[1901] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 18 et seq.
[1902] Antiq. Ital., Dissert. XIX.
[1903] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 20.
[1904] Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.
[1905] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 1 et seq.
[1906] Antiq. Ital., Dissert. LXXI.
[1907] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.
[1908] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.
[1909] Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 41, et Dissert. XXXIV, p. 55.
[1910] Luitprandus, Hist., lib. 2, cap. 18.
[1911] Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Ital.
[1912] Chronic. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXV. Indiz. XIII.
GIOVANNI X papa 12.
RODOLFO re d'Italia 5.
O negli ultimi mesi dell'anno precedente, o negli otto primi del
presente, ne' quali correva l'_anno quarto_ di _Rodolfo_ re d'Italia,
_Orso_ Particiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, per attestato
del Dandolo[1913], spediti per suoi ambasciatori ad esso re _Domenico
vescovo_ di Malamocco e _Stefano_ Caloprino, ottenne da lui la
confermazione di tutte le esenzioni e libertà, concedute al popolo di
Venezia dagli antichi re ed imperadori. Degno è d'osservazione che
Rodolfo in quel diploma _declaravit, ducem Venetiarum potestatem habere
fabricandi monetam, quia ei constitit, antiquos duces hoc continuatis
temporibus perfecisse_. In fatti è antichissimo il diritto di battere
moneta nei dogi di Venezia, e dagli strumenti di questo medesimo secolo
si ricava che era già in uso la _moneta veneta_, nè sussistere che da
Berengario II fosse loro conceduto un sì fatto privilegio, come ha
scritto più d'uno, perchè ne godevano molto prima. Si credeva il re
Rodolfo di avere ormai in pugno il regno d'Italia, senza sapere che un
altro v'aspirava anch'egli, e lavorava sott'acqua alla di lui rovina.
Questi era _Ugo_ duca e marchese della Provenza, figliuolo di _Teobaldo_
conte e di _Berta_, nata da _Lottario re_ della Lorena, e della famosa
_Gualdrada_, illegittimamente da lui presa per moglie. In seconde nozze
fu essa _Berta_ maritata con _Adalberto II_, soprannominato il _Ricco_,
duca di Toscana, la quale appunto cessò di vivere nel dì 8 marzo del
presente anno. L'epitaffio suo, riferito dal Fiorentini[1914], tuttavia
esiste inciso in marmo nella cattedrale di Lucca; nè so intendere perchè
il padre Pagi[1915] la creda fattura de' secoli posteriori. Una sorella
d'essa Berta per nome _Ermengarda_ morì anch'essa, e fu seppellita in
Lucca, siccome apparisce dal suo epitaffio, rapportato dal Fiorentini e
da me altrove[1916]. Siccome di sopra osservammo, procreò Berta al
secondo marito due figliuoli maschi, cioè _Guido_, che dopo la morte del
padre fu duca di Toscana, e _Lamberto_, di cui parleremo a suo tempo.
Procreò eziandio una femmina appellata _Ermengarda_, che già abbiam
veduta maritata con _Adalberto marchese_ d'Ivrea dopo la morte di Gisla
sua prima moglie, figliuola dell'imperador Berengario. Lo storico
Liutprando ci descrive[1917] questa principessa per la più prostituta
donna del mondo. Non solo, se crediamo a lui, faceva essa mercato della
sua onestà con tutti i principi d'Italia, ma scialacquò ancora con
ignobili persone. In questa maniera s'era renduta arbitraria e padrona
del regno, dipendendo da' suoi voleri e cenni i principi tutti. Qual
fede si meriti qui la penna sempre satirica di Liutprando, io nol saprei
dire. Ora Ugo, che a' tempi del re Berengario era venuto in Italia, e
probabilmente sollevò contro di lui la Toscana, e contro suo volere
cagion fu che Berengario facesse prigione la duchessa Berta sua madre e
il duca Guido suo fratello; Ugo, dissi, dappoichè intese la morte di
Berengario, tornò a far dei trattati segreti per ottener la corona
d'Italia, con _Berta_ sua madre allora vivente, con _Guido_ duca e
_Lamberto_ suoi fratelli uterini, signori di gran possanza in Toscana, e
colla marchesana _Ermengarda_, che comandava a bacchetta in Lombardia. E
non li fece indarno. Ermengarda fu quella che diede principio alla tela
contro di Rodolfo, uomo ineguale, che oggi faceva una cosa e domani la
disfaceva. Già noi vedemmo questa principessa in Pavia alzata al grado
di consigliera di sua maestà. Era in questi tempi mancato di vita il
marchese d'Ivrea _Adalberto_ suo marito. Gran dissensione bolliva fra i
principi di Italia. Liutprando storico, a guisa de' romanzieri
attribuisce tutto a rivalità fra loro insorta a cagion della stessa
Ermengarda. Ora essa trovandosi in Pavia con un forte partito de' suoi
parziali, ribellò quella città al re Rodolfo che ne era uscito per suoi
affari. Qui lascerò io che il lettore esamini come Pavia, la qual si
vuole ridotta dagli Ungheri nell'anno precedente in un mucchio di
pietre, si fosse così presto ripopolata e con forza da ribellarsi.
