[1473] Martin. Polonus, in Chronico.
[1474] Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccl. tom. 11 Rer. Ital.
[1475] Platina, Vit. Pontif. Roman.
[1476] Pagius, Crit. Annal. Baron.
[1477] Sigonius, de Regno Ital., lib. 5.
[1478] Sigonius, de Regno Italicae, lib. 5.
[1479] Annales Fuldenses Freheri.
[1480] Annales Fuldenses Lambecii.
[1481] Chronic., de Gestis Normann.
[1482] Regino, in Chronico.
[1483] Rena, Serie de' duchi della Toscana, p. 119.
[1484] Antichità Estensi P. I. cap. 22.
[1485] Lupus Protospata, in Chron. Erchemp., Hist., cap. 48 et 51.
[1486] Constantinus Porphyrogenn. in Vit. Basilii.
[1487] Cedren., in Annal. ad Niceph. Phoc.
[1488] Leo Ostiensis, Chronic., lib. 1, cap. 44.
[1489] Baron., Annales Eccl.
[1490] Erchempertus, Hist., cap. 61.
[1491] De Nuce, in Notis ad Chronic. Leon. Ostiens.
[1492] Anonym. Salern., Paralip., cap. 136.
Anno di CRISTO DCCCLXXXV. Indiz. III.
STEFANO V papa 1.
CARLO il GROSSO imperad. 5.
Restò decisa in quest'anno la controversia insorta fra i primati della
Gallia, a chi dovesse consegnarsi il governo di quella monarchia[1493].
Ai più assennati il meglio parve di offerirlo all'_imperador Carlo_,
siccome quello che per la sua età e per la potenza sua si credeva il più
a proposito per sostener questo peso, ed atto più di ogni altro a
rintuzzare l'orgoglio de' sempre più nocivi Normanni. A lui ubbidiva
tutta la Germania, chiamata allora Francia orientale, a lui l'Italia, a
lui buona parte della Lorena; e congiunte con queste forze quelle della
Gallia, chiamata Francia occidentale, si poteva sperar vittoria di
chiunque avesse voluto turbar que' regni. Ma questo imperadore, che
veniva ad unir in sè tutta la monarchia di Carlo Magno, era ben lontano
dall'imitare quel gran monarca, perchè non ne avea già ereditato nè la
mente nè il valore. Andò egli dall'Italia a prenderne il possesso in
quest'anno. Ma prima di portarsi colà, stando in Italia, per attestato
degli Annali di Fulda[1494], tenne una gran dieta (probabilmente in
Pavia) nel giorno dell'Epifania; e colà comparve _Guido duca_ di
Spoleti, che protestò con giuramento di non aver mai mancato alla
fedeltà da lui dovuta ad esso Augusto, e gli fu creduto. Così rientrò
egli in grazia dell'imperadore e nel possesso dei ducati di Spoleti e di
Camerino. Aveva esso Augusto determinata una gran dieta da tenersi in
Vormacia; e volendo trovarvisi anche _papa Adriano III_, si mise in
viaggio a quella volta; ma la morte gli troncò i passi dopo una breve
malattia. Da una bolla di questo papa, pubblicata dal Campi[1495], in
cui conferma ed accresce i privilegii ad _Angilberga imperadrice_
Augusta, vedova di _Lodovico II_, pel monistero delle monache di san
Sisto di Piacenza, non intendiamo ch'egli tenne un concilio, non
avvertito da altri, nell'aprile del presente anno. Probabilmente fu ciò
in Roma, dove vedremo ch'egli lasciò il vescovo di Pavia. Dice fra
l'altre cose: _Inter haec ravennate archiepiscopo cum ticinense, et
placentino, et reginense, et mutinense, cum mantuano, et veronense, cum
laudense, et vercellense, aliisque coepiscopis nobiscum sanctam synodum
celebrantibus, et tuae voluntati assensum praebentibus, volumus atque
instituimus_, ec. Nelle diocesi di questi vescovi erano situati i beni
