NOTE:

[1636] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 10.

[1637] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.

[1638] Antiquit. Ital., Dissert. VIII.

[1639] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.

[1640] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5. in Episcop. Veronens.

[1641] Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 3.

[1642] Annales Fuldenses Freheri.

[1643] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 8.

[1644] Hermann. Contract. in Chron. edition. Canisii.

[1645] Antiquit. Itali. Dissert. XLI, pag. 739.

Anno di CRISTO DCCCXCVI. Indiz. XIV.

BONIFAZIO VI papa 1.

STEFANO VI papa 1.

LAMBERTO imperadore 5 e 3.

ARNOLFO imperadore 1.

BERENGARIO re d'Italia 9.

Mentre il _re Arnolfo_ col suo esercito svernava in Toscana, abbiamo

dagli Annali di Fulda presso il Freero[1646] che si sparse voce,

_Berengarium nepotem ejus_ (cioè Berengario piuttosto zio che nipote

suo) _a fidelitate sua defecisse, et in Italiam jam per hoc reversum

esse. Adalpertum videlicet marchionem Tusciae mutuis colloquiis

Berengarii, ne aliquo modo ad regis fidelitatem intenderet_. Manca qui

qualche parola: tuttavia si comprende avere Arnolfo avuto sentore _che

Adalberto II_, duca e marchese di Toscana, e il _re Berengario_

maneggiassero sott'acqua una ribellione contra di lui: il che conturbò

non poco l'esercito suo e lui. Nè era senza fondamento tal fama. Il

vedere che Arnolfo due volte era calato in Italia, non per aiutare, come

si credeva, alcuni de' principi in essa dominanti, ma per soggiogarli

tutti, non potea piacere neppure ai principi contendenti fra loro. Dalle

parole ancora suddette potrebbe nascere dubbio che l'ambizioso e barbaro

Arnolfo sotto qualche pretesto avesse confinato in Germania il re

Berengario; e ch'egli, come se la vide bella, se ne tornò in Italia, con

darsi poi a strignere lega col duca di Toscana, mal soddisfatto

anch'esso del procedere d'Arnolfo. Ma nel Bullario casinense v'ha un suo

diploma, dato _V nonas martii, anno dominicae Incarnationis DCCCXCVI,

domni vero Berengarii regis IX. Actum Veronae._ Questo ci fa vedere o

ch'egli non era partito da Verona, o v'era ritornato, ed esercitava

l'autorità regale. In questa ambiguità di pensieri prese Arnolfo la

risoluzion di passare a Roma, per prendervi la corona dell'imperio,

figurandosi che fatto questo passo, gli sarebbe più agevole il dissipar

chiunque si scoprisse contrario ai suoi voleri. Per istrade cattive, e

con gran perdita di cavalli arrivò colà. Ma in Roma ancora trovò quello

che non si aspettava. _Ageltruda_ vedova del defunto imperador Guido,

donna di viril coraggio, per sostenere i diritti dell'Augusto _Lamberto_

suo figliuolo, avea prevenuto l'arrivo di esso Arnolfo, e con un buon

nerbo di gente entrata in Roma, s'era accinta alla difesa non men di

quella gran città che della città Leonina. Parve irrisoluto Arnolfo alla

vista di questo inaspettato ostacolo; ma veggendo irritate le sue

squadre da qualche villania lor detta dai Romani che guardavano le mura,

e tutte avide di combattimento, diede l'ordine per un generale assalto.

