[1877] Ibid., Dissert. LXIII.
[1878] Antiquit. Ital., Dissertat. XI pag. 583.
[1879] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.
[1880] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1881] Antiquit. Ital., Dissert. XX.
[1882] Ibid., Dissert. LXVI.
[1883] Anonymus, in Panegyrico Berengarii lib. 2.
Anno di CRISTO DCCCCXXI. Indizione IX.
GIOVANNI X papa 8.
BERENGARIO imperadore 7.
RODOLFO re d'Italia 1.
Rapporta l'Ughelli[1884] il testamento di _Noterio_ ossia _Notekerio_
vescovo di Verona, fatto, _imperante domno nostro Berengario imperatore,
anno sexto, sub die decimo de mense februarii, Indictione IX_. Se questo
atto è autentico, e se accuratamente trascritto dall'Ughelli, noi
vegniamo a conoscere che Berengario non dovette ricevere la corona e il
titolo imperiale nella Pasqua dell'anno 916, ma bensì prima del dì 10 di
febbraio di esso anno; e con insorgere un sospetto che ciò seguisse nel
Natale dell'anno 915, ed aver fallato il panegirista di Berengario,
sulla cui relazione fondati alcuni hanno assegnata la di lui coronazione
alla Pasqua suddetta dell'anno 916. Ma perchè l'Ughelli troppe volte
porta scorretti i documenti nella sua Italia sacra, non possiam qui
riposar sulla sola sua fede. Se un dì uscirà alla luce qualche diploma o
strumento, scritto ne' mesi di gennaio e febbraio dell'anno 916 e dei
susseguenti, finchè visse Berengario, allora si potrà meglio accertare
questa partita. Il Sigonio[1885] attestò di averne veduto uno, dato
_regni sui trigesimo primo, imperii vero quarto, VII kalend. januarii,
Indictione VII_, cioè nel dì 26 di dicembre dell'anno 918. Il padre
Pagi[1886] vuole che s'abbia, secondo i suol conti, a legger ivi
_imperii vero tertio_. Ma se il Sigonio seppe ben leggere, e se
autentico era quel diploma, vegniamo in cognizione che appunto nel dì di
Natale dell'anno 915 accadde la coronazione romana di Berengario.
Veggasi un altro documento qui sotto all'anno 924. Aggiungasi ancora che
nell'indice delle carte dell'insigne archivio dell'arcivescovo di Lucca
è notato un livello, dato da _Pietro_ vescovo nell'_anno II_ di
_Berengario Augusto_ nel dì 14 di marzo _Indict. V_, cioè nell'anno 917.
Adunque prima della pasqua dell'anno precedente Berengario dovea avere
ricevuta la corona dell'imperio. Abbiamo poi dal Dandolo[1887], che
circa questi tempi gli Ungheri usciti della Pannonia empierono di
desolazione la Moravia e la Boemia, con uccidere ancora il duca di
quella contrada. Vennero poi nella Croazia, e, passato il castello di
Leopoli, trovarono _Gotifredo ed Ardo_ duchi insieme col patriarca di
Aquileja (secondo i conti dell'Ughelli dovrebbe essere _Orso_) che
attaccarono battaglia con loro; ma sfortunatamente, perchè quei due
duchi vi lasciarono la vita, e il patriarca, mercè di un buon cavallo e
degli speroni si ridusse in salvo. Diedero i barbari vincitori un sacco
universale alla Croazia e Stiria; se ne tornaron pieni di bottino nella
Pannonia, e di là passarono a far la stessa danza nella Bulgheria. Seguì
parimente nell'aprile di quest'anno un fatto d'armi presso la città di
Ascoli fra _Landolfo_ principe di Benevento e di Capoa, ed _Ursileo_
ossia _Orseolo_, generale dei Greci, che vi restò morto. Ne fa menzione
Lupo protospata[1888] con queste parole: _Anno 921 interiit Ursileo
Stratigo in praelio de Asculo mense aprilis, et apprendit Pandulfum
Apuleo._ Secondochè osservò Camillo Pellegrino, qui si dee leggere
_Landulfus Apuliam_. E che questo principe ritogliesse ai Greci la
Puglia, si ricava da Liutprando[1889], che scrive, _principem Landulphum
septennio potestative Apuliam sibi subjugasse_. Benchè l'imperador
Berengario placidamente governasse il regno d'Italia, pure i mali che in
quei tempi guastavano troppo di leggieri la pubblica quiete ed armonia,
non gli permisero di goder più lungamente della pace. In quest'anno
appunto succedette, a mio credere, ciò che vien narrato da
Liutprando[1890]. Venuto a morte _Gariberto arcivescovo_ di Milano, se
volle _Lamberto_ eletto suo successore entrar in possesso di quella
chiesa, gli convenne, secondo i pessimi abusi d'allora, comperare il
consenso dell'imperadore con buona somma di danaro, avendone egli esatta
tanta quanta se ne solea dare ai camerieri, ai portieri e ai custodi de'
pavoni e degli altri uccellami della corte. Se l'ebbe forte a male il
novello arcivescovo, e cominciò tosto a meditarne la vendetta. Accadde
che _Adalberto marchese_ d'Ivrea, benchè genero dello stesso Berengario,
_Odelrico_ marchese e conte del sacro palazzo, benchè tanto beneficato
da esso imperadore, e _Gilberto_ potente e valoroso conte segretamente
tramarono una ribellione contra del medesimo Augusto Berengario.
