[1673] Antiq. Ital., Dissert. X.
[1674] Anonym., in Paneg. Bereng., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[1675] _Berengario._
[1676] Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 97.
[1677] Gratianus Dist. XXXIII, cap. 28.
[1678] Baluz., in Append. ad Marcam Hispan. de Marca.
[1679] Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.
[1680] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 763.
[1681] Mabill., Append. ad Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCXCVIII. Indizione I.
TEODORO II papa 1.
GIOVANNI IX papa 1.
LAMBERTO imperadore 7 e 5.
ARNOLFO imperadore 3.
BERENGARIO re d'Italia 11.
Succedette in quest'anno ciò che narra Liutprando istorico[1682] di
_Adalberto II_, duca e marchese di Toscana: cioè, ch'egli insieme con
_Ildebrando_ molto potente conte (non si sa di qual città) si ribellò da
_Lamberto imperadore_, e raunata una competente armata, s'incamminò alla
volta di Pavia. _Tantae quippe_ (dice egli) _Adalbertus erat potentiae,
ut inter omnes Italiae principes, solus ipse cognomento diceretur
dives_. Aggiugne ch'egli avea per moglie _Berta_, la quale in prime
nozze con _Teobaldo conte_ di Provenza avea partorito _Ugo conte_ e
_marchese_, che vedremo all'anno 926 essere creato re d'Italia. Questa
altera donna figliuola del già _Lottario re_ della Lorena, quella fu che
spinse il marito a prendere le armi contra dell'Augusto Lamberto.
Passato per monte Bardone, giunse egli col suo poco agguerrito esercito
tino a Borgo san Donnino fra Parma e Piacenza. Intanto avvertito di
questa mossa Lamberto, mentre godeva il divertimento suo favorito nella
foresta di Marengo, senza aspettar che si unisse l'armata sua, con soli
cento cavalli venne frettolosamente incontro ad Adalberto. Trovata la di
lui gente immersa in un profondo sonno per aver votate nel giorno
innanzi le botti, le diede addosso, e sopra quanti arrivò, sfogò la
collera sua. Ildebrando ebbe la fortuna di salvarsi colla fuga. Non così
avvenne al duca della Toscana. Colto in una greppia, dove s'era
appiattato, e condotto alla presenza di Lamberto, che gli diede
solennemente la berta, fu condotto prigione con altri a Pavia. Gli
autori più antichi ci descrivono l'imperador Lamberto, come giovane di
non molto cuore e di minore sperienza nell'armi; e qui Liutprando cel fa
conoscere un Marte. Contuttociò si può ben credere che Liutprando nella
sostanza del fatto non si sia ingannato. Era in Pavia esso Lamberto nel
dì 27 di luglio di quest'anno, siccome costa da un privilegio da lui
conceduto ai canonici di Parma, e da me dato alla luce con queste
note:[1683] _VI kalendas augusti anno Incarnationis Domini DCCCXCVIIII_,
(sarà l'anno pisano, cioè secondo l'era volgare anno 898) _domni quoque
Lamberti piissimi imperatoris VI, Indictione I. Actum Papiae urbe
ticinensi_. Dopo soli quattro mesi di pontificato, per quanto si crede,
_papa Romano_ passò a miglior vita. In luogo suo fu eletto _Teodoro II_,
pontefice che non tenne la sedia di san Pietro più di venti giorni, ma
che meritava per le sue virtù di tenerla lunghissimo tempo. Di lui così
scrive Frodoardo[1684]:
_Dilectus clero Theodorus pacis amicus,_
_Bis senos_ (denos) _romana dies, qui jura gubernans,_
_Sobrius et castus, patria bonitate refertus,_
_Vixit pauperibus diffusus amator et alter._
_Hic populum docuit connectere vincula pacis;_
_Atque sacerdotes concordi, ubi junxit honore,_
_Dum propriis revocat disjectos sedibus, ipse_
_Complacitus rapitur decreta sede locandus_.