Comunque sia, seguita a dire Liutprando che Rodolfo, unita una poderosa
armata dei suoi aderenti, per mettere in dovere quella impudica amazone,
s'accampò dove il Ticino mette capo in Po. La notte vegnente Ermengarda
con un suo biglietto gli fece intendere che in mano sua era stato ed era
tuttavia l'averlo suo prigioniere, perchè tutti quelli del partito
d'esso Rodolfo nulla più bramavano che di abbandonar lui, e di darsi a
lei; ma che ella, perchè desiderava il di lui bene e la sua amicizia, a
tali istanze non avea voluto aderire. Prestò fede e restò spaventato
Rodolfo a queste furbesche parole; e nella seguente notte, avendo finto
di andare a letto, senza che alcun dei suoi se ne avvedesse, passò a
Pavia per abboccarsi con Ermengarda. Venuto il dì, nè alzandosi mai
Rodolfo, tutti i suoi principi e cortigiani n'erano in pena; e scoperto
in fine che egli mancava, chi diceva una cosa, e chi un'altra. Quando
eccoti arrivare nel campo un avviso, che Rodolfo unitosi coi suoi
avversarii si preparava per dar loro addosso. Bastò questo per metterli
tutti in costernazione, e però se ne andarono non correndo, ma volando a
mettersi in salvo in Milano. Allora fu che Lamberto, arcivescovo di
Milano e gli altri prima aderenti a Rodolfo, si staccarono affatto da
lui, ed inviarono messi ad Ugo duca di Provenza, perchè venisse in
Italia a prendere il regno. Qualche aria di romanzo comparisce in questo
racconto di Liutprando. Intanto Rodolfo burlato dagli uni, abbandonato
dagli altri[1918], si ritirò in Borgogna; ma non dismettendo la voglia
di ritenere o di ricuperar l'Italia, si raccomandò a _Burcardo_
potentissimo duca dell'Alemagna, ossia della Suevia, suocero suo, ed
uomo bestiale, la cui figliuola _Berta_ egli avea già presa per moglie.
Ammassato un copioso esercito, calarono in Italia; se in questo anno
oppure nel susseguente, nol so io decidere. Giunti che furono ad Ivrea,
Burcardo con disegno di esaminar le forze della città di Milano, dove
era il nerbo degli oppositori, prese l'assunto di andar colà come
ambasciatore, mostrando di trattar pace. Prima di entrarvi si fermò
fuori della città nella vaga basilica di san Lorenzo, che oggidì è
compresa entro le mura di Milano; e ben adocchiato il sito: _Qui_, disse
ai suoi familiari, _si potrà formare una fortezza, che terrà in freno
non solo i Milanesi, ma anche molti dei principi d'Italia_. Poi vicino
alle mura della città si lasciò scappar di bocca in linguaggio tedesco
che se egli non insegnava a tutti gli Italiani a contentarsi di un solo
sperone, e di cavalcar delle cavalle, egli non era Burcardo; con altri
vanti che tutti furono immediatamente rapportati all'_arcivescovo
Lamberto_. Questi da uomo accorto fece molte finezze a Burcardo, il
condusse fino alla caccia in un suo broglio con permettergli di
ammazzare un cervo: cosa che egli non soleva concedere a persona del
mondo; e il rimandò tutto gonfio di belle speranze. Ma nel mentre che
gli dava dei divertimenti in Milano, fece intendere ai Pavesi e ad
alcuni principi d'Italia che si preparassero per liberare il paese da
questo tedesco di sì mala volontà. Partito Burcardo da Milano, alloggiò
la sera in Novara. Nel dì seguente appena, ripigliato il viaggio, cadde
nell'imboscata che gli era stata tesa. Datosi alla fuga, e caduto il
cavallo nella fossa di quella città, quivi trapassato da più lance
lasciò la vita. I suoi rifugiatisi nella chiesa di san Gaudenzio, furono
tutti tagliati a pezzi. A questa nuova sbigottito Rodolfo, più che in
fretta se ne tornarono in Borgogna, nè più pensò all'Italia.