del monistero di san Sisto. Degno è perciò di osservazione che il papa
concede quei privilegii e quelle esenzioni, perchè se ne contentano que'
vescovi. Tale era il rito di que' tempi. La bolla è data _XV kalendas
maii per manum Gregorii nomenclatoris _(probabilmente quel medesimo che
papa Giovanni VIII avea scomunicato) _missi et apocrisarii sanctae sedis
apostolicae, imperante domno piissimo Augusto Carolo, a Deo coronato
magno imperatore, anno ejus quinto, Indictione tertia. Osservisi in fine
che in questo concilio intervenne il vescovo di _Vercelli_, cioè
_Liutvardo_ arcicancellier dell'imperio, che l'imperadore, per mio
parere, avea inviato a Roma per muovere ed accompagnare il papa in
Germania. Imperocchè, per quanto racconta il continuatore
lambeciano[1496] degli Annali fuldensi, fu l'imperadore che invitò a
quella dieta il papa, e fama era che il motivo fosse per deporre, senza
ragione, alcuni vescovi a lui poco cari, e di far dichiarare suo erede e
successore nei regni _Bernardo_ suo figliuolo bastardo, a lui nato da
una concubina: cosa che diffidando di potere eseguire da sè, giudicò di
poterla ottenere coll'autorità del sommo pontefice Adriano III, il quale
uscito di Roma, e valicato il Po, infermatosi passò a miglior vita,
seppellito nel monistero di Nonantola. Così quello storico. Ma non
sussiste che papa Adriano passasse il Po. Guglielmo bibliotecario[1497],
autor contemporaneo, ci assicura che questo pontefice _super fluvium
Scultennam in villa, quae Wilczachara nuncupatur_, terminò i suoi
giorni. Questa villa Vilzacara, posta nel distretto di Modena in
vicinanza del fiume Scoltenna, con altro nome detto Panaro, oggidì si
appella san Cesario, siccome costa da molti indubitati documenti de'
secoli antichi. Per la vicinanza di quel luogo all'insigne badia di
Nonantola, fu il suo cadavere portato colà alla sepoltura. Degna cosa di
osservazione qui a noi si presenta, per conoscere sempre più la
ignoranza de' tempi barbari in Italia. Perchè i susseguenti monaci
nonantolani sapeano d'avere nella lor Chiesa il corpo d'un _Adriano
pontefice_, col tempo immaginarono che fosse quello del celebre _papa
Adriano I_, perchè amendue questi Adriani fiorirono l'uno a' tempi di
Carlo Magno e l'altro di Carlo il Grosso. Cominciarono dunque a venerare
_Adriano III_ (credendolo il I) nel dì 8 di luglio qual santo,
quantunque per santo non sia riconosciuto in alcuno degli antichi
martirologii. Molti secoli sono, ebbe origine una tal credenza, e se ne
veggono le pruove ne' monumenti rapportati dall'Ughelli[1498]. In essi
vien detto che _papa Adriano I_ morì nella terra di _Spilamberto_ del
territorio di Modena confinante con San Cesario, e che fu seppellito in
Nonantola.
_Ad Carolum regem posthac quam pergere vellet,_
_Lamberti campo vitam finivit in amplo,_
_Qui propter casus Lamberti Spina vocatur._
Ma il padre Giam-Batista Solleri della compagnia di Gesù, uno de'
continuatori degli atti de' santi del Bollando[1499], dopo il padre
Pagi[1500], ha chiaramente dimostrato che il solo _Adriano terzo_, e non
già il _primo_, riposa ed è onorato nel monistero di Nonantola, avendo
acquistato con poca fatica la canonizzazione dall'ignoranza dei secoli
barbari.
