NOTE:

[1505] Annal. Franc. Freheri.

[1506] Du-Chesne, Rer. Francor., tom. 2.

[1507] Regino, in Chronico.

[1508] Baron., Annal. Eccl.

[1509] Mabillon., in Annal. Benedictin.

[1510] Annales Fuldenses Freheri.

[1511] Annal. Fuldenses Lambecii.

[1512] Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 1.

[1513] Erchempertus, Hist., cap. 58.

[1514] Erchemperto, Hist., cap. 61.

[1515] Dandol., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.

[1516] Rhegino, in Chronico.

Anno di CRISTO DCCCLXXXVII. Indiz. V.

STEFANO V papa 3.

CARLO il GROSSO imperad. 7.

Trovavasi l'_imperador Carlo_ dopo Pasqua a Guibelinga fra Maneim ed

Eidelberga[1517], quando comparve alla sua corte _Berengario duca_ del

Friuli, informato che gli soprastava una gran tempesta per la violenza

usata in Vercelli contra di _Liutvardo vescovo_ di quella città, da noi

già veduto sì potente appresso di questo Augusto. Si seppe così ben

maneggiare Berengario, che placò lo sdegno dell'imperadore, _et magnis

muneribus, contumeliam, quam in Liutwardum priori anno commiserat,

componendo absolvit_, come s'ha dagli Annali di Fulda presso il Freero.

Sembra adunque ch'egli rifacesse a Liutvardo, e con usura, i danni

recati a lui in Italia. Mancò di vita in quest'anno _Bosone re_ di

Provenza e della Borgogna inferiore nel dì 11 di gennaio. Restò di lui

un figliuolo partoritogli da _Ermengarda_ figliuola di _Lodovico II_

imperadore, a cui fu posto il nome di _Lodovico_ in onore dell'avolo

materno. Abbiam veduto quanto odio portassero i re della Gallia e della

Germania a Bosone, perchè usurpatore di sì bella parte della monarchia

franzese. Ma Bosone favorito dalla propizia disposizione di questi

tempi, si mantenne la corona in capo; e, quel che è più da stupire, il

suddetto suo figliuolo Lodovico, che non potea aver compiuti i dieci

anni, portossi nel presente anno alla corte dell'imperadore Carlo, per

pagargli i tributi del suo ossequio, e dichiararsi suo vassallo. Piacque

tanto all'imperadore quest'atto, che avuto anche riguardo alla

parentela, l'accolse con singolare onorevolezza, e non finì la faccenda

che l'adottò per suo figliuolo. _Suscepit ad hominem_ (cioè per

vassallo), _sibique adoptivum filium constituit_, dicono gli Annali

suddetti. Se ne ricordi il lettore, perchè questo Lodovico si farà

conoscere dopo alquanti anni in Italia, e il vedremo anche imperador de'

Romani. Andava intanto declinando in esso Carlo imperadore la sanità del

corpo, e non men quella della mente. Aprissi con ciò una favorevol

congiuntura per abbattere la fortuna di Liutvardo vescovo di Vercelli, a

chiunque de' baroni e cortigiani o dall'invidia o dai giusti motivi era

animato contra di lui. Verisimile è, che se Berengario duca era tuttavia

alla corte, o almeno che gli amici suoi si sbracciassero per atterrar

questa torre. L'arme, con cui ottennero il loro intento, fu la calunnia.

