[1585] Annales Fuldenses Freheri.
[1586] Hermannus Contract., in Chron.
[1587] Chron. Casaurienses, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1588] Antiquit. Ital., Dissert. V et XXXIV.
[1589] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[1590] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5, in Append. ad Episcop. Aprut.
[1591] Antiquit. Ital., Dissertat. VIII.
[1592] Ibidem, Dissert. XXIX.
[1593] Ibidem, Dissert. VI.
[1594] Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 5.
[1595] Antiquit. Italic., Dissert. I.
[1596] Chron. Volturnens., P. II, tom. I, Rer. Ital.
[1597] Rer. Ital., P. I, tom. 2, pag. 279 et 291.
[1598] Pagius, ad Annales Baron.
[1599] Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 2.
[1600] Bibliotheca Patr., tom. 17.
[1601] Rer. Ital., P. II., tom. 1.
Anno di CRISTO DCCCXCIII. Indizione XI.
FORMOSO papa 3.
GUIDO imperadore 3.
LAMBERTO imperadore 2.
BERENGARIO re d'Italia 6.
Uomo inquieto e maligno era in questi tempi _Zventebaldo duca_ della
Moravia, chiamato anche re da talun degli storici. Di più benefizii
l'avea colmato _Arnolfo re_ della Germania, massimamente con dargli in
feudo la Boemia. Scoprì costui nell'anno presente il suo mal talento
contra dello stesso suo benefattore, laonde fu obbligato Arnolfo ad
impugnar la spada per mettere in dovere l'ingrato. Ma non parendo a lui
d'aver forze sufficienti per tale scabrosa impresa, chiamò in rinforzo
suo i nuovi abitatori della Pannonia, cioè gli Ungheri, iniquissima e
crudelissima gente, coi quali abbassò Zventebaldo, che fu costretto a
rendersi tributario di Arnolfo, e a dargli per ostaggio un suo
figliuolo, come s'ha da Reginone[1602]. Di questa risoluzione riportò
egli gran biasimo fra i Cristiani, perchè quella barbara schiatta imparò
le vie di nuocere alle circonvicine contrade, ma specialmente portò
dipoi la desolazione alla misera Italia. Prorompe qui in una
escandescenza Liutprando storico[1603] contra di Arnolfo, con dire fra
le altre cose: _Hungarorum cupidam, audacem, omnipotentis Dei ignaram,
scelerum omnium non insciam, caedis et omnium rapinarum solummodo avidam
in auxilium convocat: si tamen auxilium dici potest, quod paullo post,
eo moriente, tum genti suae, tum ceteris in Meridie Occasuque degentibus
nationibus grave periculum, immo excidium fuit. Quid igitur?
Zventebaldus vincitur, subjugatur, fit tributarius: sed Domino solus. O
caecam Arnulfi regis regnandi cupiditatem! O infelicem amarumque diem!
