutte le apparenze, di _Alberico marchese_; e di esso Alberico vien
chiamato da altri scrittori figliuolo esso _Giovanni XI_, creato papa in
quest'anno. Che se il Baronio scrive essere egli stato portato al
pontificato dalla prepotenza di _Guido marchese_ di Toscana, marito
posteriore di Marozia, non s'abbia a male, se gli rispondiamo, essere
questi sogni suoi ed immaginazioni, non sostenute dalla testimonianza di
alcun antico scrittore. E tanto più, perchè, siccome abbiam detto, pare
che il suddetto _Guido_ duca e marchese già fosse mancato di vita
nell'anno 929. Per altro si può credere che Marozia non lasciasse in
ozio la sua possanza per far cadere in capo al figliuolo la tiara
pontificia, e seguitar ella a comandar le feste in Roma, come avea fatto
in addietro. Ma di questo si ha da domandar conto ai Romani d'allora
che, avviliti o effeminati, si lasciavano così aggirar da una donna. Per
altro non sapendosi succeduta allora violenza alcuna, ragion vuole che
legittima fosse l'elezion di _Giovanni XI_, ed egli in fatti fu
riconosciuto per vero papa da tutta la Chiesa, e chiamato dal vivente
allora Raterio _pontifex gloriosae indolis_; laonde al tribunale del
sacro Annalista non conveniva di dichiararlo _pseudopontefice ed
intruso_ contra il sentimento della Chiesa universale e della storia.
Abbiamo da Frodoardo[1977] che in questo anno, _Graeci Saracenos per
mare insequentes usque ad Fraxenedum saltum, ubi erat refugium ipsorum,
et unde egredientes Italiam sedulis praedabantur incursibus, Alpibus
etiam occupatis, celeri Deo propitio internecione proterunt, quietam
reddentes Alpibus Italiam_. Di questo fatto, glorioso all'armi greche ed
utile all'Italia, non resta vestigio in alcun'altra istoria. Nè si creda
già il lettore che venisse fatto ai Greci di schiantar quella mala razza
da Frassineto. Seguitarono que' malandrini ad abitar ivi, e ad infestar
come prima l'Italia e la Provenza: e tornerà in breve occasion di
parlarne. Oltre a quest'anno non si può differire una strepitosa
iniquità del re Ugo[1978]. Reggeva la Toscana allora _Lamberto duca_,
uomo bellicoso e capace di gran fatti. Il credito di questo principe,
suo fratello uterino, era una spina sugli occhi al re Ugo, per timore
che i principi d'Italia ribellandosi portassero alla corona esso
Lamberto. Aveva inoltre Ugo un fratello dal lato del padre, appellato
_Bosone_, che ardentemente vagheggiava il ducato della Toscana. Che
dunque fece questa volpe regale? Sparse voce che _Berta_ duchessa di
Toscana sua madre non aveva partorito alcun figliuolo al duca
_Adalberto_ suo marito; ma che presi dei figliuoli nati da altre donne,
cioè _Guido_, _Lamberto_ ed _Ermengarda_, avea finto di averli essa
partoriti, per poter continuare la sua autorità dopo la morte del
marito. Bisognò ben supporre stranamente semplice e scimunito Adalberto
duca, che non si avvide di questa invenzione. Ciò fatto, il re Ugo
stette poco ad intimare al duca Lamberto che non ardisse di appellarsi
più suo fratello. Non seppe Lamberto digerir questa calunniosa voce, e
fece sapere al re d'essere pronto a provare in duello che tanto egli
come esso Ugo erano venuti alla luce per la medesima madre. Allora il re
destinò un certo giovane appellato Teduino per suo campione, affin di
decidere coll'armi a nome suo questa controversia. Seguì il
combattimento, in cui restò vincitore Lamberto; e ciò in que' tempi, ne'
quali il duello per pazza opinione de' popoli veniva creduto un
manifesto giudizio di Dio intorno alla verità o falsità delle accuse,
servì a comprovare l'innocenza del vincitore Lamberto. Liutprando crede
inventata questa calunnia dal re Ugo, perchè egli era già in trattato di
accasarsi con Marozia, e cercava di levar di mezzo l'impedimento della
parentela, essendo ella stata moglie di _Guido marchese_ di Toscana suo
fratello. Restò confuso il re Ugo, ma non lasciò per questo di continuar
la persecuzione contro il fratello Lamberto; e tanto seppe fare che
l'attrappolò, ed avutolo nelle mani, gli fece cavar gli occhi, e
toltogli il ducato della Toscana, lo conferì a _Bosone_ suo fratello.