Il continuator degli Annali di Fulda presso il Lambecio[1518], che

sparla forte di questo vescovo, giugne fino a dire ch'egli era eretico,

e che sosteneva essere il Signor nostro Gesù Cristo _unum unitate

substantiae, non personae_. Niente è più facile che il sognare od

inventar tutto contra chi è in odio al pubblico. Ma quello che diede il

crollo a Liutvardo, fu l'avere gli Alemanni nemici suoi fatto credere

all'imperadore, che fra lui e l'_imperadrice Riccarda_ passasse

un'indecente amicizia, perchè egli praticava assai familiarmente con

esso lei. Bastò questa sola ombra all'imperadore per cacciare

vituperosamente da sè il dianzi sì caro e potente ministro, e per

ispogliarlo di tutte le sue cariche, senza dar luogo a ragione alcuna in

contrario. Da lì poscia a pochi giorni, fatta venir l'imperadrice nel

consilio de' suoi ministri, vomitò anche contra di lei il suo sdegno, e

con istupore di tutti protestò di non averla mai toccata in dieci anni

di matrimonio passati con lei. Crebbe la maraviglia all'incontro

all'udire Riccarda protestare, che non solamente il marito Augusto niun

commercio aveva avuto con lei, ma neppure altra persona; e ch'ella era

vergine, esibendosi di provare questa sua asserzione col giudizio di

Dio, cioè o col duello da farsi da qualche campione per lei, o dalla

pruova dei vomeri infocati ch'ella stessa farebbe: riti praticati

dall'ignoranza di questi barbari secoli, e disapprovati sempre dai saggi

tra i Cattolici. Con ciò difese ella bastevolmente l'innocenza sua. Ma

dopo la deformità di quest'atto, o non reggendo il cuore a Riccarda di

abitar più con un consorte scimunito, o non volendola più lo stesso

Augusto nella sua corte, ella si ritirò in Andela, monistero d'Alsazia,

da lei fabbricato, dove santamente condusse il resto di sua vita, e dopo

morte fu onorata qual santa.

Crescendo intanto i malori di esso Augusto, intimò egli una dieta

generale del regno a Triburia pel prossimo novembre, affin di provvedere

ai bisogni della monarchia; e probabilmente colla speranza, o almeno col

desiderio di far accettare ai baroni per suo successore _Bernardo_ suo

figliuolo bastardo. La prima di quel tempo, per attestato degli antichi

Annali[1519], molti de' principali baroni della Francia, Sassonia,

Baviera ed Alemagna, non volendo più sofferire un principe sì

screditato, e divenuto oramai affatto inetto al governo, fecero insieme

congiura, ed invitarono al regno _Arnolfo_, figliuolo bastardo di

_Carlomanno_ già re di Germania e d'Italia. L'autore degli Annali

lambeciani[1520] ancor qui pretende che Liutvardo scacciato, come

dicemmo, da Carlo Augusto, ricoveratosi in Baviera presso il medesimo

Arnolfo, macchinasse con lui di deporre esso imperadore, e di prendere

le redini del governo. Se ciò fosse vero, segno ben sarebbe che a

Liutvardo non mancavano amici per tutta la monarchia de' Franchi.

Comunque sia, verso la metà di novembre si tenne la dieta suddetta;

