NOTE:

[1525] Rhegino, in Chronico.

[1526] Annales Fuldenses Freherii.

[1527] Hermannus Contractus, in Chron.

[1528] Annales Fuldenses Freheri.

[1529] Rhegino, in Chronico.

[1530] Apud Miraeum, Cod. Donat., cap. 15.

[1531] Panegyr. Berengarii P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[1532] Annales Fuldenses Freheri.

[1533] Rhegino, in Chron.

[1534] Erchempertus, Hist., cap. 58.

[1535] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 6.

[1536] Anecdot. Latin. tom. 2.

[1537] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.

[1538] Annales Fuldens. Freheri.

[1539] Daniel, Hist. de France, tom. 2.

[1540] Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 5.

[1541] Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 6.

[1542] Labbe, Concil., tom. 9.

[1543] Annales Fuldenses Freheri.

[1544] Eccard., Rer. German., lib. 31.

[1545] Erchempertus, Hist., cap 81 et 82.

[1546] Anonymus, in Paneg. Berengarii, P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[1547] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 6.

[1548] Antiquit. Ital., Dissert. V.

[1549] Erchempertus, Hist., cap. 73, 75, 77 et 80.

[1550] Dandol., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCLXXXIX. Indiz. VII.

STEFANO V papa 5.

BERENGARIO re d'Italia 2.

GUIDO re d'Italia 1.

O non seguì il congresso di cui si era convenuto fra il _re Berengario_

e il _duca Guido_; o se seguì, non ne risultò accordo veruno, e fu

perciò rimessa alla decision dell'armi la contesa del regno. Accudirono

dunque amendue questi competitori nel verno e nella primavera a

rinforzar le loro armate: al che fu necessario gran tempo, perchè Guido

fece venir di Francia non poche brigate di combattenti. Veggonsi

descritte dal panegirista suddetto[1551] le di lui schiere. Cinquecento

fanti, calati dalla Francia, erano comandati da _Ascario_ ossia

_Anscario_ fratello di Guido. Menava trecento cavalli _Gaussino_;

altrettanti _Uberto_. Seguitavano le milizie della Toscana, se pure col

nome di _tyrrhena juventus_ non vuole il poeta disegnare _Spoleti_.

Venivano appresso mille soldati di _Camerino_. Poscia _Alberico_ con

cento pedoni, sperando di acquistarsi tal merito, che ne avesse poi in

ricompensa il ducato di Camerino. Concorse eziandio _Rinieri_ con altre

soldatesche, e _Guglielmo_ che menava trecento corazze. Condottier di

altrettante era _Ubaldo_, che fu padre di quel _Bonifazio_ che noi

vedremo a suo tempo duca potentissimo di Spoleti e di Camerino.

Succederono in fine alcune migliaia di gente avvezza non alle spade, ma

solo agli aratri. Tale era l'armata di Guido. Ragunò anche Berengario

quante genti potè. _Gualfredo_, che era, oppure che fu poi creato

marchese del Friuli, marciava alla testa di tremila Furlani. Veniva poi

_Unroco_ con due altri fratelli, tutti figliuoli di _Suppone_ già duca

di Spoleti, e dipoi, secondo le apparenze, duca di Lombardia, e suocero

probabilmente del re Berengario, conducendo mille e cinquecento corazze.

Marciavano _Leutone_ e _Bernardo_ suo fratello con mille dugento cavalli

tedeschi. Poscia un _Alberico_ con cinquecento altri cavalli, forse

anch'essi tratti dalla Germania. Succedevano poi altre soldatesche sotto

il comando di un _Bonifazio_, di un _Berardo_, di un _Azzo_ feroce e di

un _Olrico_, che era o fu poi marchese, e signoreggiava presso

all'Adriatico, oltre ad una gran folla di rustiche milizie. Non è a noi

possibile oggidì lo scifrare di quali città o luoghi fossero tutti

questi condottieri d'armi. Attesta il suddetto poeta che in quelle

armate alcuni vescovi ancora si trovarono maneggianti, in vece di

pastorali, spade e lance; ma per la riputazione del sacro lor ministero

non li vuol nominare. Regnava tuttavia in questo secolo un tale abuso,

del quale s'è parlato altrove. Si venne finalmente alla seconda giornata

campale, ma non già sul bresciano, come pensò Liutprando, ma, per quanto

si può conghietturare, alla Trebbia sul piacentino. Ho io dato alla luce

un diploma del medesimo Guido[1552], scritto _IX kal. maii anno

Incarnationis Domini DCCCLXXXVIIII, Indictione VIII, Actum Placentiae_.