Liutprando narra un avvenimento[1647] che ha tutta la ciera d'una

favola: cioè che scappando una lepre verso la città, accompagnata dalle

grida grandi dell'esercito d'Arnolfo, cadde il cuore per terra ai

difensori di Roma: del che accortisi i soldati di Arnolfo, diedero

l'assalto alla città Leonina, e la presero. Per questo anche i Romani

capitolarono la resa di Roma. Certo è che Roma venne per forza alle mani

d'Arnolfo, e che _papa Formoso_, perseguitato, e forse imprigionato

dalla fazione di _Sergio_, unita coll'Augusta Ageltruda, fu rimesso in

libertà. Concertata dipoi la coronazione imperiale, tutto il senato

romano colla scuola dei Greci e colle bandiere e croci andò a ricevere

Arnolfo a Ponte Molle, e fra gl'inni e cantici sacri il condusse alla

basilica vaticana, nelle cui scalinate si trovò papa Formoso, che con

amore paterno l'accolse, ed introdottolo nel sacro tempio, quivi il creò

ed unse imperadore Augusto, con porgli in capo l'imperial corona. Da lì

a pochi dì Arnolfo, dopo aver dati molti ordini pel governo della città

e per la sicurezza del pontefice, fece raunare in san Paolo il popolo

romano, e da essi ricevette il giuramento di fedeltà secondo il rito

antico. Tale fu quel giuramento: _Juro per haec omnia Dei mysteria, quod

salvo honore et lege mea, atque fidelitate domni Formosi papae, fidelis

sum et ero omnibus diebus vitae meae Arnolfo imperatori, et numquam me

ad illius infidelitatem cum aliquo homine sociabo. Et Lamperto filio

Agildrudae_ (adunque era mancato di vita Guido Augusto suo padre, nè si

trovò in questo sconvolgimento di cose, come vuole il panegirista di

Berengario e Liutprando) _et ipsi matri suae ad secularem honorem

numquam adjutorium praebebo. Et hanc civitatem Romam ipsi Lamberto et

matri ejus Agildrudae, et eorum hominibus per aliquod ingenium, aut

argumentum non tradam._ S'era Ageltruda, per attestato di

Reginone[1648], segretamente ritirata da Roma, allorchè furono per

entrarvi le milizie d'Arnolfo. Presso il Campi[1649] si veggono due

diplomi conceduti dal novello imperadore Arnolfo in favore del monistero

delle monache di san Sisto di Piacenza. È dato il primo _VII kalendas

maii, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, anno imperii

ejus primo. Actum Romae._ L'altro fu dato a richiesta di papa Formoso

_kalendis maii_ colle stesse note. Anche l'Ughelli[1650] riporta un

altro diploma d'Arnolfo, con cui conferma i suoi diritti al monistero di

san Salvatore di monte Amiate. Ivi son queste note: _Signum domni

Arnulphi invictissimi imperatoris Augusti. Data IV kalendas martii die,

anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, anno regni Arnulphi

regis in Francia nono, Italia tertio. Actum Romae._ Lascerò io

considerare ai lettori, perchè questo diploma sia dato da Arnolfo, già

dichiarato imperadore, senza poi far menzione in esso dell'_anno primo_

dell'imperio; e se sia da credere ch'egli fosse dichiarato imperador de'

Romani prima del dì 27 di febbraio di quest'anno, che fu bisestile. Noi

abbiamo appreso dai suddetti due sicuri documenti del monistero

piacentino che Arnolfo era in Roma nel dì primo di maggio; e gli Annali

freeriani[1651] ci fan sapere che _ipse XV tamdem die, postquam venerat,

ab urbe digressus est_. Adunque non potè il diploma amiatino essere dato

nel febbraio. Forse invece di _martii_ si avrà da leggere _maii_. Il

padre Papebrochio e il p. Pagi, che fondarono su questo documento alcuni

loro raziocinii, certamente non posarono il piè sicuro. Dopo le funzioni

suddette, Arnolfo fece prendere Costantino e Stefano, due de' principali

baroni di Roma, come rei di lesa maestà, per avere introdotta in Roma

l'imperadrice Ageltruda, e legati seco li condusse in Baviera: _Urbem

vero ad suas manus custodiendam Faroldo cuidam vassallo concessit_.

Erasi ritirata l'imperadrice vedova _Ageltruda_ nella città di Spoleti.

Mosse a quella volta Arnolfo con pensiero di coglierla o di scacciarla

di là. Ma sopravvenutagli una grave infermità di capo (Reginone le dà il

nome di paralisia), in vece di accudire a questa impresa, ebbe da

pensare a scappar d'Italia, dove non si fidava più di fermarsi, per gli

tanti nemici ch'egli aveva, o si era fatto colle sue crudeltà e co' suoi

ambiziosi disegni. Però con isforzate marcie il più tosto che potè,

prima del fine di maggio, si ritirò dipoi per la via di Trento in

Baviera, seco conducendo la pericolosa malattia onde era stato assalito.