Unius homuncionis dejectio fit totius Europae contritio. Quid mulieribus
viduitates, patribusque orbitates, virginibus corruptiones,
sacerdotibus, populisque Dei captivitates, ecclesiis desolationes,
terris inhabitatis solitudines, caeca ambitio paras?_ Lascio il resto di
quelle giuste doglianze. Intanto andavano in Italia di male in peggio
gli affari del _re Berengario_, troppo soperchiato dalle maggiori forze
di _Guido imperadore_[1604]. Altro ripiego non avendo, si rivolse egli
al potentissimo e vittorioso re Arnolfo, con implorare il suo aiuto, e
suggettarsi in tutto, se gli dava assistenza per atterrar l'avversario,
e per fargli acquistar tutto il regno d'Italia. Pertanto spedì Arnolfo
in Italia _Zventebolco_, ossia _Zventebaldo_ o _Zuenteboldo_, suo
figliuolo bastardo, con un poderoso esercito, che unito con quel poco
che restava a Berengario, a dirittura s'inviò alla volta di Pavia per
farne l'assedio. V'era dentro l'imperador Guido, uomo di accortezza
militare e di non minor vigilanza provveduto. Avea egli barricato con
buone palizzate le rive di un fiumicello che bagna quella città, e quivi
disposto il suo accampamento in guisa tale, che l'esercito nimico non
potea nuocere al suo. Più giorni passarono senza che seguisse un menomo
badalucco. Vi fu un Bavarese che ogni dì caricava di villanie gli
Italiani, chiamandoli gente vile, che non osava di combattere, che non
sapea stare a cavallo; e per maggior loro vergogna un dì gli venne fatto
di levar di mano la lancia ad un Italiano, e di tornarsene con essa
tutto fastoso al suo campo. Adocchiò la boria di costui _Ubaldo_, padre
di quel _Bonifazio_, il quale poscia a' tempi di Liutprando storico fu
marchese di Camerino e di Spoleti; nè potendo digerir l'affronto fatto
da costui all'armata italiana, gli stette alla posta nel dì seguente, e
imbracciato lo scudo, andò ad incontrarlo, e lasciatolo ben caracollare,
all'improvviso se gli avventò dietro, e venuto seco a duello, gli passò
colla lancia il cuore. Da questo fatto presero ardire gl'Italiani,
terrore i Bavaresi. O sia che Guido in tale occasione si valesse della
possente interposizione della regina pecunia, come vuole Liutprando;
ovvero che il re Arnolfo richiamasse il figliuolo in Baviera, come
scrive il panegirista di Berengario[1605]: certo è che Zventebaldo se ne
tornò colle truppe in Germania, senz'altro avere operato in profitto di
Berengario che di raffrenare alquanto i progressi di Guido Augusto. Ma
questi appena mirò allontanato dall'Italia quel temporale, che più che
mai tornò ad incalzare l'emulo Berengario. Allora fu che Berengario
personalmente passò in Baviera per rappresentare con più efficacia la
prepotenza di chi era avversario non men suo che del re Arnolfo; e
supplicò di calar egli stesso in Italia, per prendere possesso di questo
regno, ch'egli poi riconoscerebbe come vassallo dalla di lui potente
mano. Abbiamo inoltre dal continuator degli Annali di Fulda[1606] che
anche _papa Formoso_ con sue lettere, e colla spedizione di molti baroni
d'Italia, sollecitò il re Arnolfo a questa spedizione, lamentandosi
ancora delle oppressioni fatte da Guido alla Chiesa romana. _Missi
autem_ (scrive quell'autore) _Formosi apostolici cum epistolis et
primoribus italici regni ad regem in Bajoaria advenerunt, enixe
deprecantes, ut italicum regnum, et res sancti Petri ad suas manus a
malis Christianis eruendum adventaret: quod tunc maxime a Widone tyranno
affectatum est_. Truovavasi allora il re Arnolfo in Ratisbona, e con
tutta onorevolezza accolti que' baroni e regalati, li rispedì in Italia,
promettendo di calarvi in breve anch'esso. Noi qui il vedremo frappoco,
conducendo seco una formidabile armata. Il panegirista di Berengario,
dopo avere raccontato che
_In monitu regis patrias Sinbaldus ad oras,_
seguita a dire:
_Tertia vix lunae se cornua luce replerunt,_
_Hic laetus patriam postquam concessit ad aulam;_
_En Wido agmen agens iterum renovare furores_
_Accelerat. Contra ductor[1607] depellere pestem._
_Instruit arma pius, tantosque recidere fastus._
_Nec latet Arnulfum, rursus succrescere bellum_
_Hesperia. Widonem etiamnum milite fretum_
_Affore, cervicesque procaci attollere fastu_
_Audiit,_ ec.