Da Ermanno Contratto[1919] e da Artmanno monaco[1920] sappiamo che dopo
la morte del re Corrado il suddetto Burcardo si era fatto tiranno della
Suevia, aveva commesse varie iniquità, _et in Italiam ingressus, dum
totam sibi terram subjicere, et multos decipere cogitat, ipse dolositate
illius gentis praeventus, dum studet evadere, subito lapsu infraenis
equi in foveam, veluti casui illius praeparatam, cecidit, hocque
insperato obitu miserabiliter vitam finivit_. Migliore forse del suocero
non era il genero suo Rodolfo. Così ne scrive Frodoardo all'anno
926[1921]. _Hugo filius Bertae rex Romae super Italiam constituitur,
expulso Rodulfo cisalpinae Galliae rege, qui regnum illud pervaserat, et
alteri feminae, vivente uxore sua, se copulaverat, occiso quoque a
filiis Bertae Burchardo Alamannorum principe, ipsius Rodulfi socero, qui
Alpes cum ipso transmearat, italici regni gratia recuperandi genero_.
Frodoardo in un fiato racconta tutti questi fatti sotto l'anno 926.
Dell'esaltazione del re Ugo, succeduta certamente nel seguente anno,
sotto il medesimo mi riserbo io di parlare. Intanto è da osservare che
_Burcardo_ fu ucciso a _filiis Bertae_; cioè da _Guido_ duca di Toscana
e da _Lamberto_ suo fratello, coll'aiuto di _Ermengarda marchesana
d'Ivrea_, loro sorella, perchè tutti aspiravano a mettere sul capo di
Ugo duca di Provenza, lor fratello uterino, la corona del regno
d'Italia, ma per loro castigo, siccome vedremo andando innanzi. Non si
dee ora tacere un'importante particolarità del suddetto _Guido_ duca di
Toscana. Dacchè per la morte dell'imperador Berengario Roma restò senza
imperadore, cioè senza quel freno in cui la tenevano gli Augusti
sovrani, governata solo da _papa Giovanni_, ma in tempi che non si avea
quella ubbidienza e rispetto dal senato e popolo romano che si conveniva
ai pontifici, i quali pure erano veri e legittimi padroni di quella
città, del suo ducato e d'altri paesi: _Maria_, soprannominata
_Marozia_, che, secondo Liutprando, colla impudicizia sua avea già
formato un grosso partito de' suoi aderenti, s'impadronì della Mole
adriana, oggidì Castello sant'Angelo, edifizio che in que' tempi ancora
veniva creduto una fortezza quasi inespugnabile, e in tal guisa cominciò
e continuò con più baldanza a far da padrona in Roma. Obbrobriose
memorie di quell'alma città son queste. Tuttavia per maggiormente
assodar la sua possanza, cercò di avere un marito potente, alle cui
forze congiunte colle sue niuno, e neppure il papa, potesse resistere.
_Guido_ duca e marchese di Toscana, per attestato di Liutprando[1922],
non ebbe difficoltà di prendere per moglie una sì fatta donna, perchè il
dominio di Roma, che pareva da lei portato in dote, ebbe presso di lui
più peso che ogni altro riguardo. Queste indubitate nozze di Guido con
Marozia ci danno abbastanza a conoscere che _Alberico marchese_, da noi
veduto di sopra marito di Marozia, dovea già essere mancato di vita.
Martino Polacco[1923], Tolomeo da Lucca[1924], il Platina[1925], il
Sigonio[1926] ed altri ancora scrivono che intorno a questi tempi, nata
discordia fra papa _Giovanni X_ ed _Alberico marchese_, fu forzato
l'ultimo ad uscire di Roma. Ritiratosi egli nella città d'Orta, quivi
con fabbricare una fortezza si assicurò. Per vendicarsi poi dei Romani,
chiamò in Italia gli Ungheri, i quali venuti in Toscana, dopo aver dato
a tutte quelle contrade il guasto, ed uccisa gran gente, se ne tornarono
carichi di bottino al loro paese. Sdegnati per questo i Romani
trucidarono il _marchese Alberico_. Non truovo io vestigio alcuno nè in
Liutprando, nè in veruno degli antichi scrittori, che gli Ungheri
arrivassero mai in Toscana o presso Roma. Tuttavia non sarà senza
fondamento la morte del suddetto Alberico, sembrando non improbabile che
non volendo più sofferir papa Giovanni la di lui prepotenza, trovasse
maniera per farlo levare dal mondo. _Marozia_ dipoi per conservare
l'usurpata sua signoria in essa Roma, si volle maggiormente fortificare
col tirar in essa città _Guido_ marchese e duca di Toscana, e prenderlo
per marito. Noi vedremo che essa avea partorito ad _Alberico_ marchese
suo primo consorte un figliuolo che portò il nome del padre, e divenne
col tempo principe ossia tiranno di Roma. Ma essendo egli in questi
tempi fanciullo, nè potendo per la sua tenera età dar vigore agli
ambiziosi disegni della madre, essa provvide al bisogno in altra guisa,
con passare alle seconde nozze.