Potrebbe questo documento comprovar ch'egli appunto si trovasse in

Piacenza nel dì 23 di aprile di quest'anno, cioè prima o dopo il

sopraddetto conflitto, se non che abbiam qui la _Indictione VIII_ che

non s'accorda coll'anno 889, ed appartiene all'anno susseguente,

convenendo per altro tutto il resto ad un autentico diploma. E si

osservi che quivi Guido conta già l'_anno II del regno_: segno ch'egli,

per non essere da meno di Berengario, avesse cominciato a dedurre il

principio del suo regno dalla morte di Carlo il Grosso; ma forse fu dato

quel diploma solamente nell'anno appresso. Abbiamo poeticamente

descritto questo fatto d'arme, che costò la vita a parecchie migliaia di

persone, dal panegirista di Berengario. Ma chi ne bramasse una più

minuta ed esatta descrizione, non ha che a leggere la storia di Spoleti

di Bernardino de' conti di Campello[1553], il quale, benchè vivesse e

scrivesse nell'anno 1672, pure dovette aver la fortuna di trovarsi

presente, e di mirar tutte le circostanze di quel sanguinoso conflitto,

ch'egli credette fatto sul bresciano, e ch'io più verisimilmente tengo

succeduto sul piacentino. Quantunque il poeta anonimo nel panegirico di

Berengario asserisca, aver la notte fatto ritirare ai lor campi le

infuriate armate di Berengario e di Guido; pure il suo silenzio e gli

effetti succeduti danno abbastanza ad intendere che ne riportò la peggio

Berengario. Scrive Reginone[1554], che dopo insorta la gara fra questi

due principi, _tanta strages ex utraque parte postmodum facta est,

tantusque humanus sanguis effusus, ut juxta dominicam vocem, regnum in

se ipsum divisum, desolationis miseriam paene incurrerit. Ad postremum

Wido victor existens, Berengarium regno expulit_. Ma non sussiste che

riuscisse a Guido di cacciar Berengario fuori del regno. Questi tenne

sempre saldo il ducato del Friuli, e fece sua residenza in Verona.

Soggiornava egli in questa medesima città nel dì 10 di settembre del

presente anno, come costa da un suo diploma ch'io ho pubblicato[1555],

le cui note sono: _Data IV idus septembris anno Incarnationis Domini

DCCCLXXXVIII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis II,

Indictione VIII. Actum Veronae_. Il truovo io anche in Cremona, e

padrone tuttavia di Brescia nel dì 18 d'agosto, ciò apparendo da un suo

diploma pubblicato dal Margarino, e dato _XV kalendas septembris anno

Incarnationis Domini DCCCLXXXIX, anno vero regni domni Berengarii II.

Indictione VII_. Liutprando[1556] attesta che nella seconda battaglia,

_quum maxima strages fieret, fuga se se Berengarius liberavit_.

Ragionevolmente dunque si può credere che dopo rimasto in questa campal

giornata depresso Berengario, venisse in mano di Guido Pavia e Milano

con altre città della Lombardia.

Non ho io saputo intendere perchè il padre Pagi[1557] parli delle due

suddette battaglie solamente all'anno 892. Senza qualche fatto d'arme

non sarebbe entrato Guido in possesso di Pavia e della Lombardia. Ora

noi abbiamo, che stando esso Guido nella città di Pavia, avendo fatta

raunare in quella città una gran dieta di vescovi delle città a lui

suggette, si fece solennemente eleggere re d'Italia. L'atto di questa

elezione si truova dato alla luce nella mia Raccolta _Rerum

italicarum_[1558], e di nuovo nelle mie Antichità italiche[1559].