tutti i baroni, e tutti infino i principali cortigiani, abbandonando il

misero imperadore, riconobbero per re il giovane _Arnolfo_, creduto da

essi il più abile al governo fra quei pochi che restavano della

discendenza maschile di Carlo Magno. In così abbietto stato rimasto

questo Augusto, dianzi padrone di quasi tutto l'Occidente, ed allora

vivo spettacolo della caducità delle cose terrene, che altro ripiego non

seppe prendere, se non quello d'inviar molti regali al nipote Arnolfo, e

di pregarlo che almeno gli concedesse alquanti luoghi in Alemagna per

sostentamento suo, finchè Dio il lasciasse in vita; e gli ottenne, ma

per poco tempo ne potè godere l'uso. Mandò anche il figliuolo Bernardo

ad esso Arnolfo, che gli assegnò varii beni per suo retaggio. I principi

e popoli della Gallia, tuttochè seguitassero ad essere flagellati dai

Normanni, pure non concorsero punto nell'elezione d'Arnolfo, e presero,

siccome dirò, altre risoluzioni. Per lo contrario i popoli della Francia

orientale, della Sassonia, Turingia e Baviera, e di una parte della

Schiavonia, accettarono per loro signore Arnolfo. Per conto dell'Italia,

finchè visse il deposto Carlo il Grosso, niuna mutazion vi si fece, e

solamente si tennero consigli e si formarono leghe per quello che già si

prevedeva vicino. Cadde infermo in quest'anno _Giovanni doge_ di

Venezia, per attestato del Dandolo[1521], e non potendo accudire al

governo, quantunque già fosse stato dichiarato suo collega nel ducato

_Orso_ suo fratello, tuttavia diede licenza al popolo di eleggersi un

nuovo doge. E fu eletto _Pietro Candiano_ nel dì 17 di aprile, uomo di

gran senno e cuore negli affari della guerra. Questi procedette

ostilmente contro gli Schiavoni; ma essendo egli restato ucciso nel mese

di settembre in una zuffa, il doge suddetto _Giovanni_ ripigliò il

governo, e sopravvisse anche sei mesi e tredici giorni. Era signore di

Capoa _Landone conte_[1522]. Tra per esser egli uomo pigro e disattento,

e perchè si trovava malconcio dalle febbri, per curar le quali si portò

ad abitare in Teano, giunse a perderne la signoria nell'anno presente

nel dì dell'Epifania. _Atenolfo_ suo parente, accordatosi prima con

_Atanasio II vescovo_ e duca di Napoli, che teneva mano a tutte le

cabale di questi tempi, s'impadronì di Capoa, e, siccome avea promesso,

si dichiarò vassallo del suddetto Atanasio, con dargli per ostaggio un

suo figliuolo. Ma pentitosi dipoi, si raccomandò a _Guido duca_ di

Spoleti, il quale con tal forza ne trattò col vescovo suddetto, che fece

restituirgli lo strumento dell'obbligazione, e rimandargli il figliuolo.

Trattò poscia Atenolfo con _papa Stefano_ di farsi suo vassallo, di

dargli Gaeta ch'egli avea poco avanti presa con un'astuzia, e di

aiutarlo contra de' Saraceni abitanti presso il Garigliano, col mandare

a tal fine a Roma _Maione abbate_ di san Vincenzo di Volturno, e

Dauferio diacono. Ma stette poco a dimenticar la parola data, e nulla

attenne di quanto avea promesso. Non mancavano già aderenti in Capoa a

_Landone conte_, escluso già dal dominio di quella città, che

l'invitavano a ritornarvi. Animato da questa speranza, un dì nascoso in

una carretta entrò in essa città, e a dirittura andò al palazzo del

vescovo, cioè di _Landolfo_ juniore suo figliuolo, dove raunò tosto

alquanti de' suoi fautori. _Atenolfo_, che non dormiva, sollecitamente

si mise in armi, laonde si venne alle mani fra le due fazioni.

Prevalendo quella di Atenolfo, Landone ebbe per grazia di potersene

andar sano e salvo; ma i suoi, e fra gli altri il vescovo Landolfo,

furono messi in prigione, e dopo non molto rimessi in libertà. Circa

questi medesimi tempi, e forse vivente tuttavia l'imperador

Basilio[1523], _Guaimario I_ principe di Salerno, si portò alla corte di

Costantinopoli, ricevuto quivi con distinti onori, e creato patrizio

dall'imperadore, se ne tornò poscia in Italia. Questo vuol dire che egli

giurò fedeltà ed omaggio ai Greci. Una carta di molta importanza, benchè

non assai corretta, ci ha conservato l'Ughelli[1524], scritta da

_Teodosio_ vescovo di Fermo nell'anno presente, dove è riferito ii

consenso _omnium venerabilium episcoporum in ducatu spoletano

degentium_. Questi erano i vescovi di _Rimini, Fossombrone, Ancona,

Camerino, Sinigaglia, Spoleti, Fano, Pesaro, Umana, Perugia, Osimo,

Rieti, Cagli, Lodone_ (non so che sia), _Urbino, Nocera, Terni_ e

_Forlì:_ la qual ultima città forse è nome guasto. Ora ecco fin dove si

stendesse allora il ducato di Spoleti, con cui andava unita la marca di

Camerino, appellata poi di Fermo, e finalmente d'Ancona.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 230 / 339 题