[1696] Antiquit. Ital., Dissert. XVIII et LXVII.
[1697] Sigonius, de Regno Ital.
[1698] Pagius, ad Annales Baron.
[1699] Struvius, Hist. German., in Vita Arnulf.
[1700] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.
[1701] Annales Fuldenses Freheri.
[1702] Antiquit. Ital., Dissert. XXI, p. 155.
Anno di CRISTO DCCCC. Indizione III.
BENEDETTO IV papa 1.
LODOVICO III re d'Italia 1.
BERENGARIO re d'Italia 13.
Fu in quest'anno, per attestato degli Annali pubblicati dal Freero, e di
Reginone[1703], eletto dai vescovi della Germania per loro re _Lodovico_
figliuolo legittimo del defunto _Arnolfo_, benchè in età puerile; e di
tale elezione diedero essi avviso a _papa Giovanni_ con una lettera che
si legge nella Raccolta de' concilii[1704]. _Zventebaldo_ ossia
_Zventeboldo_, fratello bastardo d'esso Lodovico, era già in possesso
del regno della Lorena. Se gli ribellarono quei popoli con darsi a
Lodovico; perlochè insorse la guerra; ma rimasto ucciso in un fatto di
armi esso Zventebaldo, finì presto quel rumore. Abbiamo nella suddetta
Raccolta dei concilii un'altra lettera scritta al medesimo papa Giovanni
dai vescovi della Baviera, che dee appartenere all'anno presente, non
potendosi differir più tardi, quando sia certa, siccome pare, la morte
di papa Giovanni IX in questo medesimo anno. E tanto più perchè vi si
dice già eletto il nuovo re Lodovico: il che, siccome abbiam detto,
accadde nel principio dell'anno corrente. Quivi sono menzionati
_progenitores serenissimi senioris_ (ora diciam _signore_) _nostri,
Ludovici videlicet imperatoris_. Qualche guastatore degli antichi testi
in vece di _regis_ avrà quivi posto _imperatoris_; non essendo probabile
che tal titolo si desse a quel re fanciullo, perchè dai soli romani
pontefici questo si conferiva, nè si sa che alcuno in questi tempi
l'usurpasse in pregiudizio de' papi. Infatti di sotto è mentovato
_juvenculus rex noster_. Pretendono que' vescovi affatto calunniosa la
voce sparsa, ch'essi avessero fatta pace con gli Ungheri, _atque, ut in
Italiam transirent, pecuniam dedisse_. Soggiungono appresso: _Quando
vero Hungaros Italiam intrasse comperimus, pacificare cum eisdem
Sclavis, teste Deo, multum desideravimus, quatenus tamdiu spatium
darent, quamdiu Langobardiam nobis intrare et res sancti Petri
defendere, populumque christianum divino adjutorio redimere liceret. Et
nec ipsum ab eis obtinere potuimus._ In fine con un poscritto aggiugne
_Teotmaro arcivescovo_ juvavense, ossia di Salisburgo: _Sed quia Dei
gratia liberata est Italia, quando citius potero, pecuniam vobis
transmittam_. Essendo mancato di vita _papa Giovanni IX_, a cui si dice
scritta questa lettera, avanti il settembre dell'anno presente,
conseguentemente prima di quel tempo erano per la prima volta venuti a
devastar l'Italia i fierissimi Ungheri. Laonde o nell'anno presente o
nel precedente s'ha da mettere il principio di questa orribil tempesta,
che per tanti anni dipoi flagellò e devastò la misera Italia. Il
continuatore degli Annali pubblicati dal Freero[1705] sotto quest'anno,
nel quale egli depose la penna, scrive, che mentre i Bavaresi uniti coi
Boemi davano il guasto alla Moravia, _Avari qui dicuntur Ungari, tota
devastata Italia_ (manca qualche parola) _ita ut occisis episcopis
quamplurimis, Italici contra eos depellere molientes, in uno praelio uno
die ceciderint viginti millia_ (numero forse troppo ingrandito). _Ipsi
namque eadem via, qua intraverunt, Pannoniam regressi sunt_. Reginone,
o, per dir meglio, qualche suo continuatore poco perito della
cronologia, riferisce all'anno seguente, cioè fuor di sito, come ha
ancor fatto di altri avvenimenti, la deplorabil rotta data dagli Ungheri
all'esercito degl'Italiani. Ma, per quanto s'è detto, appartiene quella
calamità o al presente o all'antecedente anno. _Gens Hungarorum_, scrive
questo autore, _Langobardorum fines ingressa, caedibus, incendiis ac
rapinis crudeliter cuncta devastat. Cujus violentiae ac belluino furori
quum terrae incolae in unum agmen conglobati resistere conarentur,
innumerabilis multitudo ictibus sagittarum periit; quamplurimi episcopi
et comites trucidantur_. Aggiugne che _Ludmardo_ (vuol dire _Liutuardo_)
vescovo di Vercelli, già da noi veduto ministro favorito di Carlo il
Grosso imperadore, e in fine suo nemico, volendo scappare dalla crudeltà
di questi Barbari, che doveano essere arrivati fino a Vercelli, mentre
conduceva seco gl'immensi tesori da lui raunati nel suo ministero di
corte, disavvedutamente incappò nei medesimi masnadieri ungheri, che gli
tolsero la vita, e più volentieri le di lui ricchezze.