Ricordano que' vescovi in esso decreto _bella horribilia_, _cladesque

nefandissimas_ fino allora succedute, e tanti mali, che sarebbe

impossibile il contarli o scriverli. Aggiungono aver eglino consentito

di accettare per re Berengario (senza nondimeno nominarlo) _volentes

nolentesque minis diversis et suasionibus inretiti furtive ac

fraudulenter_. Dicono di più che i nemici, _superveniente perspicuo

principe Widone bis jam fuga lapsi, ut fumus, evanuerunt_; il che è da

temere che fosse dettato dall'adulazione. Pertanto di comun parere

eleggono _praefatum magnanimum principem Widonem ad protegendum et

regaliter gubernandum nos in regem et seniorem_, ec., giacchè egli si è

obbligato di amare e di esaltar la santa Chiesa romana, e di conservare

i diritti dell'altre chiese, e le leggi de' popoli, e di non permettere

le rapine, e di volere la pace. Non si sa che il _re Guido_ facesse

altra impresa in quest'anno, avendo egli probabilmente atteso ad

assicurarsi dei voti favorevoli dei suddetti vescovi, e a ridurre in suo

potere quelle città della Lombardia che tardavano ad umiliarsi alla

fortuna delle armi di lui. All'incontro _Berengario_ è da credere che si

applicasse tutto a fortificarsi in Verona, e a cercar soccorsi dalla

Germania, siccome in fatti vedremo all'anno susseguente. Nel presente la

vedova imperadrice _Angilberga_ presentendo o temendo che _Arnolfo re_

di Germania meditasse d'impadronirsi del regno d'Italia, ricorse a lui

affinchè le confermasse i beni da lei goduti in esso regno; e a tal fine

spedì in Germania _Ermengarda_ sua figliuola, regina di Provenza, vedova

del re Bosone. Vien rapportato dal Campi[1560] quel diploma, dato _II

idus junii anno dominicae Incarnationis DCCCLXXXIX, Indictione VII, anno

secundo piissimi regis Arnulfi. Actum Forachen_. Ma Ermengarda per altri

più importanti affari s'era portata in Germania, siccome vedremo.

Abbiamo accennato di sopra che circa questi tempi si cominciarono a

conoscere in Germania e in Italia gli _Ungri_, o vogliamo dire gli

_Ungheri_. Ora si vuol aggiugnere la terribile descrizione di questa

fiera nazione, che poi divenne il flagello dell'Italia, a noi lasciata

descritta da Reginone[1561] sotto quest'anno. _La ferocissima gente_,

dice egli, _degli Ungheri, più crudel d'ogni fiera, non mai udita nè

nominata in Occidente ne' secoli addietro, uscì dai regni della Scitia,

cioè della Tartaria, e dalle paludi del fiume Tanai. Costoro non

coltivano se non di rado la terra, non hanno casa o tetto, non luogo

stabile; ma_ (a guisa degli Arabi) _coi loro armenti e colle loro gregge

vanno qua e là vagando, conducendo seco le mogli e i figliuoli sopra le

carrette coperte di cuoio, delle quali in tempo di pioggia e di verno si

servono in vece di case. Gran delitto è presso di loro il furto. Non

appetiscono l'oro e l'argento, come fan gli altri uomini. Il loro

piacere è nella caccia e nella pesca. Si cibano di latte e miele. Non

usano vesti di lana, supplendo al bisogno con pelli di fiere per

guardarsi dai freddi continui nelle loro contrade. Spinti costoro fuori

del proprio paese da altri Tartari chiamati Pezinanti, perchè non

bastava alla cresciuta lor popolazione quella terra, vennero nella

Pannonia; e scacciati o sottomessi gli Unni, appellati anche Avari_

(benchè Tartari anch'essi di nazione), _s'impadronirono di quel regno:

di là cominciarono a far delle scorrerie nella Bulgaria, nella Moravia e

nella Carintia, uccidendo pochi colle spade, ma molte migliaia di

persone colle saette, scagliate da loro con tal maestria, che

difficilmente se ne possono schivare i colpi. Non sanno combattere da

vicino in forma di battaglia. Combattono a tutta corsa coi cavalli,

fingendo di quando in quando di fuggire, e bene spesso quando talun si

crede di averli vinti, si truova più che mai in pericolo di esser

vinto._ Negli Usseri moderni, discendenti da essi, dura anche oggidì

parte di questi loro costumi. Seguita a dire: _Vivono a guisa di fiere,

e non d'uomini; e fama è che mangino carne cruda, e bevano sangue.

Inumani al maggior segno, in quei cuori non entra compassione o

misericordia alcuna. Si radono il crine sino alla cute. Con gran cura

insegnano ai loro figliuoli e servi l'arte del cavalcare e saettare.

Gente superba, sediziosa, fraudolenta; e truovasi la medesima ferocia

nelle femmine che nei maschi: gente di poche parole, ma di molti fatti._

Tali erano gli Ungri, da' quali prese la Pannonia il nuovo nome

d'Ungheria, popolo nefando, la cui crudeltà in breve si vedrà venir a

desolare il meglio dell'infelice Italia. Cedreno[1562] dà a questa

barbarica nazione anche il nome di _Turchi_, nome che si stendeva a non

poche popolazioni della Tartaria, e si è udito già più volte ne' secoli

antecedenti.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 232 / 339 题