Per attestato del Fiorentini[1979], questo Bosone si truova nell'anno
seguente marchese della Toscana. Liutprando scrive[1980] che a' suoi
tempi vivea tuttavia l'infelice Lamberto, _qui nunc usque lumine
privatus superest_. Così in altre mani passò il ducato della Toscana,
tolto con sì enorme superchieria alla schiatta dei Bonifazii ed
Adalberti, gloriosi e potenti duchi di quella provincia. Ma non perciò
credo io che finisse la lor prosapia, con avere addotto conghietture
fortissime ed atte a persuadere, che[1981] da alcuno di quei due
principi, cioè o da _Guido_ o da _Lamberto_ marchese di Toscana, e
figliuoli di _Adalberto II il Ricco_, oppure da _Bonifazio_ fratello
d'esso Adalberto II, sia discesa la nobilissima stirpe dei _marchesi
d'Este_, che poi nel secolo undecimo diramata, fiorisce tuttavia nella
real casa di Brunsvic, regnante in Inghilterra e Germania, e nella casa
dei duchi di Modena. Siccome ho io provato con sicuri documenti,
cominciano in questi tempi a trovarsi gli antenati della gloriosa
prosapia che poi fu appellata de' _marchesi d'Este_. Si truovano essi
ornati del titolo di _marchesi_; e quantunque io non abbia potuto
scoprir finora documento alcuno chiaramente comprovante la lor
connessione coi suddetti antichi marchesi di Toscana; pure tali
conghietture concorrono, che difficilmente si potrà fallare in tenendo i
principi estensi per discendenti da essi. Lo stesso Liutprando[1982]
pare che indichi avere il duca Guido avuto dei figliuoli da _Marozia
patrizia romana_, perchè detestando le nozze del re Ugo colla medesima,
scrive ch'essa non potea valersi della legge ebraica, concedente all'un
fratello di suscitare il seme dell'altro fratello defunto senza
figliuoli, e perciò dice:
_Immemor aspiceris praecepti caeca Johannis,_
_Qui fratri vetuit fratris violare maritam._
_Haec tibi Moyseos non praestant carmina vatis,_
_Qui fratri sobolem fratris de nomine jussit_
_Edere, si primus nequeat sibi gignere natum._
_Nostra tuo peperisse viro te saecula norunt._
Ma che divenne di questi figliuoli di Guido? Altri ne potè avere
_Lamberto_ suo fratello, ed altri anche _Bonifazio_ loro zio paterno,
giacchè i Longobardi tutti soleano prendere moglie, non essendo in uso
fra loro le primogeniture. Noi troviamo ricreato e conservato negli
antenati della casa d'Este, viventi in questi medesimi tempi e dipoi, il
nome di _Adalberto_, il titolo di _marchese_, la lor potenza, i lor beni
e giuspatronati in Toscana, massimamente ne' contadi di Arezzo, Pisa e
Luni, prima che venissero in Lombardia. Però fra le tenebre di questi
secoli non poco lume si ha per conghietturare i principi estensi
diramati dagli antichi Adalberti marchesi di Toscana. Restò per le
iniquità del re Ugo depressa questa nobil prosapia, ma noi la vedremo
dopo la di lui morte risorgere con non minor lustro di prima.