Perciò prese Arnolfo la risoluzion di venir egli stesso in Italia. Non
vuol dunque dire _tertia lunae cornua_ che nel mese di marzo dell'anno
891 Zventebaldo, chiamato Sinibaldo dal poeta, si ritirasse dall'assedio
di Pavia, come ha creduto taluno; ma bensì che erano appena passati tre
mesi dacchè esso Zventebaldo avea ricondotto dall'Italia in Baviera
l'esercito paterno, quando l'imperador Guido più ferocemente che prima
assalì il piccolo regno rimasto a Berengario, e che il re Arnolfo
determinò di venirne a far la vendetta in persona. Attesta il
Sigonio[1608] d'aver veduto dei diplomi dati da esso Arnolfo _anno
DCCCXCIII, V idus novembris Veronae_; e per conseguente, secondo lui,
sul principio di novembre dell'anno presente. Non ne ho io mai veduto
alcuno. So bensì che in esso giorno _V idus novembris_, dell'anno
presente Berengario si trovava in Verona, dove fece un dono all'insigne
monistero di San Zenone[1609]. Reginone[1610] poi pretende che Arnolfo
solamente nell'anno seguente si movesse verso l'Italia; e il
continuatore degli Annali di Fulda[1611] più precisamente scrive che
questo re celebrò il Natale di quest'anno (da cui i Tedeschi
cominciavano a contar l'anno nuovo) _in curte regia Weibilinga_, cioè
fra Maneim ed Eidelberga; e che dipoi intraprese il viaggio verso
l'Italia. Abbiamo anche da Frodoardo[1612], avere _Folco arcivescovo_ di
Rems dato avviso in quest'anno allo imperador _Guido_, che il suddetto
_re Arnolfo_ non volea pace con esso Guido. Verisimilmente accadde in
quest'anno ciò che viene scritto dall'Anonimo salernitano[1613]. Dacchè
i Greci s'erano impadroniti di Benevento e del suo principato, andavano
spiando le maniere di sottomettere al lor dominio quello ancora di
Salerno. Accadde che alcuni nobili salernitani banditi dalla lor patria
vennero a fissar l'abitazione in Benevento. Segretamente costoro
intavolarono un trattato con _Giorgio patrizio_, governatore di quella
città, promettendo di farlo entrare a man salva in Salerno. Vi accudì il
greco ministro, e fatta una massa di quanta gente potè dalla Calabria e
dalla Puglia, sotto colore di voler portare le armi contra de' Saraceni
abitanti al Garigliano, una notte s'istradò coll'esercito alla volta di
Salerno, le cui porte gli furono spalancate da chi dentro tenea mano coi
suddetti banditi. Era spedita per quella città; ma _Pietro arcivescovo_
di Benevento ed altri nobili beneventani, o perchè loro non piacesse il
maggiore ingrandimento de' Greci da loro malveduti, o perchè veramente
temessero di qualche trattato doppio, mostrarono renitenza ad entrare in
quella città, e intimidirono talmente il generale de' Greci, che tutti
frettolosamente se ne tornarono a Benevento, e in questa maniera restò
salvo Salerno. Scoprì poi _Guaimario I principe_ di quella città, i
traditori, e contuttociò loro perdonò. In questi tempi _Atenolfo conte_
e principe di Capoa teneva ora con _Atanasio II vescovo_ di Napoli, ora
con Guaimario, ed ora coi Greci, voltando vela a seconda dei venti. Di
esso Guaimario ho io riferito[1614] un diploma scritto all'anno 889, in
cui fa alcuni doni ad una chiesa fondata da _Guaiferio_ principe suo
padre. S'intitola Guaimario _imperialis patricius_ e dice d'essergli
stato conceduto dagl'imperadori _Leone_ ed _Alessandro_ di poter fare e
disfare, allegando _firmissimum praeceptum bulla aurea sigillatum_ de'
medesimi Augusti: il che fa intendere che in questi tempi il principato
di Salerno era dipendente dai greci imperadori. Ma dappoichè gl'ingordi
Greci tentarono d'impadronirsi di quella città, si può ben credere che
Guaimario prendesse delle altre misure.