Si venne ad un'altra elezione. Elesse una parte del popolo _Sergio_
prete, il quale, se vogliam credere a Liutprando, era anche stato,
siccome già dicemmo, eletto nell'anno 891, in concorrenza di papa
Formoso, e poi rifugiato in Toscana sotto la protezione di _Adalberto
II_ duca. Ma più possanza ebbe il partito contrario, da cui fu non
solamente eletto, ma consecrato _Giovanni IX_. E questi poi cacciò in
esilio tanto il suddetto Sergio, quanto altri Romani di lui fautori:
_Pellitur electus patria quo Sergius urbe,_
_Romulidumque gregum quidam traduntur abacti._
Così scrive Frodoardo. E però si comprende che non già nell'anno 891
seguì la elezione e la decadenza di Sergio, ma bensì nell'occasion di
questa sede vacante. Nell'epitaffio del suddetto Sergio, che arrivò
finalmente anch'egli ad essere papa, si legge che questo _Giovanni IX_
papa fu un usurpatore del pontificato:
_Romuleosque greges dissipat iste lupus._
Comunque sia, toccò a _Sergio_ il di sotto in questa occasione, e le
poche memorie che restano di Giovanni IX, cel danno a conoscere per uomo
molto saggio e pio. Siccome egli era della fazione di papa Formoso, così
ebbe principalmente a cuore di risarcire il di lui onore. A tal fine
poco dopo la consecrazione sua raunò un concilio in Roma, dove furono
stabiliti alcuni capitoli, da' quali si ricava non poca luce per
conoscere il sistema di questi tempi[1685]. Prima d'ogni altra cosa fu
annullato il concilio tenuto da papa Stefano VI contra del defunto papa
Formoso, e condannati alle fiamme i suoi processi e decreti, come
affatto illegittimi e disordinati, perchè fatti contra di un cadavero
che non può dir le sue ragioni. Dato fu il perdono al clero che
intervenne a quel sinodo; e decretato che la traslazione d'esso Formoso
dal vescovato di Porto al papato non passasse in esempio, perchè era
vietato dai canoni il passaggio da una chiesa all'altra senza qualche
grande necessità della Chiesa; e però non si ammettevano allora vescovi
al pontificato romano. Furono approvati e rimessi nel loro grado tutti i
vescovi, preti e cherici ordinati dal suddetto papa Formoso; confermata
l'elezione ed unzione di _Lamberto imperadore_; riprovata ed annullata
la barbarica di _Arnolfo, quae per subreptionem extorta est_. Fu
ratificata la scomunica contra Sergio, Benedetto e Marino, preti della
Chiesa romana, e contra Leone, Pasquale e Giovanni, diaconi della sede
apostolica, siccome principali promotori della scandalosa procedura
contra di papa Formoso; ed intimata la medesima censura a chiunque _ad
capiendum thesaurum_ avea tratto dal sepolcro il cadavero d'esso papa, e
poi gittato nel Tevere. Miriamo dipoi in questo concilio il decreto che
dal padre Pagi vien creduto fatto da _Stefano VI_ papa, e già riferito
all'anno precedente, intorno al non consecrare il nuovo papa eletto, se
non coll'approvazione dell'imperadore e alla presenza de' suoi legati.
Erasi già introdotto l'abbominevole abuso, che morendo il papa, correva
il popolo a dare il sacco al palazzo pontificio, con passare anche un
tal furore addosso ad altri luoghi entro e fuori di Roma: il che avea
servito d'esempio per fare lo stesso ad altre città. Fu proibito un tale
eccesso: _Quod qui facere praesumserit, non solum ecclesiastica censura,
sed etiam imperiali indignatione feriatur_.