Ma il racconto più individuato dei primi affanni recati dagli Ungheri
all'Italia s'ha dallo storico Liutprando[1706]. Certamente egli falla
nella cronologia, perchè dopo aver narrata la morte di Arnolfo re di
Germania e l'assunzione al trono di Lodovico suo figliuolo, succeduta
nell'anno presente, ed altri avvenimenti de' susseguenti anni, seguita a
scrivere così: _Paucis vero interpositis annis, quum nullus esset, qui
in orientali ac australi plaga Hungaris resisteret (nam Bulgarorum
gentem atque Graecorum tributariam fecerant) immenso innumerabilique
collecto exercitu miseram petunt Italiam_. Appresso narra la prima
irruzion di costoro in Italia. Verso la metà di marzo entrarono pel
Friuli, e senza fermarsi nè ad Aquileia, nè a Verona (ch'egli chiama
_munitissimas civitates_ non senza maraviglia di chi legge, perchè
Aquileia atterrata da Attila non si sa che risorgesse mai più, e lo
confessa altrove[1707] lo stesso Liutprando), passarono alla volta di
Ticino, _quae nunc alio excellentiori vocabulo Papia vocatur_, quasichè
quella città prendesse questo nome dai papi, dall'ammirativo _papae_,
come alcuni gramaticucci han sognato, o fosse _patria pia_. Sorpreso
dalla comparsa di queste non mai più vedute genti straniere il re
Berengario, spedì tosto pressantissimi ordini per tutta la Lombardia,
Toscana, Camerino e Spoleti, e radunò un esercito tre volte più copioso
di quello degli Ungheri. Con queste forze andò contra de' Barbari, i
quali accortisi dello svantaggio, rincularono fino all'Adda, e
passaronlo a nuoto colla morte di molti. Inseguiti sempre dall'esercito
cristiano, giunsero al fiume Brenta, dove abbiamo anche veduto che
l'Anonimo nonantolano mette la battaglia funesta al popolo italiano.