Secondochè lasciò scritto Liutprando[1652], fu attribuito questo suo

malore alla sagacità della suddetta Augusta Ageltruda, assediata da esso

Arnolfo nel castello di Fermo, perchè le riuscì di guadagnar coll'oro un

domestico del medesimo Arnolfo, e di fargli dare un sonnifero che gli

sconcertò la testa e la sanità in maniera, che non si riebbe mai più. Ma

questa è verisimilmente una diceria, divulgata fra il popolo che troppo

inclina a credere soprannaturali, o effetti della umana malizia, alcuni

mali, massimamente de' gran signori. Altre cose soggiugne dipoi

Liutprando, cioè che _Guido re_ (questi era imperadore e morto molto

prima) prese ad inseguire il quasi fuggitivo Arnolfo. E che esso

Arnolfo, giunto che fu a monte Bardone sul Parmigiano, determinò di

cavar gli occhi a Berengario, per tenere più sicuramente da lì innanzi

l'Italia. Ma avvertitone Berengario da un amico suo cortigiano, se ne

scappò frettolosamente a Verona: dopo di che tutti gl'Italiani

cominciarono a sprezzare Arnolfo. Parimente racconta Liutprando, che,

giunto esso Arnolfo a Pavia, e svegliatasi una sedizione del popolo, fu

fatta tanta strage della di lui gente, che n'erano piene le cloache

tutte di quella città. E perciocchè Arnolfo non potea passar per Verona,

marciò pel Piemonte ad Ivrea, città governata da _Anscario marchese_,

uomo timidissimo, che s'era dianzi ribellato. Giurò allora Arnolfo di

non partirsi prima di sotto a quella città, se non aveva nelle mani

Anscario. Ma i cittadini, fatto uscir di città Anscario, per poter

veridicamente giurare che egli era fuggito, ottennero da Arnolfo di

restare in pace. Finalmente dice Liutprando, che Arnolfo pel Mongivì e

per la Savoia passò ai proprii paesi. Tutte immaginazioni e tradizioni

false, perchè il continuatore degli Annali di Fulda, autore

contemporaneo, e però più degno di fede, attesta, siccome abbiam veduto,

che Arnolfo da Spoleti a dirittura venne a Trento, ed uscì d'Italia

prima che fosse spirato il mese di maggio. In somma la storia di questi

tempi si truova assai maltrattata dai più antichi scrittori. Falla di

molto anche la Cronica di Reginone[1653], che sotto quest'anno ci vuol

far credere accaduta la morte di _Lamberto imperadore_, e l'entrata in

Italia di _Lodovico_ figliuolo di _Bosone re_ di Provenza. Chiaramente

vedremo la falsità di tali racconti, nè è da credere che vengano da

Reginone. Le stimo io giunte, disordinatamente fatte alla di lui

Cronica, quantunque il padre Mabillone[1654] ed altri le prendessero per

buona moneta. Lasciò Arnolfo, prima di abbandonare l'Italia[1655],

_Rotoldo_ suo figliuolo bastardo al governo di Milano, credendo in tal

guisa di tenere in ubbidienza il popolo d'Italia. Ma gl'Italiani

alzarono il capo, e Ratoldo fu costretto a tornarsene pel lago di Como

in Germania. _Lamberto_ imperadore, per quanto si può scorgere, non fu

pigro ad accorrere in queste parti e a ripigliare il possesso di Milano

e di Pavia col rimanente della Lombardia. _Maginfredo_ ossia

_Magnifredo_ conte di Milano, ed anche marchese della marca di Milano,

come si può dedurre da Ermanno Contratto[1656] dall'anno 895, perchè

avea tenuto forte pel partito del re Arnolfo, ebbe, d'ordine di

Lamberto, tagliata la testa; e ad un suo figliuolo e ad un suo genero

toccò la pena di perdere gli occhi. Vo' io credendo che in questa

occasione patisse dei grandi affanni la città di Milano, perchè a' tempi