Insospettitosene egli, fece mettere le mani addosso ad Odelrico, e il
diede in guardia all'arcivescovo Lamberto, per prendere poi quelle
risoluzioni che fossero credute più convenienti alla giustizia. Da lì a
qualche giorno mandò Berengario dei messi con ordine all'arcivescovo di
rimettere in mano di lui il prigioniere. La risposta ch'egli diede, fu,
che se un par suo consegnasse alla giustizia alcuno, a cui si dovesse
levar la vita, egli opererebbe contro i canoni, e meriterebbe di perdere
il vescovato. Di più non occorse all'imperador Berengario per iscoprire
il mal animo di Lamberto; e tanto più si assicurò della di lui
intelligenza e lega coi ribelli, perchè egli senza licenza alcuna d'esso
Berengario rimise in libertà Odelrico.
Allora fu che il marchese Adalberto, esso Odelrico e Gilberto conte
determinarono di chiamare in Italia un altro principe per atterrar
Berengario[1891], e rivolsero gli occhi a _Rodolfo II_ ossia Ridolfo, re
della Borgogna appellata Transjurana, che comandava alla Savoia, agli
Svizzeri e ad altri circonvicini paesi. Non mancava a questo re
l'ambizione, cioè la sete di ingrandirsi, innata in quasi tutti i
principi, e con questa voglia andava congiunta la potenza, accresciuta
dall'aver egli presa per moglie _Berta_ figliuola di _Burcardo duca_
potentissimo della Suevia. Cominciarono pertanto questi tre congiurati
un trattato segreto col suddetto re Rodolfo per farlo venire in Italia.
Ma mentre costoro sulla montagna di Brescia battevano un dì consiglio
per condurre a fine la meditata impresa, ne fu avvertito l'imperador
Berengario. Portò il caso che in questo medesimo tempo erano calati in
Italia due re, ossia due capitani degli Ungheri, appellati Dursac e
Bugat, per salassare la misera Lombardia; i quali perciò mandò a
pregare, che se gli voleano bene, andassero a fare una visita a que'
suoi ribelli. Non vi fu bisogno di speroni a quella gente, avida di
sangue e di bottino. Volarono sul Bresciano per vie sconosciute, ed
arrivarono inaspettati al luogo di quella combricola. Uccisero e presero
molti di coloro. _Odelrico_ conte del palazzo bravamente difendendosi
lasciò ivi la vita. _Adalberto_ marchese e _Gilberto_ conte furono del
numero de' prigionieri. Il primo uomo non bellicoso, ma fornito di una
mirabil sagacità ed astuzia, vedendo che non v'era maniera di scappare,
gittate via l'armi e tutti gli ornamenti preziosi, e vestitosi da
semplice soldatello, si lasciò prendere dagli Ungheri. Interrogato chi
fosse, rispose d'essere un fantaccino d'un uomo d'armi, e li pregò di
farlo menare ad un castello appellato Calcinaia dove teneva i suoi
parenti che il riscatterebbono. Condotto colà, e non conosciuto, fu a
vilissimo prezzo comperata la di lui libertà da Leone, uno dei suoi
soldati. _Gilberto_ riconosciuto per quel che era, ben bastonato, e
mezzo nudo, fu presentato all'Augusto Berengario. Se gli gittò egli
tosto a' piedi per implorar la sua misericordia; ma trovandosi senza
brache, e mostrando quelle parti che la verecondia insegnò a nascondere,
commosse al riso tutti gli astanti. Era Berengario principe sommamente
portato alla clemenza, e questa volta ancora ne volle lasciare un
illustre esempio con perdonare a costui. Dopo averlo fatto vestire
d'abiti convenevoli al suo grado, il lasciò andare con dirgli di non
volere da lui giuramento alcuno; ma che s'egli tornasse a rivoltarsi
contra del suo sovrano, se ne aspettasse pure il gastigo da Dio. Di
questa sua soverchia indulgenza ebbe ben tosto a pentirsi Berengario;
perciocchè l'ingrato Gilberto appena fu ritornato ad Ivrea, che istigato
dagli altri ribelli se n'andò in Borgogna a spronare il re Rodolfo,
affinchè colle sue forze calasse in Italia. Nè passarono trenta giorni,
che Rodolfo, avendo mosse l'armi sue a questa volta, si diede a
detronizzar Berengario. Le scene di questi ribelli le credo io succedute
nell'anno corrente. Ed appunto nel settembre od ottobre di questo
medesimo anno son io d'avviso che esso Rodolfo venuto in Italia, e
impossessatosi di Pavia, quivi fosse eletto re dai principi suoi
parziali. Le ragioni si vedranno andando innanzi. Un placito tenuto in
Ravenna da _Onesto arcivescovo_ di essa città, e da Odelrico vassallo e
messo dell'imperadore Berengario, da me dato alla luce[1892], non so io
dire se appartenga all'anno presente, perchè le note cronologiche si
scuoprono guaste. Ben so che può esso far conoscere che in questi tempi
in _Ravenna_ e nel suo esarcato esso Augusto esercitava giurisdizione e
signoria, nè apparisce che ivi i romani pontefici ritenessero il
temporal dominio.