[1459] Baron., in Annal. Eccl.
[1460] Epist. 319 Johannis Papae VIII.
[1461] Auxilius, de Sacr. Ordin., tom. 17 Biblioth. Patrum.
[1462] Dandul., in Chronico., tom. 12 Rer. Ital.
[1463] Annal. Franc. Fuldenses Freheri.
[1464] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1465] Campi, Ist. Piacent., tom. 1.
[1466] Mabill., Annales Benedict.
[1467] Antiq. Ital., Dissert. XXXIV et XLI.
[1468] Annales Francor. Fuldenses. Freheri.
[1469] Erchempertus, Hist., cap. 79.
[1470] Annal. Fuldenses., Lambecii P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[1471] Celest., Istor. di Bergamo.
[1472] Ughell., tom. 4 Ital. Sacr. in Episcop. Bergam.
Anno di CRISTO DCCCLXXXIV. Indiz. II.
ADRIANO III papa 1.
CARLO il GROSSO imperad. 4.
Terminò colla vita il suo breve pontificato _papa Marino_ nell'anno
corrente, probabilmente nel mese di maggio. Gli fu immantinente
sostituito _Adriano III_, di nazione romano. Questi, per attestato di
Martin Polacco[1473], di Tolomeo da Lucca[1474], del Platina[1475] e di
altri autori, fece un decreto, _che l'imperadore non s'intromettesse
nell'elezion dei papi_. Giudicò il padre Pagi[1476] vero un tal atto, e
che il cardinal Baronio credesse meglio di tacerlo. L'Eccardo il tiene
all'incontro per una mera impostura. Ne dubito forte anch'io. L'elezione
del romano pontefice s'era per tanti secoli addietro lasciata sempre in
libertà del clero e popolo romano. Gl'imperadori occidentali,
coll'esempio de' precedenti greci Augusti, solamente pretesero e
stabilirono che si dovesse comunicar loro l'_elezione_ fatta; e prima
che da' messi imperiali non fosse portata la approvazion dell'eletto,
era vietato il consecrarlo. Però il Sigonio ben informato di
quest'uso[1477], nè apparendo che si fosse alterata la libertà
dell'elezione, cambiò i termini del preteso decreto, in vece di
_eleggere_ scrivendo _consecrare_. _Ut pontifex designatus consecrari
sine praesentia regis, aut legatorum ejus possit._ Martino Polacco, il
primo a parlarne, ha solamente: _Hic constituit ut imperator non
intromitteret se de electione._ Qui si parla in generale dell'elezione
d'ogni vescovo, e non dell'elezione de' soli papi. Qualche testo
nondimeno, creduto dal Panvinio, ma senza fondamento, di Guglielmo
bibliotecario, ha _de electione domini papae_. Quando anche Adriano III
avesse formato un tal decreto, bene avrebbe fatto, nè sarebbe restato
giusto titolo all'imperadore di dolersene, stante la libertà delle
_elezioni_ fin qui lasciata al clero e popolo. Nè questo toglieva agli
Augusti l'altro loro diritto (io non cerco, se legittimo o illegittimo)
di voler sospesa la _consecrazione_, finchè venisse il loro
consentimento. Ma intanto mancando a noi più antiche ed autentiche
pruove d'esso decreto, più sicuro è il sospenderne la credenza. Aggiugne
il Sigonio[1478] un altro decreto di questo medesimo pontefice, fatto ad
istanza de' principi d'Italia: _Ut moriente rege Crasso sine filiis,
regnum italicis principibus una cum titulo imperii traderetur._ Ma
questo decreto, giacchè niun degli antichi scrittori ne ha parlato, si
può francamente tenere per una mera immaginazion di qualche scrittore
degli ultimi secoli, veduto dal Sigonio: quantunque sia verisimile che i
principi italiani, all'osservar privo di figliuoli l'imperador _Carlo il
Grosso_, seriamente pensassero ai loro vantaggi. Intanto esso Augusto se
ne stava in Germania, occupato dal meditar le maniere di reprimere i
Normanni che or qua or là portavano la strage e la desolazione, senza
però abbandonar la cura dell'Italia, dove destinò le milizie bavaresi
per andar contro al ribello _Guido duca_ di Spoleti. _Edictum est_
(scrive l'Annalista freeriano) _Baiovvarios ad Italiam contra Witonem
belligera manu proficisci_[1479]. Furono in più luoghi sconfitti dalle
truppe cristiane i Normanni, e Carlo Augusto, dopo aver dato sesto ai
suoi affari in Germania, specialmente quetate le turbolenze mosse da
_Zventeboldo re_, ossia duca della Moravia, verso il fine dell'anno se
ne tornò in Italia, e prosperamente celebrò il santo giorno del Natale
in Pavia. Non si sa che il bandito e fuggito duca di Spoleti Guido
veramente si valesse dell'armi de' Saraceni, e men di quelle de' Greci,
per danneggiar le terre de' Cristiani. Attese egli piuttosto a placar
l'animo dell'imperadore Carlo con fargli rappresentar le sue ragioni e
giustificazioni. Tanto in fatti si maneggiò, che fu rimesso in sua
grazia. Così parlano di Carlo Augusto gli Annali del Lambecio[1480]:
_Inde in Italiam profectus, cum Witone et ceteris, quorum animos anno
priore offenderat, pacificatur._ Sul principio di dicembre[1481]
trovandosi _Carlomanno_ re di Francia, ossia della Gallia, a caccia, da
un cinghiale, oppure da una delle sue guardie, che l'aiutava ad uccidere
quella fiera, involontariamente ferito, miseramente cessò di vivere, con
lasciar dopo di sè un figliuolo solo di età di quattro anni, appellato
dagli storici _Carlo il Semplice_, la cui legittima origine è messa in
dubbio. Fu gran dibattimento fra i baroni del regno intorno
all'accettare e dichiarar re questo fanciullo, incapace allora di
comando, oppure di dare il regno all'imperador _Carlo il Grosso_;
giacchè in questi due s'era ridotta la schiatta maschile di Carlo Magno.