di Landolfo seniore, storico di Milano[1657] del secolo undecimo, durava

la tradizione che un _Lamberto_ re d'Italia avea fatto un aspro

trattamento alla città di Milano, con averla assediata e presa con

inganno, dove poi fece un'orrida strage dei cittadini, distrusse i

palagi, le torri e l'altre belle fabbriche e fortificazioni di quella

nobil città. Pieno di favole e d'anacronismi è questo racconto di

Landolfo, copiato poi da Galvano Fiamma[1658], perchè suppone vivuto

questo re _Lamberto_ circa l'anno 570, e prima che i Longobardi

calassero in Italia: sbaglio inescusabile, e testimonio della somma

ignoranza di que' secoli, perchè solamente circa cento ottanta anni

dappoi fiorì questo Landolfo. Dice egli ancora che _Ilduino_ era allora

duca di Milano, e che Lamberto fu poi ucciso alla caccia in un bosco con

una _spina_ da _Azzo_ figliuolo di questo Ilduino. Tuttavia chiara cosa

è che egli intende di parlare dell'imperador Lamberto, siccome apparirà

dalla maniera della sua morte. E però dalle sue popolari fole abbastanza

traluce ch'esso Lamberto dovette maltrattare non poco la città di Milano

a cagion di sua ribellione. Ordinariamente non sono senza qualche

fondamento simili tradizioni de' popoli. Anche il re _Berengario_ dal

canto suo (giacchè venne in questi tempi a mancar di vita _Gualfredo

duca_ e marchese del Friuli, che ribellatosi a lui s'era dato ad

Arnolfo) ritornò in possesso di Verona e del Friuli, con istendere il

suo dominio fino all'Adda; con che si può credere che Brescia ancora e

Bergamo venissero alla di lui ubbidienza. Ho io pubblicato[1659] un suo

diploma dato _pridie kalendas decembris, anno Incarnationis Domini Jesu

Christi DCCCXCVI, regni vero domni Berengarii serenissimi regis IX, per

Indictionem XV. Actum Corte Aquis_. Vedemmo di sopra all'anno 881 un

diploma di Carlo il Grosso, scritto _Aquis Palatio_. Non so se abbia che

fare con questa _Corte Aquis_, la qual senza fallo non può essere

_Aiqui_ città del Monferrato, perchè fin là non si stendeva la

giurisdizione di Berengario.

I disgusti dati dai Romani a _papa Formoso_, prima che giungesse a Roma

Arnolfo, ed accresciuti a dismisura dappoichè egli se ne fu partito, il

fecero finalmente soccombere al peso degli affanni, se pure non

intervennero mezzi anche più violenti per troncare il corso di sua vita,

perchè egli era incorso nell'odio non solo della maggior parte di quel

popolo, ma anche di _Lamberto imperadore_, contra del quale aveva esso

pontefice alzato al trono imperiale il germanico re Arnolfo. Il cardinal

Baronio[1660] dopo Onofrio Panvinio, differì la morte di questo papa

sino al dicembre dell'anno presente, fondato sull'asserzione di Adamo

Bremense, che scrivea circa l'anno 1080 la sua storia. Ma il padre

Pagi[1661] con addurre due bolle di _papa Stefano VI_ suo successore,

date nell'agosto e settembre di quest'anno, ha mostrata la insussistenza

di tale opinione. Quel che è più, il continuatore degli Annali di

Fulda[1662] pubblicati dal Freero, autore, per quanto pare,

contemporaneo, scrive mancato di vita questo pontefice _die sanctae

Paschae_. Ed Ermanno Contratto[1663] anche egli scrive che _Formoso papa

die Paschae obiit_. Ma neppur questo si può credere, qualora esistano i

due diplomi, dati da Arnolfo imperadore in Roma sul fine di aprile e nel

dì primo di maggio pel monistero di san Sisto, che si sono accennati di

sopra. Nel dì 4 di aprile cadde la Pasqua nell'anno presente.