Terminato questo concilio, si portò _papa Giovanni_ a Ravenna, per
abboccarsi coll'imperadore Lamberto, e trattar seco di concerto de'
comuni bisogni. Si raunò quivi ancora un concilio di settantaquattro
vescovi, e v'intervennero i due suddetti primi luminari della
Cristianità. Uno dei capitoli ivi stabiliti è questo per parte
dell'imperadore, bastevolmente indicante la di lui sovranità. _Si quis
Romanus, cujuscumque sit ordinis, sive de clero, sive de senatu, seu de
quocumque ordine, gratis ad nostram imperialem majestatem venire
voluerit, aut necessitate compulsus ad nos voluerit proclamare, nullus
eis contradicere praesumat; et neque eorum res quisquam invadere vel
depraedari, aut eorum personas in eundo, vel redeundo, vel morando,
inquietare praesumat, donec liceat imperatoriae potestati eorum causas,
aut personas, aut per nos aut per missos nostros deliberare. Qui autem
eos inquietare eundo, vel redeundo, vel morando tentaverit, vel eorum
quidpiam rerum auferre, postquam nostram misericordiam proclamaverint,
imperialis ultionis indignationem incurrat_. Fra gli sconcerti degli
anni passati dovea essere stato messo ostacolo in Roma a chi volea
ricorrere e appellare al tribunale dell'imperadore. Lamberto volle che
sussistesse nell'antico suo vigore questo suo diritto. Conferma inoltre
l'imperadore _privilegium sanctae romanae Ecclesiae, quod a priscis
temporibus per piissimos imperatores stabilitum est_. Volle dipoi il
pontefice che Lamberto Augusto, i vescovi e baroni approvassero il
concilio romano, poco dianzi _pro causa domni Formosi sanctissimi papae,
non invidiae zelo, sed rectitudinis gratia canonice peractum_. E
perciocchè negli stati della Chiesa romana per gli anni addietro erano
state commesse immense ruberie, incendii e violenze; perciò fece istanza
all'imperadore, _ut alia impunita non dimittatis_. Soggiunge: _Ut
pactum, quod a beatae memoriae vestro genitore domno Widone, et a vobis
piissimis imperatoribus, juxta praecedentem consuetudinem, factum est,
nunc reintegretur, et inviolatum servetur_. Chiamavasi _Patto_ la
signoria di Roma, dell'Esarcato e della Pentapoli, che chiunque
desiderava d'essere imperadore, confermava per patto ai romani pontefici
con un nuovo diploma. Forse il barbaro re Arnolfo mancò alla giusta
confermazione di questi patti. Dice inoltre il papa che erano stati
alienati illecitamente alcuni beni patrimoniali, ed anche alcune città,
ed altre cose contenute in esso Patto, senza esprimere se da' suoi
predecessori oppure dagl'imperadori; ed esige che tali alienazioni sieno
annullate nel concilio. E perciocchè in addietro s'erano fatte _in
territoriis beati Petri_ delle adunanze illecite dai Romani, Longobardi
ed anche Franzesi, _contra apostolicam et imperialem voluntatem_; vuole
che con un decreto dell'imperadore e del sinodo sieno proibite per
l'avvenire. Finalmente espone il papa lo stato miserabile cui era
ridotta la santa Chiesa Romana, perchè non le restavano rendite da
mantenere il clero, e da aiutare i poverelli; ed avendo egli trovata
quasi distrutta la patriarcal basilica lateranense, avea ben inviato
gente per tagliar travi da risarcirla, ma ne era stato impedito dai
malviventi d'allora il tagliamento. Però scongiura l'imperadore,
acciocchè dia mano a quella fabbrica, e adoperi l'autorità sua per
rimettere in migliore stato la Chiesa romana. Fa questo concilio
conoscere che questo _papa Giovanni_ era personaggio di vaglia, ma
eletto al governo della nave in tempi troppo burrascosi, che
peggiorarono anche di più andando innanzi.
Per altro abbiamo dal panegirista di Berengario[1686] che ne' due
precedenti anni e nel presente ancora si godè in Italia una buona pace e
un felice raccolto delle campagne:
_Tertia mox tamen hunc Latio produxerat aestas._
_Ubere telluris potientem pace sequestra._
Ma non giunse al fine di quest'anno l'_imperadore Lamberto_, giovane
dotato di bellissime doti, di costumi pudici, e di grande espettazione,
se fosse più lungamente vivuto, come s'ha da Liutprando. Dilettavasi
egli forte della caccia, e il suo luogo favorito per tal sollazzo era il
bosco di _Marengo_ nel territorio dove fu poi fabbricata la città
d'Alessandria. Dura tuttavia un castello in quelle parti che porta il
nome di Marengo, mentovato da Leandro Alberti e dal Magino. Quivi nel dì
30 di settembre confermò egli a _Gamenolfo vescovo_ di Modena i
privilegii della sua chiesa, con un diploma accennato dal Sigonio, e
pubblicato dipoi dal Sillingardi, che si legge ancora presso
l'Ughelli[1687]. Esso fu dato _anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII,
domni quoque Lamberti piissimi imperatoris VII, pridie kalendas octobris
Indictione secunda_. Un altro diploma d'esso Lamberto ho io esposto alla
luce[1688], dato nel dì 3 di settembre, in favore della chiesa d'Arezzo,
che ha le medesime note del precedente. Sul principio dunque d'ottobre
dovette succedere la non naturale morte del suddetto imperador Lamberto.
