[1898] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 17 et seq.
[1899] Campi, Istor. di Piacenza, lib. 8.
[1900] Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.
Anno di CRISTO DCCCCXXIV. Indiz. XII.
GIOVANNI X papa 11.
RODOLFO re d'Italia 4.
Altra via non seppe trovare l'imperador _Berengario_ per sostenersi in
capo la crollante sua corona, che l'indegno ripiego di chiamar in Italia
la spietata nazione degli Ungheri, co' quali avea trattenuta fin qui a
forza di regali una buona amicizia. Calati costoro nel febbraio di
quest'anno, li spinse egli alla volta di Pavia. Ma ad alcuni dei suoi
medesimi Veronesi, stati in addietro sì fedeli ed attaccati a lui,
dovette dispiacer non poco questa risoluzione barbarica, prevedendo
ognuno quanto sangue e danno cagionerebbe agli amici stessi la venuta di
quella gente, nemica del nome cristiano, e troppo avvezza alle crudeltà.
E per questo motivo, oppure per altri a noi ignoti, cominciarono
alquanti di quei cittadini ad ordire una congiura contra di
Berengario[1901]. Ne ebbe sentore l'infelice principe, e saputo che un
certo Flamberto suo compare, perchè gli avea tenuto un figliuolo al
sacro fonte, ne era capo, fattoselo venir davanti, gli ricordò i
benefizii a lui compartiti, ne promise de' maggiori, purchè egli fosse
costante nella fedeltà verso del suo sovrano. E donatagli una tazza
d'oro, lasciollo andare in pace. Altro non fece nella notte seguente,
dopo essersi veduto scoperto, lo sconoscente Flamberto, che istigare i
suoi congiurati a fare il colpo divisato contra la vita dell'Augusto
Berengario. Che la malizia e l'accortezza non avessero gran luogo in
cuore di questo principe, si può riconoscere dall'aver egli preso il
riposo in quella notte, non già nel palazzo, che si potea difendere, ma
in un picciolo gabinetto contiguo ad una chiesa, per poter essere
presto, secondo il suo costume, a levarsi di mezza notte ed assistere ai
divini uffizii. Perchè nulla sospettava di male, neppure si precauzionò
colle guardie. Alzossi al suono della campana del mattutino notturno e
andò alla chiesa. Ma vi comparve da lì a poco anche Flamberto con una
mano di sgherri, e venutogli incontro Berengario per intendere il lor
volere, trafitto da varii colpi delle loro spade, cadde morto ai lor
piedi. E questo miserabil fine ebbe l'imperador Berengario, principe a
cui nel valore pochi andarono innanzi, niuno nella pietà, nella clemenza
e nell'amore della giustizia. Vo io credendo che nel mese di marzo del
presente anno egli fosse tolto dal mondo, perchè ho avuto sotto gli
occhi e poi stampato[1902] uno stromento originale, esistente
nell'archivio dell'arcivescovato di Lucca, con queste note: _Regnante
domno nostro Berengario gratia Dei imperatore augusto, anno imperii ejus
nono, duodecimo kalendas aprilis, Indictione duodecima_. Contiene una
permuta fatta di alcuni beni tra Flaiberto Scavino e _Pietro vescovo_ di
Lucca, con avere _Guido duca_ inviati i suoi messi per conoscere che non
seguisse lesione della chiesa in quel contratto. Ora di qui apparisce
che nel dì 21 di marzo non era per anche giunta a Lucca la nuova della
morte dell'Augusto Berengario. Quel che è più, un tal documento
maggiormente ci assicura che nel dì 24 di marzo, ossia nella Pasqua
dell'anno 916, Berengario non fu promosso alla dignità imperiale, ma
prima di quel giorno: altrimenti nel dì 21 di marzo del presente anno
sarebbe corso l'anno _ottavo_, e non già il _nono_, del suo imperio. Ma
se è così, vegniamo ad intendere che la di lui coronazione romana si ha
da riferire al santo Natale dell'anno 915, e che il panegirista di
Berengario si dee differentemente spiegare, se è possibile; e se non si
può, convien confessare ch'egli anche in questo fallò, nè ci è permesso
di crederlo autore contemporaneo di Berengario stesso. Fu compianta dai
più la morte di così buon principe; e se si vuol prestar fede a
Liutprando[1903], restava tuttavia a' tempi suoi in Verona davanti ad
una chiesa una pietra intrisa del sangue di esso Berengario, che, per
quanto fosse lavata con varii liquori, mai non perdè quel colore. Aveva
allevato Berengario in sua corte un nobile e valoroso giovane, appellato
_Milone_, ai cui consigli se si fosse egli attenuto, non gli sarebbe
avvenuta quella sciagura. La notte stessa che egli restò trucidato, avea
voluto _Milone_ mettergli le guardie, ma a patto alcuno nol permise
Berengario. Ora questo generoso giovane, giacchè non potè difendere il
suo sovrano vivente, non lasciò almeno di prontamente vendicarlo morto.