Confessando il medesimo Annalista freeriano che Arnolfo non si fermò in

Roma più di quindici dì, ed essendo egli stato senza dubbio coronato

imperadore da papa Formoso, per necessità non dovette accader la sua

morte nel dì di Pasqua. Lo storico suddetto freeriano ne fa menzione

solamente, dappoichè Arnolfo fu ritornato in Germania. Può essere che un

dì si scuopra qualche documento, onde venga assai lume per decidere

questo punto. Intanto è certo che a papa Formoso, dopo tre giorni di

sede vacante, succedette _Bonifazio VI_, pontefice efimero, perchè non

più che quindici giorni durò il suo pontificato. La podagra quella fu

che il portò all'altro mondo, secondo gli Annali freeriani suddetti; nè

fu già cacciato dalla sedia, come pretende il cardinal Baronio, tuttochè

veramente Giovanni IX papa nel concilio romano dell'anno 898 riprovasse

la di lui elezione. Si venne pertanto ad eleggere un nuovo papa, e

questi fu _Stefano VI_, di fazione contraria al defunto papa Formoso.

Sulle prime mostrò egli di approvare l'operato da lui nella persona

d'Arnolfo, con riconoscere anch'egli per imperadore, come costa da una

sua bolla citata dal padre Pagi, e data nel dì 20 d'agosto dell'anno

precedente, _imperante domno piissimo Augusto Arnulfo a Deo coronato

magno, imperatore, anno primo_. Ma da lì a poco o perchè fosse cacciato

di Roma il ministro lasciatovi da Arnolfo, o per gli potenti maneggi di

Lamberto Augusto, e per l'inclinazione dello stesso papa, riconobbe egli

_Lamberto_ per legittimo imperadore. Un'altra sua bolla rapportata dal

padre Dachery[1664], si vede scritta sotto l'_indizione XV_, cominciata

nel settembre di quest'anno, _imperante domno nostro Lamberto piissimo

Augusto, a Deo coronato magno imperatore_. Otto mesi poi dopo

l'assunzione sua arrivò questo pontefice ad un eccesso che renderà

sempre detestabile la memoria sua nella Chiesa di Dio; perchè egli fatto

disotterrare il cadavero di _papa Formoso_, e con una ridicola funzione

degradatolo in un concilio non assistito dallo Spirito Santo, lo fece

gittar nel Tevere, e dichiarò nulle tutte le sue ordinazioni, e in primo

luogo quella dello stesso Formoso. Intorno a ciò è da vedere la storia

ecclesiastica e la difesa di Formoso negli opuscoli di Ausilio, il quale

ci ha conservata una notizia fra l'altre: cioè, che in un concilio

tenuto in Ravenna, dove intervennero quasi tutti i vescovi d'Italia, era

stata riconosciuta legittima ed approvata l'ordinazione di Formoso,

ancorchè egli dal vescovato di Porto fosse passato alla cattedra di san

Pietro. Appartiene a quest'anno la mutazione seguita nel principato di

Benevento, raccontata dall'Anonimo salernitano[1665], da Leone

Ostiense[1666] e da altre Cronichette presso Camillo Pellegrino. Non

potevano più sofferire i Beneventani l'orgoglioso governo de' Greci,

dominanti nella loro città. Comunicarono essi i lor desiderii a

_Guaimario I_ principe di Salerno; e questi a _Guido duca_ e marchese di

Spoleti. Passò all'assedio della città lo stesso Guido con copioso

esercito, e per molto tempo la strinse. Veggendosi a mal partito

_Giorgio patrizio_, quivi governatore per _Leone imperador_ de' Greci,

incitò i cittadini alla difesa. Altro non cercavano essi; e però prese

l'armi tanto i Greci che i Beneventani, uscirono di città, per dare

addosso ai nemici; ma secondo il concerto fatto, quei di Benevento si

diedero alla fuga, ritornando nella città, e seco trassero nella mischia

le genti di Spoleti. Giorgio patrizio, se volle salvar la vita, pagò