Era egli alla caccia, e cadutogli sotto il cavallo, mentre a briglia
sciolta perseguitava non so qual fiera, l'infelice principe si ruppe il
collo e morì. Ecco le parole del suddetto panegirista di Berengario:
_ . . . . . . . Studio jam vadit in altos_
_Venandi lucos, cupiens sibi mittier aprum_
_Informem, aut rapidis occurrere motibus ursum;_
_Avia sed postquam nimio clamore fatigant_
_Praecipites socii, ipse uno comitante ministro._
_Dum sternacis equi foderet calcaribus armos,_
_Implicitus cecidit sibimet sub pectore collum,_
_Abrumpens teneram colliso gutture vitam._
Questa fu la pubblica voce che si sparse allora della maniera di sua
morte, lo attesta anche Liutprando[1689] con dire: _Ajunt sane, hunc
regem, dum in luco Marinco venaretur (est enim ibidem mirae magnitudinis
et amoenitatis lucus, adeo venationibus aptus) et sicut moris est, apros
effreni consectaretur equo, cecidisse, collumque fregisse_. Ma soggiugne
appresso, esserci stata un'altra fama, creduta da lui più verisimile, e
divulgata dappertutto. Cioè, che avendo Lamberto fatto decapitare
_Maginfredo_ conte di Milano a cagion di sua ribellione, conferì quel
posto ad _Ugo_ di lui figliuolo, che _Maginfredo_ o _Magnifredo_ vien
appellato anch'egli nell'antico codice della cesarea biblioteca, e
colmollo anche d'altri benefizii, affinchè dimenticasse la disgrazia
occorsa a suo padre. Anzi perchè in questo giovinetto all'avvenenza si
univa un nobile ardire, se gli affezionò talmente esso Lamberto, che il
voleva sempre ai suoi fianchi, nonchè in sua corte. Trovandosi soli
amendue alla caccia, aspettando che passasse qualche cinghiale, fu preso
Lamberto dal sonno; e allora Ugo, prevalendo più in lui l'ira per la
morte del padre, che il favore di Lamberto, e la memoria de' benefizii
ricevuti e del giuramento prestato, con un bastone gli ruppe il collo,
facendo poi correre voce che la caduta da cavallo gli avesse abbreviata
la vita. Stette nascoso per alcuni anni il fatto, ma presentossi
occasione in cui lo stesso Ugo lo rivelò al re Berengario. Anche
l'autore della Cronica della Novalesa[1690] lasciò scritto, che per mano
del figliuolo dell'ucciso Maginfredo conte tolta fu la vita a Lamberto,
mentre erano alla caccia. _Spina Lamberti_ era chiamata una volta la
terra che oggidì ha il nome di Spilamberto vicina al Panaro e a San
Cesario, e nel distretto di Modena. Di sopra vedemmo all'anno 885 che
l'antico monaco nonantolano, da cui abbiamo la vita d'Adriano I papa,
pretese così nominato quel luogo _a casu Lamberti_, con aver anche
creduto altri scrittori che Lamberto fosse stato con una spina tolto di
vita da Ugo. Ma queste son favole troppo leggermente nate, e che non
meritano d'essere confutate.