Prese egli l'iniquo Flamberto con tutti i suoi complici, e nel terzo
giorno dopo l'uccision di Berengario tutti li fece impiccar per la gola.
Questo Milone fu dipoi (forse anche era allora) conte, cioè governator
di Verona, e personaggio di rare e perfette virtù.
Doveano prima di questa tragedia avere avuto ordine gli Ungheri da
Berengario di passare all'assedio di Pavia, perchè se gli riusciva di
ricuperar quella città, capo del regno, il _re Rodolfo_ verisimilmente
più non rivedeva l'Italia. Andarono que' Barbari, sotto il comando di
Salardo lor generale, commettendo pel viaggio tutte le inumanità loro
consuete, e strinsero coll'assedio la regal città. Volle la disgrazia
che non seppero que' cittadini difendere coraggiosamente quella forte
piazza, nè saggiamente renderla a patti di buona guerra. V'entrarono per
forza gli Ungheri, fecero man bassa sopra tutto il popolo, ed attaccato
il fuoco a chiese, palagi e case, ridussero in un monte di pietre quella
dianzi sì felice e ricca città, avendo cooperato un vento gagliardo a
dilatare quell'incendio. In quella rovina perì pel fumo e per le fiamme
anche _Giovanni_ ottimo vescovo d'essa; e trovandosi con lui il vescovo
di Vercelli, anch'egli miseramente vi lasciò la vita. In somma da gran
tempo in qua non s'era udita una sì spaventosa calamità in città
cristiane. Nè tralasciar si dee l'orrida descrizione che ne fece
Frodoardo[1904], scrittore allora vivente: _Hungari ductu regis
Berengarii, quem Langobardi pepulerant, Italiam depopulantur. Papiam
quoque urbem populatissimam atque opulentissimam, igne succendunt, ubi
opes periere innumerabiles; ecclesiae quadraginta tres succensae; urbis
ipsius episcopus cum episcopo vercellensi, qui secum erat, igne fumoque
necatur. Atque ex illa paene innumerabili multitudine ducenti tantum
superfuisse memorantur. Qui ex reliquiis urbis incensae, quas inter
cineres legerant, argenti modios octo dederunt Hungaris, vitam murosque
civitatis vacuae redimentes,_ ec. _Interea Berengarius Italiae rex a
suis interimitur_. Anche Liutprando non si sazia di deplorar la
lagrimevole rovina di quella bella città[1905], e assegna il tempo
preciso della medesima con dire: _Usta est infelix olim formosa Papia
anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, quarto idus martii, Indictione
XII, feria VI, hora III_. Aggiugne appresso, che Pavia distrutta, a
differenza di Aquileia, risorse, e da lì a non molti anni tornò ad
essere ben fabbricata, popolata e ricca, come prima, di modo che (dice
egli) _non solum vicinas, sed et longe positas praecellit opibus
civitates. Ipsa insignis, et toto orbe notissima Roma, hac inferior
esset, si pretiosa beatissimorum corpora non haberet_. Per attestato del
suddetto Frodoardo, gli Ungheri pieni di bottino, in vece di tornarsene
pel Friuli alle lor case, come pretende Liutprando, passarono per le
Alpi in Francia. _Rodolfo re_ di Borgogna e d'Italia si trovava allora
di là da' monti, ed unito con _Ugo conte_ di Vienna serrò questi
malandrini ad alcuni passi stretti. Ma ebbero la maniera d'uscirne per
dove men si credeva, e si spinsero verso la Linguadoca. Quanti ne potè
cogliere Rodolfo, tutti gli fece mettere a fil di spada.