cinquemila soldi d'oro, e fu lasciato andare. Restò in potere di Guido

duca quella città col suo principato. Ma chi è questo _Guido_? Lo stesso

Anonimo salernitano il credette quel medesimo che abbiam veduto re

d'Italia ed imperadore, con iscrivere ch'egli tenne per _un anno e mesi

nove_ quel principato, e che portatosi in occasion della morte di Carlo

il Grosso Augusto, _adeptus est regalem dignitatem. Beneventum namque

imperatrix Racheltruda nomine_ (Ageltruda vuol dire) _regendum suscepit,

et praefuit Beneventanis anno uno et octo mensibus. In eamdem urbem

ingressa est pridie kalendas aprilis_, ec. Sicchè, secondo questo

autore, il conquistatore di Benevento fu _Guido imperadore_, e prima

ancora di essere creato re d'Italia: il che vuol dire che la conquista

di Benevento da lui fatta cadrebbe nell'anno 887. Ma ciò non può

sussistere, quanto al tempo, perchè, siccome abbiam veduto, i Greci

entrarono in possesso di Benevento nell'anno 891, e ne stettero padroni

quasi quattro anni. Immaginò il conte Campelli[1667] che questo _Guido_

fosse figliuolo secondogenito di _Guido_ imperadore creato duca di

Spoleti nell'anno 891, e che egli nell'anno 894 assediasse Benevento, e

se ne impadronisse nell'anno 895. Nè è senza qualche fondamento la sua

opinione per quel che dirò. Tuttavia meglio avrebbe fatto questo autore

col guardarsi dal produrre i sogni suoi dappertutto come verità

contanti, e dal descrivere i fatti da lui immaginati, quasichè coi

proprii occhi gli avesse veduti. Egli mette anche fuor di sito la morte

di Guido imperadore, e differisce quella di Lamberto Augusto suo

figliuolo fino all'anno 910, che è uno spaventoso anacronismo contro la

storia di questi tempi.

Potrebbe in vero sospettarsi che _Guido_ duca e marchese di Spoleti, di

cui fanno menzione le Croniche suddette, fosse stato il medesimo _Guido_

imperadore, il quale nell'anno 894, qualche mese prima della sua morte,

impiegasse le forze sue in conquistar Benevento. Pure un anonimo

cronista beneventano assai chiaramente racconta che dopo la morte d'esso

Augusto entrò _Guido_ duca e marchese in Puglia, e vi conquistò

Benevento, dove era già morto Giorgio patrizio, e comandava Teodoro

Turmoca: e che _Guaimario I_ principe di Salerno avea per moglie una

sorella di _Guido_ per nome _Jota_. Però possiam conghietturare che

questo Guido fosse fratello, o almeno parente di Lamberto imperadore.

S'erano impadroniti i Greci di Benevento nell'anno 891. Secondo le

Cronichette pubblicate da Camillo Pellegrino[1668], _tribus annis,

novemque mensibus et diebus viginti dominatio Graecorum tenuit

Beneventum, Samniique provinciam. Post hoc Guido marchense introivit in

Beneventum_. Ci conducono tali notizie ad intendere che nell'anno 894

Guido duca di Spoleti cacciò i Greci da Benevento. Vi stette egli

padrone _anno I, et mensibus VII_, oppure, come ha l'Anonimo salernitano

e il beneventano, _anno uno et mensibus octo_, ovvero _novem_: dopo il

qual tempo fu ceduto il principato beneventano a _Radelchi II_ ossia

_Radelgiso fratello_ dell'imperadrice Ageltruda. Da due diplomi d'esso

Radelgiso, che si leggono nella Cronica del monistero di Volturno[1669],

sufficientemente si può dedurre ch'egli nell'anno presente 896 cominciò

a contare gli anni del suo principato in Benevento. Nella suddetta

Cronica abbiamo un placito tenuto da Lodovico gastaldo _in beneventano

palatio in praesentia domnae Ageltrudis imperatricis Augustae, et domni

Radelchis principis_. Verisimilmente appartiene esso al presente anno.