Avea questo pontefice nel partirsi da Roma, per attestato del suddetto
Guglielmo bibliotecario, lasciato al governo e alla difesa di quella
città _Giovanni vescovo_ di Pavia e messo dell'imperador Carlo, in tempi
veramente disastrosi, perchè il territorio romano era poco dianzi stato
devastato dalle pioggie, e vi regnava la carestia. Pervenuta dunque a
Roma la nuova della di lui morte, raunatisi i vescovi, il clero e la
nobiltà di quell'inclita città, concordemente elessero pontefice
_Stefano V_, prete cardinale de' santi quattro Coronati, personaggio di
rare virtù e della prima nobiltà di Roma. Poscia col suddetto Giovanni
legato imperiale furono a prendere questo nuovo eletto, che nella
seguente domenica fu consecrato. Ma egli trovò dipoi spogliata di tutti
i suoi tesori ed arredi la guardaroba del sacro palazzo lateranense e
delle basiliche romane, e vuoti i granai e le cantine: con che gli mancò
la maniera di fare il donativo praticato dagli altri papi al clero e
alle scuole di Roma, e di soccorrere al popolo, miseramente allora
afflitto dalla fame. Crede il cardinal Baronio[1501] che questo
saccheggio provenisse dall'iniquo costume già introdotto in Roma, che,
morto il papa, la sua famiglia dava il sacco al palazzo patriarcale del
Laterano. Supplì il buon pontefice coi suoi beni patrimoniali al bisogno
del popolo. Applicossi anche alla distruzione delle locuste, con dare
cinque o sei denari a chiunque portava uno staio delle medesime uccise.
Ma ciò non bastando, coll'acqua da lui benedetta fece spruzzar le
campagne, e cessò affatto quel flagello. Notano gli Annali del
Lambecio[1502], che giunto l'avviso all'imperador _Carlo il Grosso_
della consecrazione di esso papa Stefano V, andò in collera, perchè i
Romani _eo inconsulto illum ordinare praesumserunt_. _Però misit
Luitwardum, et quosdam romanae sedis episcopos_ (che probabilmente
aveano accompagnato papa Adriano III a Nonantola), _ut eum deponerent:
quod perficere minime potuerunt: Nam praedictus pontifex imperatori per
legatos suos plusquam triginta episcoporum nomina, et omnium
presbyterorum et diaconorum cardinalium, atque inferioris gradus
personarum, necnon et laicorum principum scripta destinavit, qui omnes
unanimiter eum elegerunt, et ejus ordinationi subscripserunt_. Di qua
deduce il padre Pagi che sia vero il decreto che dicemmo fatto da papa
Adriano III intorno alla libertà di consecrare il nuovo romano
pontefice, senza aspettare il consentimento dall'imperadore.
Giovan-Giorgio Eccardo[1503] di qua all'incontro deduce che quel
decreto, non mentovato da alcuno dei più antichi storici, sia fattura
de' secoli posteriori. Ma di ciò s'è detto abbastanza al precedente
anno. Non bisogna confondere l'elezione colla consecrazione. Di qui
certo apparisce che Carlo il Grosso non volle essere da meno degli altri
Augusti suoi predecessori, pretendenti quasi un diritto della lor
sovranità il consenso della consecrazione suddetta; e ch'egli sdegnato
si figurò di poter deporre questo papa novello, perchè gli dovette
essere supposto che v'era stato del contrasto e del dubbio nell'elezion
di lui. Ma certificato poi che questa era stata canonica, ed avendo, a
mio credere, fatto i Romani valere lo aver essi operato tutto anche col
consenso e coll'assistenza di _Giovanni vescovo_ di Pavia, ministro
dell'imperadore stesso, gli convenne desistere, perchè chi era
canonicamente eletto e consecrato, non potea cessar d'essere vescovo o
papa, se non per delitti canonici. Perchè in quest'anno _Godifredo duca_
de' Normanni, a cui era stata data da Carlo Augusto in governo la
Frisia, facea delle novità, e dava evidenti segni di ribellione, fu
ingannevolmente tirato ad un abboccamento da _Arrigo conte_, uno de'
principali ministri dell'imperadore, e tagliato a pezzi. Con simile
inganno fu preso ed accecato Ugo figliuolo bastardo del fu _Lottario re_
della Lorena, e cognato di esso Godifredo, principe che negli anni
addietro avea con varia fortuna inquietato non poco quel regno, perchè
preteso da lui. Neppur cessava in questi tempi _Atanasio II vescovo_ di
Napoli[1504] di valersi ora dei Saraceni, ora de' Greci, per danneggiare
non meno i Salernitani che i Capoani. Era suo nemico chiunque non si
sottometteva alla sua immensa ambizione. Nella stessa settimana santa di
quaresima, credendo di poter sorprendere Capoa, mentre il popolo era
alle divozioni, spedì un esercito di Greci, Mori e Napolitani, che
diedero la scalata alla città; ma ne furono bravamente respinti.