Altro non ci voleva che questo impensato accidente per far risorgere la
fortuna del _re Berengario_. Strano ben può sembrare uno strumento
d'acquisto fatto da _Everardo vescovo_ di Piacenza della metà della
Rocca di Bardi, scritto[1691], _Berengario rege, anno regni ejus in
Italia decimo, mense augusto, Indictione prima_. All'agosto dell'anno
presente appartiene questa indizione; e però potrebbe dedursi di qua che
fosse prima mancato di vita l'imperador Lamberto, e che Piacenza già
ubbidisse al re Berengario: il che non si può accordare colle notizie
recate di sopra. Ma quella carta o patisce delle difficoltà, oppure non
fu assai attentamente letta, e stampata per conseguente con qualche
sbaglio. Certo nell'agosto dell'anno presente 898 correva l'_anno
undecimo_, e non già il _decimo_, del regno di Berengario; e però nulla
si può stabilire con quest'atto dubbioso, se pur non è qualche cosa di
peggio. Ora portata al re Berengario la nuova del morto suo emulo, non
si fece egli pregare a volare a Pavia, dove fu senza aperta opposizion
ricevuto, con darsi a lui tutte l'altre città già signoreggiate da
Lamberto. Rapporta l'Ughelli[1692] un suo diploma in favore di _Azzo_
vescovo di Reggio, _VIII idus novembris anno Incarnationis Domini
DCCCXCVIII, anno vero domni Berengarii serenissimi regis XI, Indictione
I. Actum Papiae palatio regio._ Trovò egli, per testimonianza di
Liutprando[1693], carcerato in essa città di Pavia _Adalberto II_ duca e
marchese di Toscana, con altri. Li rimise egli tutti in libertà e in
possesso de' loro governi e beni; e perciò anche la Toscana cominciò a
riconoscerlo per suo re e sovrano. Vi restava il ducato di Spoleti, che
potea fare resistenza, perchè al governo di quelle contrade dimorava
tuttavia la vedova _imperadrice Ageltruda_, madre del defunto Lamberto
Augusto. Si trattò amichevolmente di concordia; e da un importante
diploma[1694], esistente nell'archivio di San Sisto di Piacenza, si
comprende che Berengario guadagnò quell'altera donna, col concederle,
secondo i corrotti costumi di questi tempi, due monisteri a disposizione
di essa, e col confermarle tutti i beni suoi propri, o a lei donati sì
dal marito Guido, che dal figliuolo Lamberto. Il diploma fu dato
_kalendis decembris, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi
DCCCXCVIII, anno vero regni Berengarii gloriosissimi regis XI, per
Indictionem II. Actum civitate Regiae_: cioè, a mio credere, in Reggio
di Lombardia. Sotto essa carta Berengario aggiunse di suo pugno le
seguenti parole: _Promitto ego Berengarius rex tibi Ageltrudae, relictae
quondam Widoni imperatoris, quia ab hac hora, ut deinceps, amicus tibi
sum, sicuti recte amicus amico esse debet. Et cuncta tua praeceptalia
concessa a Widone, seu a filio ejus Lamberto imperatoribus, nec tollo,
nec ulli aliquid aliquando tollere dimitto injuste._ C'è motivo di
credere che per tal via il ducato di Spoleti venisse all'ubbidienza del
re Berengario. Forse anche seguitò Ageltruda a governar quel ducato,
giacchè non s'ode più parlare di _Guido duca_ e marchese, di cui fu
fatta menzione all'anno 896. Sul principio di questo, _Odone_, re di una
parte della Francia, morendo, aprì la strada a _Carlo il Semplice_, re
dell'altra, d'impadronirsi di tutto il regno. Intanto _Arnolfo_ re di
Germania per le sue infermità languiva, nè operò più cosa degna di
considerazione. Molto meno pensava all'Italia. E se lo Struvio[1695] col
prendere senza esame le parole di Liutprando storico, giunse a scrivere
ch'egli in questo anno per la terza volta calò in Italia, e perseguitò
_Guido imperadore_, non mostrò già discernimento critico, e tanto meno
dopo aver detto innanzi che lo stesso Guido qualche anno prima era
mancato di vita. Varii altri moderni scrittori hanno asserito lo stesso,
ma loro mancavano que' tanti lumi che ha dipoi guadagnato la storia, e
de' quali poteva e dovea valersi questo autore tedesco.