[1759] Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.
[1760] Anonym., Paneg. Bereng., in lib. 4.
[1761] Antiquit. Ital., Dissert. XIV.
[1762] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
[1763] Antiq. Ital., Dissertat. XIV.
[1764] Antiq. Ital., Dissert. XLI.
[1765] Rhegino in Chron.
[1766] Flamma, in Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.
[1767] Anonym., in Panegyr. Berengarii, lib. 4.
[1768] Annalista Saxo apud Eccardum, tom. 1 Rer. Ital.
[1769] Marian. Scottus, in Chronico.
[1770] Otto Frisingensis, in Chronico.
[1771] Sigebertus, in Chronico.
[1772] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 51.
Anno di CRISTO DCCCCVI. Indizione IX.
SERGIO III papa 3.
LODOVICO III imperadore 6.
BERENGARIO re d'Italia 19.
Può essere che in quest'anno si godesse dopo tanti affanni di contese e
guerre una buona pace e quiete in Italia, se non che Andrea Dandolo
scrive[1773] che in questi tempi la crudelissima e pagana nazion degli
Ungheri scorse furiosamente l'Italia, incendiando i luoghi, tagliando a
pezzi, e menando in ischiavitù le persone. Che il re Berengario mandò
contra d'essi venti mila armati, pochi de' quali tornarono indietro. Si
stese la rabbia di costoro a Trivigi, Padova e Brescia, con giugnere
fino a Milano e Pavia, e passare all'estremità del Piemonte. Aggiugne
che questi Barbari venuti in barche ne' contorni di Venezia vi
abbruciarono Città Nuova e Equilo, Fine, Chioggia, Capodarzere, e
diedero il sacco a tutto quel litorale. Tentarono anche nel dì 28 di
giugno di arrivar fino a Malamocco e a Rialto, cioè alla stessa città di
Venezia. Ma _Pietro doge_, facendosi loro incontro coll'armata navale,
li mise in fuga. Durò una tal persecuzione tutto quest'anno. Il re
Berengario altra maniera non avendo per isbrigarsi di questi cani, a
forza di regali gl'indusse a tornarsene alle lor terre. Così il Dandolo,
ma senza poter io accertare s'egli errasse con riferire a quest'anno
l'irruzion fatta in Italia nell'anno 899, oppure nel 900, di cui s'è
parlato di sopra. Abbiamo parimente dal frammento della vita di san
Geminiano vescovo di Modena, da me pubblicata[1774], e scritta da un
autore non solo vivente in questo secolo, ma vicino a questi tempi, che
questa inumana gente _ex horrendo Scytharum genere originem ducens_,
cioè venuta dalla Tartaria, arrivò anche a Modena, da dove era fuggito
il vescovo con tutto il popolo. Entrarono nell'abbandonata città, si
portarono al duomo, senza però toccare il sepolcro d'esso santo, nè
inferirono danno alcuno alla città: il che fu attribuito
all'intercessione del medesimo santo protettore. Se questo avvenisse
nella suddetta prima entrata degli Ungheri in Italia, oppure nell'anno
presente, non si può decidere. Solamente sappiamo, per relazione di
Liutprando[1775], che dopo avere il re Berengario riacquistato il regno
d'Italia nell'anno precedente, e rimandato l'imperador Lodovico in
Provenza con una tal memoria, che più non gli venne voglia di tornare in
Italia, _Hungarorum interea rabies, quia per Saxones, Francos, Suevos,
Bajoarios nequibant, totam per Italiam nullis resistentibus dilatatur.
Verum quia Berengarius firmiter suos milites habere fideles non poterat,
amicos sibi Hungaros non mediocriter effecerat_. Questi erano i flagelli
della misera Italia dalla parte di Levante. Anche i Romani, Capuani e
Beneventani portavano il peso d'altre simili sciagure per cagion dei
Mori, ossia de' Saraceni, i quali fabbricatosi un buon nido, e ben
fortificato al fiume Garigliano, scorrevano per tutto il contorno.
S'aggiunse un'altra peste dalla parte del Ponente, narrata dal suddetto
Liutprando, dalla Cronica della Novalesa[1776] e da altre antiche
storie. Racconta esso Liutprando[1777], che alcuni anni prima di questo
venti soli Saraceni di quei di Spagna, in una piccola barca portati
dalla tempesta, approdarono ad una villa posta _in Italicorum,
Provincialumque confinio_, chiamato _Frassineto_. Questo luogo il
mettono alcuni nella Provenza; il padre Beretti[1778] lo crede situato
fra Nizza e Monaco nell'Italia. Certo è che non era lungi dal mare, e a
portata da poter nuocere sì all'Italia che alla Provenza. Costoro
entrativi di notte, scannarono quanti cristiani ivi si ritrovarono, ed
impadronitisi della villa, con folte boscaglie e spineti si fecero un
sicuro argine e rifugio in un monte contiguo. Di là cominciarono ad
infestare e saccheggiar i luoghi circonvicini: e chiamati dalla Spagna
altri non pochi della lor setta, a poco a poco si renderono formidabili
a tutti gli abitanti di quelle contrade, e divenne come inespugnabile
quel loro nido. Contribuirono anche gli stolti paesani ad accrescere la
loro bestiale insolenza, perchè regnando la dissensione fra i popoli
della Provenza, l'una parte li chiamava in aiuto per deprimere l'altra,
e tutti infine rimasero distrutti da questi ospiti, nemici del nome
cristiano. Ora comparivano costoro in Provenza, ora volavano nel regno
di Borgogna, ed ora si spargevano per le contigue parti dell'Italia.
Arrivarono dipoi, siccome a suo luogo vedremo, sino ad Aiqui nel
Monferrato, ed in quest'anno passarono fino alla Novalesa sopra Torino,
con saccheggiare ed abbruciare quel riguardevolissimo monistero.
Presentita la lor venuta, _Donniverto abbate_ co' suoi monaci e col
tesoro ebbe tempo di fuggirsene, e da mettersi in salvo nella città di
Torino. Per testimonianza della suddetta Cronica della Novalesa[1779],
_hoc tempore in taurinensi civitate translatio facta est sancti Secundi
martyris, qui fuit dux Thebeorum legionis, facta a domno Wilielmo
episcopo anno Incarnationis dominicae DCCCCVI. Hic composuit passionem
sancti Salvatoris cum tribus responsoriis. Et ab apostolico romanae
sedis, et cunctorum episcoporum, qui in sancta synodo convenerant,
tribus annis ob poenitentiae causam ab episcopatu suspensus est_.