NOTE:

[1952] Antiquit. Ital., Dissert. V, pag. 210.

[1953] Idem, in Chronico.

[1954] Baron., in Annal. Eccl.

[1955] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.

[1956] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.

[1957] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episc. Parmens.

[1958] Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Ital.

[1959] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCXXX. Indiz. III.

STEFANO VII papa 2.

UGO re d'Italia 5.

Non ha la storia d'Italia, se non Liutprando, che abbia con qualche

estensione parlato dei fatti d'_Ugo_ re d'Italia. Ma ne parla egli senza

assegnarne i tempi, anzi talora confondendo l'ordine dei tempi. Sarà

perciò a me lecito di rapportar sotto il presente anno la congiura fatta

in Pavia contra del re Ugo da Gualberto e da Everardo soprannominato

Gezone[1960]. Erano essi due giudici di quella città, ma prepotenti per

la loro nobiltà, ricchezze e aderenze. Il primo avea avuto un figliuolo

appellato _Pietro, vescovo_ di Como, e una figliuola per nome Raza

maritata in _Gilberto conte_ del sacro palazzo. Gezone era una sentina

di vizi. La cagion non si sa: un dì fecero costoro adunanza di gente con

pensiero di andare addosso al re, che vivea senza sospetto alcuno. Tanto

tardarono, che Ugo fu avvertito della mena, e da uomo scaltro mandò a

dir loro le più belle parole del mondo, esibendosi pronto a correggere,

se v'era cosa che lor dispiacesse. Con ciò restò quetata la foga dei due

congiurati, ma non cessò l'animo loro perverso di macchinar contro la

vita del re, seppure lo astuto Ugo non finse quest'ultima partita per

liberarsi da chi avea nudrito sentimenti sì perniciosi contro la di lui

corona e vita. Facendo egli vista di non curar questi movimenti, uscì un

giorno di Pavia, e andato in altre città, fece venire a sè varie brigate

de' suoi soldati, e specialmente Sansone uomo di gran potenza e nemico

dichiarato di Gezone. Ugo fu consigliato da lui di tornarsene in Pavia;

e perciocchè costumavano i nobili Pavesi, allorchè il re ritornava, di

uscirgli incontro fuori della città, gli disse essere necessario di

ordinare segretamente a _Leone vescovo_ di Pavia, nemico anch'esso di

Gezone, di serrare, uscita che fosse la nobiltà, le porte d'essa città,

e di ben custodire le chiavi, acciocchè niuno potesse rientrarvi. Così

fu fatto. E Gualberto e Gezone restarono colti in questa maniera, e i

loro seguaci. Il primo pagò colla testa i suoi debiti; a Gezone furono

cavati gli occhi e tagliata la lingua, perchè avea sparlato del re; il

fisco tese le unghie a tutti i loro tesori; e ai complici di costoro

toccò una disgustosa prigionia. Questo colpo servì ad accrescere la

riputazion del re Ugo, e a farlo temere e rispettare, non solo in Pavia,

ma per tutto il regno: il che non avea saputo fare in addietro il buon

imperador Berengario. Un diploma del re Ugo, dato in Pavia nel settembre

di quest'anno in favore di _Sigefredo vescovo_ di Parma, fu da me dato

alla luce[1961]. Secondo la Cronica arabica di Sicilia[1962], Saclabio

generale de' Saraceni in questo anno _excursione in Calauriam facta,

cepit arcem, cui nomen Termulah, et abduxit captivorum duodecim millia_.

Intanto convien confessare che in questi tempi, ancorchè l'Italia

godesse comunemente la pace, pure assai deforme era il suo volto, perchè

le belle arti, le scienze, la pulizia da gran tempo ne erano bandite, e

una somma ignoranza regnava dappertutto, non solamente fra i laici, che

per lo più non possedevano libri, troppo cari allora perchè manoscritti,

ma anche fra gli stessi ecclesiastici, e fino tra i monaci, che pure in

molti luoghi mantenevano l'uso di trascrivere essi libri. Per cagion di

questa ignoranza, e per gli esempli de' viziosi che erano cresciuti a

dismisura, si aumentò di molto la corruzion de' costumi, e ne patì la

religione stessa, divenuta, per così dire, materiale senza spirito. Non

già che nascessero eresie, perchè il popolo e i pastori della Chiesa

tenevano saldo quel che aveano appreso della fede cristiana; ma perchè

pochi leggevano le divine Scritture; e il non udire inculcata nelle

prediche la parola di Dio e le sue gran verità, lasciava libero il campo

ai vizii e alle superstizioni: che tali erano il duello, e varie altre

prove appellate giudizii di Dio, ed inventate per iscoprire, come

scioccamente si credeva, la verità delle cose, e l'innocenza o reità

delle persone, per tacere altre cose. Allora ancora più che mai si

spacciarono miracoli falsi; si formarono varie leggende di santi, che

oggidì si scorgono favolose; e però andò in decadenza anche la

disciplina monastica nella maggior parte de' monisteri, massimamente

perchè que' sacri luoghi venivano divorati dai principi, e dati in

commenda ad abbati anche secolari e scandalosi; e i vescovi, e fin gli

stessi romani pontefici, più a distruggere, che ad edificare erano

rivolti, stante la voga in cui cominciò ad essere la simonia,

l'incontinenza, il dover andare alla guerra, per nulla dire di tanti

altri disordini di questi secoli barbarici, non taciuti dal cardinal

Baronio.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 274 / 339 题