Portò opinione il suddetto Camillo Pellegrino che Radelgiso II

ricuperasse la signoria di Benevento nell'anno 898. Ma certo fallò nei

suoi conti. L'Anonimo beneventano da lui pubblicato scrive: _postea vero

praefata imperatrix anno uno, et octo mensibus expletis, postquam Graji

Benevento fuerant expulsi, in eadem ingressa est pridie kalendas

aprilis, et paulo post longe superius nominatus Radelchis fratrem suum

beneventano principatui restituit, qui fere duodecim annis ab eo fuerat

expulsus_. Nell'anno 884, siccome è detto di sopra, _Radelchi_ ossia

_Radelgiso II_ cadde dal dominio di Benevento. Adunque avendolo _dopo

quasi dodici anni_ ricuperato, cadde tal fatto nell'anno presente. E

perciocchè in quella città nell'anno 894 ebbe fine il dominio de' Greci,

e Guido duca vi signoreggiò _un anno ed otto mesi_, dopo i quali, venuta

l'imperadrice Ageltruda a Benevento, ne rimise in possesso il fratello

Radelgiso; per conseguente nell'anno presente si dee credere restituito

a lui il principato beneventano. Quest'atto dipoi fa ch'io sospetti non

essere stato il suddetto _duca Guido_ figliuolo d'essa Ageltruda

Augusta, come immaginò il conte Campelli, perchè, secondo il costume

delle cose umane, non avrebbe ella tolto al figliuolo quell'insigne

dominio per darlo ad un fratello, e massimamente per averlo esso Guido

tolto colle sue forze dalle mani de' Greci. Nè si dee tacere che questo

Guido duca di Spoleti, appena impadronito di Benevento[1670], mandò in

esilio _Pietro vescovo_ di quella città, che pure l'avea aiutato a farne

l'acquisto. Se l'ebbero forte a male i Beneventani. Però da lì a quattro

mesi pentitosi Guido di questa sua imprudente azione, andò in persona a

Salerno, dove s'era rifugiato questo virtuoso prelato, ed avendolo

placato, il ricondusse a Benevento, con praticar poscia verso di lui

tutti gli atti di una vera benevolenza. Aggiugne inoltre che _praedictus

Marchio Spoletium perrexit, imperatorem Lambertum, ejusque matrem

imperatricem cernere cupiens; ibant enim Romam ad Apostolorum limina, et

idem ire gestiebat_. Danno ancora tali parole qualche indizio che questo

Guido marchese non fosse fratello di Lamberto imperadore. Nell'anno

presente si ha dal medesimo Cronista e dall'Anonimo beneventano, che

andando _Guaimario I_[1671], principe di Salerno colla consorte _Jota_

alla volta di Benevento per visitare il _duca Guido_ suo cognato,

fermatosi nella città di Avellino, vi ebbe la mala notte. Perciocchè

_Adelferio_, gastaldo d'essa terra, per fama corsa che Guaimario

macchinasse di farlo imprigionare, mise in prigione lo stesso Guaimario,

e nel dì seguente gli fece cavar gli occhi. A questo avviso il duca

Guido mosse l'armi sue contro di Avellino, e tanto tormentò colle

macchine di guerra e coll'assedio quella città, che Adelferio s'indusse

a mettere in libertà l'accecato Guaimario, e la maltrattata principessa

sua moglie, che se ne tornarono a Salerno non con quella allegrezza con

cui se n'erano partiti. Trovossi dipoi questo Adelferio in compagnia de'

Capuani, allorchè, secondo il solito, marciavano a saccheggiare il

territorio di Napoli, e fu preso dai Napoletani in una scaramuccia.

Guaimario spedì immantenente calde istanze ad _Atanasio vescovo_ e duca

di Napoli, per avere costui nelle mani, e a fine di farne vendetta. Ma

Adelferio ebbe maniera di fuggirsene e di salvarsi. Succedette in questo

anno una sanguinosissima guerra[1672] fra gli Ungheri e i Bulgari. In

due battaglie restarono sconfitti gli ultimi. Vennero alla terza, che fu

sommamente rabbiosa. Vi perirono da ventimila Bulgari a cavallo (del

quale numero io non vo' far sicurtà), maggiore nondimeno fu la strage

senza dubbio degli Ungheri, perchè loro toccò di andare sconfitti. Ma

presto vedrem costoro risorgere più che mai possenti e fieri, e portar

la rovina anche alla misera Italia.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 239 / 339 题