Quivi trovandosi alle strette, mandarono al re Berengario supplicandolo
di volerli lasciar andare in pace, con esibirsi di restituire tutti i
prigioni e tutta la preda, e di obbligarsi di non ritornare mai più in
Italia: al qual fine gli darebbono in ostaggio i loro figliuoli. Non
dovea sapere Berengario il proverbio: _A nemico che fugge, fagli i ponti
d'oro_. S'ostinò egli in non volere dar loro quartiere, figurandoseli
tutti già scannati o presi. Portata questa inumana risposta agli
Ungheri, li trasse alla disperazione, ingrediente efficace per
accrescere il coraggio nelle zuffe. Però risoluti di vendere ben cara la
vita loro, improvvisamente vennero ad assalire i Cristiani che
dolcemente attendevano a bere e mangiare, senza aspettarsi una tal
improvvisata. Non fu quello un fatto d'armi; fu un macello di chiunque
non ebbe buone gambe; e a niuno si perdonò: tanto erano inviperiti que'
cani. Da lì innanzi niuno degl'Italiani ebbe più cuore di far fronte a
costoro, che vittoriosi scorsero dipoi per la Lombardia, e sul finir
dell'anno si riducevano in Ungheria, per tornar poscia nell'anno
appresso in Italia. Non potè di meno, che per questa imprudenza, e per
sì lagrimevol perdita fatta o nel presente anno o nel precedente, non
restasse screditato ed avvilito il re Berengario; e possiam
conghietturare che anche da questo sinistro di lui successo prendesse
animo _Lodovico re di Provenza_ per condurre, come io credo, la prima
volta l'armi sue in Italia. Liutprando[1708] scrive, che nato qualche
dissapore fra Berengario e _Adalberto II marchese_ di Toscana, questi,
ad istigazione specialmente di _Berta_ sua moglie, donna al maggior
segno ambiziosa, mosse gli altri principi d'Italia ad invitare il
suddetto re Lodovico alla conquista di questo regno. È anche da credere
che nel trattato avessero mano i Romani, giacchè si osserva che
Berengario non potè ottener la corona imperiale, e questa poi fu sì
facilmente conceduta al suddetto Lodovico. Anche il panegirista di
Berengario attesta[1709] che il promotore di questa venuta del re
Lodovico fu Adalberto marchese di Toscana con dire:
_Quarta igitur Latio vixdum deferbuit aestas,_
_Hac ratione iterum solito sublata veneno_
_Bellua, Tyrrhenis fundens fera sibila ab oris,_
_Sollicitat Rhodani gentem: cui moribus auctor_
_Temnendus Ludovicus erat, sed stirpe legendus;_
_Berengario genesi conjunctus quippe superba._
Come poi questo poeta parli qui di un _anno quarto_, dopo aver detto che
nell'_anno terzo_ Lamberto Augusto terminò sua vita, non si sa ben
comprendere. Dall'anno 896, in cui stabilirono pace insieme Lamberto e
Berengario, si può intendere che corsero tre anni, nel _terzo_ de'
quali, cioè nell'anno 898, Lamberto diede fine a' suoi giorni. Pel
_quarto_, in cui Lodovico re di Provenza calò in Italia, pare ch'egli
intenda l'anno 899, e che non abbia conosciuto o abbia confuso le due
diverse venute di questo re mentovate da Liutprando, con dirne una sola.
Comunque sia, in quest'anno è certa la discesa d'esso Lodovico in
Italia; e questa la credo io la prima sua venuta. Accenna il Sigonio due
diplomi[1710] dati dal re Berengario in _Verona IV idus martias_, e
_XIII kalendas novembris_ dell'anno presente. E due altri dati dal re
Lodovico _pridie idus octobris_ in corte _Olonna_, e _pridie kalendas
novembris_ del medesimo anno in _Piacenza_. Quest'ultimo si legge presso
l'Ughelli[1711]. Ho io prodotto altrove[1712] un privilegio da lui
conceduto nel febbraio dell'anno seguente a _Pietro vescovo_ di Arezzo,
da cui si ricava, che dataglisi la città di Pavia, quivi in una gran
dieta de' vescovi, marchesi e conti del regno d'Italia (circa il
principio di ottobre dell'anno presente), _Venientibus vobis_ (dice
egli) _Papiam in sacro palatio, ibique electione, et omnipotentis Dei
dispensatione, in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus,
cunctisque item majoris inferiorisque personae ordinibus facto_, ec. Nè
perdè egli tempo per andare a Roma, dove gli dovea già essere stata
promessa la corona e il titolo d'imperadore. In un altro suo diploma,
parimente da me pubblicato[1713], egli comparisce in _Olonna_ presso a
Pavia nel dì 14 di ottobre dell'anno presente, e conta l'_anno primo_
del regno d'Italia.
Aveva intanto la morte rapito il buon _papa Giovanni IX_, e in luogo suo
era stato sustituito papa _Benedetto IV_. Prima del dì 31 d'agosto
convien credere che seguisse l'elezione e consecrazione di questo
pontefice, dacchè abbiamo una sua bolla spedita pel vescovo di Lione
_Angrino_, e data[1714] _II kalendas septembris anno domni Benedicti
papae primo, anno II post obitum Landeberti imperatoris Augusti,
Indictione III_, cioè nell'anno presente. E in quest'anno medesimo
credette il padre Pagi[1715], e credeva anch'io una volta, che Lodovico
avesse conseguito in Roma la corona e il titolo imperiale; ma, per le
ragioni che addurrò, ciò avvenne solamente nell'anno appresso.