Solamente nell'anno venturo si venne alla risoluzion di questo
dubbio[1482]. Ma non sì tosto pervenne ai Normanni la nuova della morte
di quel re, che, senza badare ai giuramenti fatti, ruppero la pace, e
cominciarono ad infierir come prima contra de' popoli della Gallia.
Aveva accennato Cosimo della Rena[1483] uno strumento scritto _regnante
domno nostro Carolo, divina favente clementia, imperatore augusto, anno
imperii ejus quarto sexto kalendas junii, Indictione secunda. Actum
Lucae_: cioè nel dì 27 di maggio dell'anno presente. Intero io l'ho
dipoi pubblicato[1484]. Contiene essa carta una donazione fatta da
_Adalberto marchese_ e duca di Toscana ad una chiesa da lui fondata
presso al fiume Magra nella Lunigiana sotto il castello dell'Aulla:
carta molto importante, perchè ci dà a conoscere chiaramente i genitori
e i figliuoli di questo principe. Egli è chiamato _Adalbertus in Dei
nomine comes et marchio, filius bonae memoriae Bonifacii comitis_, che
noi trovammo all'anno 823 ed 828 conte di Lucca e marchese probabilmente
ossia duca della Toscana. Fa Adalberto quella donazione per l'anima sua
e di _Bonifazio_ suo padre, _et etiam pro salute bonae memoriae Bertae
genitricis meae, sive pro salute animae Rotildis dilectae conjugis
meae_, che di sopra abbiam veduto sorella di _Guido duca_ di Spoleti;
_seu et pro anima Anonsuatae olim conjugis meae, aut pro salute animabus
filiorum meorum_. Due sono i figliuoli che sottoscrivono la donazione
con queste parole: _Signo manus Adalberti comitis, filio suprascripti
Adalberti comitis et marchionis. Signo manus Bonifacii ipsius filii
Adalberti_. E si noti che già il giovane _Adalberto_ s'intitolava
_conte_: segno che egli godeva il governo di qualche città. Vedremo,
andando innanzi, i forti motivi di credere discendente da questi
Adalberti duchi e marchesi di Toscana la nobilissima casa d'Este. Dopo
il principato di tre anni fu nel presente anno _Radelchi II_, ossia
_Radelgiso principe_ di Benevento cacciato dal trono, e sustituito in
suo luogo _Aione_ suo fratello, correndo il mese d'ottobre[1485]. Circa
questi tempi trovandosi l'armata de' Greci in Calabria all'assedio di
santa Severina, per soccorrere quel castello, accorsero a folla da
Agropoli e dal Garigliano i Saraceni; ma i Greci valorosamente
affrontatisi con costoro, li misero tutti a fil di spada. Dopo di che
s'impadronirono di santa Severina e di Amantea, nidi in addietro dei
Mori. Fanno menzione di questa vittoria Costantino Porfirogenneto[1486]
e Cedreno[1487], con dire che generale dei Greci fu a quell'impresa
_Niceforo Foca_ patrizio, avolo di _Niceforo Foca_, che fu poi
imperadore d'Oriente. Inoltre aggiugne esso Costantino, che presero la
città di Tropea e forzarono i Mori a contenersi nella Sicilia. Fu ancora
in questi, siccome ne' precedenti tempi, che _Atanasio II vescovo_ e
duca di Napoli (personaggio indegno del nome di cristiano, non che di
vescovo, perchè più che mai collegato coi Saraceni nemici del nome
cristiano, e fecondo di frodi e d'inganni) recò immensi danni alla città
di Capoa e al suo territorio. Moriva egli di voglia di sottomettere al
suo dominio quella città, e tentò più volte di sorprenderla. Ma non gli
venne fatto. Intanto mancò di vita _Landone_ il vecchio, conte ossia
principe di quella città, e gli succedette _Landenolfo_ suo fratello.
Leone Ostiense[1488], seguitato in ciò dal cardinal Baronio[1489], mette
sotto quest'anno la desolazion dell'insigne monistero di monte Casino,
preso dai Saraceni dimoranti al Garigliano, dove presso all'altare di
san Martino trucidarono _Bertario_ abbate di quel sacro luogo: _Pridie
nonas septembris anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXIV, Indictione
secunda_. Anche il testo di Erchemperto[1490] ha l'anno 884. Contuttociò
temo io forte che non in quest'anno, ma nell'anno 883 toccasse la
suddetta gran calamità a monte Casino, perchè l'_indizione seconda_,
secondo l'uso più comune d'allora, cominciava nel settembre dell'anno
precedente. Oltre di che, per attestato di Angelo della Noce[1491], si
truovano documenti d'_Angelario abbate_, successor di Bertario, scritti
nel maggio di quest'anno, corrente l'_indizione seconda_. Finalmente
nella Cronica dell'Anonimo salernitano[1492], da me data alla luce, si
legge distrutto quel monistero nell'anno 883 e non già nel susseguente.
Questo autore copiò Erchemperto, e di molto precedette Leone Marsicano.