Restata libera la Lombardia da questo flagello, e tolto di mezzo il
competitor Berengario, se ne tornò lieto in Italia il re Rodolfo, e
senza contrasto ebbe quasi tutto il regno a sua disposizione. Ricorse
tosto a lui _Giovanni vescovo_ di Cremona, già cancelliere dell'Augusto
Berengario, per raccomandargli la sua chiesa, _a paganis_, cioè dagli
Ungheri, _et quod magis est dolendum, a pessimis Christianis desolatam_.
Gli confermò Rodolfo tutti i suoi beni e privilegii, ad istanza di
_Beato vescovo_ di Tortona ed arcicancelliere, non conosciuto
dall'Ughelli, e di _Aicardo vescovo_ di Parma, suo _auriculario_, cioè
consigliere. Ha queste note il diploma:[1906] _Data V calendas octobris,
anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi serenissimi
regis in Burgundia XV, in Italia IV, Indictione XIII. Actum in Pratis de
Granne_. Concedette egli ancora con un altro diploma a _Guido vescovo_
di Piacenza[1907] un sito delle mura della città di Pavia, per potervi
fabbricare la casa dei vescovi di Piacenza, perciocchè solevano tutti i
vescovi del regno aver quivi, siccome altrove accennai, casa propria per
abitarvi in occasion delle diete, e d'altre necessità da ricorrere al
re. E quivi truovasi appunto anche nominata _casa sanctae lunensis
ecclesiae_. Il diploma è mancante del luogo e giorno e mese. Dicesi dato
in quest'anno _Rodulfi regis in Italia tertio, Indictione duodecima_:
probabilmente prima di settembre. Esercitò inoltre questo re la sua
munificenza verso il suddetto _Aicardo vescovo_ di Parma, con donargli
la corte di Sabionetta, oggidì riguardevol terra. È dato quel
diploma[1908] _VIII idus octobris, anno dominicae Incarnationis
DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi piissimi regis in Burgundia XIV, hic in
Italia IV. Actum Papiae_. Un altro ancora fu dato da lui in
_Verona[1909] pridie idus novembris, Indictione XII, anno regis in
Italia III;_ e un altro parimente dato nella stessa città e giorno
coll'_indizione XIIII_. Ma dee essere _XIII_. V'ha della discordia fra
questi diplomi intorno agli anni del regno d'Italia. Se poi sussistesse
che nell'ottobre e novembre di quest'anno corresse il di lui _anno
quarto_, si verrebbe ad intendere che nell'anno 922 non ebbe principio
il suo dominio in Italia, ma bensì circa l'ottobre del 921. Nè si dee
omettere che il privilegio dato al vescovo di Parma fu conceduto per
intercessione di _Ermengarda inclita contessa_ e di _Bonifazio
valorosissimo marchese_, che Rodolfo chiama _nostrae regiae potestatis
consiliarios_. Era _Ermengarda_ moglie di _Adalberto marchese_ d'Ivrea,
di cui ragioneremo fra poco, bastando per ora di osservare il grado di
somma confidenza che essa occupava nella corte del re Rodolfo. Bonifazio
qui mentovato potrebbe talun conjetturare che fosse quello stesso, per
la cui accortezza e bravura abbiam veduto di sopra che Rodolfo riportò
la vittoria di Fiorenzuola, e che in ricompensa l'avesse fatto marchese.
Ma non è già certo che ivi si parli di quel medesimo Bonifazio; e
quand'anche se ne parlasse, resta in dubbio di qual marca egli fosse
investito. Siamo assicurati da Liutprando[1910] che a' tempi suoi egli
fu _marchese di Camerino e di Spoleti_; ma non sappiamo già se
conseguisse in questi tempi quell'insigne governo. _Alberico marchese_
da noi veduto di sopra, era allora governatore di quella contrada. Certo
che a questo Bonifazio il re Rodolfo diede per moglie _Gualdrada_ sua
sorella. Di ciò tornerà occasion di parlare più a basso all'anno 946, al
qual anno solamente il credo io pervenuto al possesso e governo di
Spoleti e di Camerino. Sotto quest'anno poi narra Lupo protospata[1911]
le disgrazie della città d'Oria nella Calabria, con dire: _Capta est
Oria a Saracenis mense julii, et interfecerunt cunctas mulieres;
reliquos vero deduxerunt in Africam, cunctos venumdantes_. Abbiamo
parimente dalla Cronica arabica di Sicilia[1912], che venuto in
quest'anno dall'Africa un nuovo generale de' Mori, prese nella Calabria
la Rocca di Santagata.