Reginone[1716], o, secondo me, chi fece senz'ordine di cronologia delle
giunte alla storia di Reginone, scrive all'anno 897 avvenimenti che
debbono appartenere all'anno presente: cioè, che _inter Ludovicum et
Berengarium in Italia plurimae congressiones fiunt; multa certaminum
discrimina sibi succedunt. Novissime Ludovicus Berengarium fugat, Romam
ingreditur, ubi a summo pontifice coronatus, imperator appellatur_.
Altre memorie non ci restano per chiarire, se veramente in quest'anno
succedessero tali combattimenti fra Lodovico e Berengario. E qui si
osservi che il buon Liutprando non fa menzione alcuna della promozion di
_Lodovico_ alla dignità imperiale, ed assai mostra di non averne avuta
contezza: il che ci dee rendere cauti a credere tutto quanto fu scritto
da lui de' tempi alquanto lontani dall'età sua. Accadde nell'anno
presente mutazion di dominio nel principato di Benevento[1717].
_Radelchi_ ossia _Rodelgiso II principe_ di quella contrada, assai facea
conoscere la sua semplicità e debolezza con lasciarsi governare alla
cieca da un certo Virialdo, uomo di malignità sopraffina. Costui
trattava alla peggio i Beneventani, moltissimi ne cacciò in esilio, e
costoro si ricoveravano tutti a Capoa sotto la protezione di _Atenolfo
conte_ e signore di quella città. Aveva Atenolfo, siccome personaggio
attento a' suoi interessi, fatto dei gran maneggi per ottenere una
figliuola di _Guaimario I principe_ di Salerno, in moglie per _Landolfo_
suo figliuolo, ma senza mai poterla spuntare, tuttochè si esibisse di
riconoscere lui per suo sovrano, come aveano fatto in addietro i conti
di Capoa. A queste nozze sempre si oppose _Jota_, sorella del fu _Guido
duca_ di Spoleti e moglie d'esso Guaimario, la quale per essere _ex
regali stemmate orta_, abborriva d'imparentarsi con chi ella pretendeva
suddito suo. Vi si opposero anche i parenti d'esso Atenolfo, banditi e
dimoranti in Salerno. Il perchè, stanco di questi rifiuti, fece Atenolfo
pace con _Atanasio II, vescovo_ e duca di Napoli, ed accasò il figliuolo
_Landolfo_ con _Gemma_ figliuola d'esso Atanasio. Intanto i fuorusciti
beneventani andavano stuzzicando e animando Atenolfo ad occupar la città
e il principato di Benevento, e menarono così accortamente questo
trattato, che una notte rotte le serrature di quella città,
v'introdussero Atenolfo; e dopo aver preso Radelgiso, concordemente col
popolo proclamarono principe esso Atenolfo, il quale con umili maniere e
molti doni seppe ben cattivarsi in breve l'amore di que' cittadini.
L'Ughelli, seguitando la scorta di alcuni storici napoletani, mette la
morte del suddetto _Atanasio_ II, vescovo di poco gloriosa memoria, ed
anche duca di Napoli, nell'anno 895. Ma probabilmente egli visse oltre a
quell'anno; e se la di lui figliuola Gemma fosse stata presa per moglie
in quest'anno dal figliuolo di Atenolfo (parendo verisimile che suo
padre Atanasio fosse allora vivo), converrebbe differir la morte di
questo vescovo almen sino all'anno presente. In luogo di lui certo è che
_Gregorio_ (nipote suo, se non erro) fu creato duca di Napoli. Da uno
strumento riferito dal Campi[1718] si vede che in quest'anno nel dì 25
di settembre _per Indictione quarta domna Ageltruda olim imperatrix
augusta_ fa un cambio con _Majone abbate_ di San Vincenzo del Volturno,
acquistando una corte e chiesa posta nel piacentino, e ch'essa
continuava ad abitare nel ducato di Spoleti.