NOTE:

[1419] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., p. 380.

[1420] Antiq. Ital., Dissert. XXXI.

[1421] Eccard., Rer. Germanic., lib. 31.

[1422] Campi, Istor. Piacent., tom. I, pag. 466.

[1423] Antiq. Ital., Dissert. V.

[1424] Epist. 269 Johannis Papae VIII.

[1425] Antiq. Italic., Dissert. XXXIV p. 49. et seq.

[1426] Epist. 277 Johannis Papae VIII.

[1427] Epist. 271 et 278 Johannis Papae VIII.

[1428] Epist. 304 ejusd.

[1429] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.

[1430] Epist. 216, 241 et 266 Johannis Papae VIII.

[1431] Antiquit. Italic., Dissert. V.

[1432] Erchempertus, Hist., cap. 49.

[1433] Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.

[1434] Epist. 263, 282 et 298 Johannis Papae VIII.

Anno di CRISTO DCCCLXXXII. Indiz. XV.

MARINO papa 1.

CARLO il GROSSO imperad. 2.

Venne a morte in quest'anno _Lodovico II_ re di Germania nel dì 20 di

gennaio[1435]. Trovavasi allora l'imperador _Carlo Grasso_ suo fratello

in Italia, e vennero volando i corrieri ed ambasciatori non meno del

regno germanico che della Lorena, invitandolo a quella pingue eredità,

ed insieme a soccorrere il popolo cristiano in quelle parti, giacchè le

fiere ed inumane squadre de' Normanni facevano quivi stragi e ruberie

incredibili, e peggio erano per fare, udita che avessero la morte del

re. In fatti riuscì loro in questi tempi di devastare i contorni del

Reno a Coblentz, di prendere e dare alle fiamme le nobili città di

Treveri e Colonia, e non pochi insigni monisteri. Noi troviamo questo

imperadore nel dì 15 di febbraio dell'anno presente in Ravenna, dove

pubblicò un insigne suo diploma[1436] in favor delle Chiese. Di là

portossi il suddetto Augusto in Baviera, e poscia ito a Vormazia, tenne

quivi nel mese di maggio la gran dieta del regno, dove da tutta la

Germania e dalla parte della Lorena antica, a lui spettante, fu

riconosciuto per loro signore e sovrano. E perciocchè egli era dianzi

padrone e re dell'Alemagna, e re d'Italia, e imperador de' Romani, unita

in lui una sì vasta estensione di stati, parve che un sì potente monarca

facesse sperare al pubblico delle segnalate imprese. Ma l'esito fu ben

diverso dalle speranze. Sul principio d'agosto anche _Lodovico_ re di

Francia fu rapito dalla morte, e ne' suoi stati succedette il re

_Carlomanno_ suo fratello. Aveva esso Carlomanno tenuta fin qui stretta

d'assedio la città di Vienna del Delfinato. Fu essa in quest'anno

obbligata a rendersi per capitolazione, il cui primo articolo fu, che la

regina _Ermengarda_ moglie del re Bosone, gloriosa per aver difesa

quella città quasi due anni, resterebbe in libertà di andar colla

figliuola dovunque a lei piacesse. Fu essa pertanto condotta ad Autun,

dove comandava Ricardo, fratello del re suo consorte. Nè si ha da

omettere che in questo anno ancora fu rimessa in libertà la vedova

imperadrice _Angilberga_, madre di essa Ermengarda: tante furono in

favore di lei le istanze di _papa Giovanni_. Così parlano di Carlo

Augusto gli Annali bertiniani[1437], con terminare appunto il loro

racconto in quest'anno: _Engilbergam vero Ludovici Italiae regis uxorem,

quam imperator in Alemanniam transduxerat, per Leudoardum vercellensem

episcopum_ (arcicancelliere e consiglier d'esso Augusto) _Johanni papae,

sicut petierat, Romam remisit_. È scritta a Suppone glorioso conte una

lettera di papa Giovanni[1438], in cui lo avvisa di venirgli incontro al

monte Cinisio, con pregarlo ancora di condur seco _Ansperto arcivescovo_

di Milano, _Vibodo vescovo_ di Parma, e l'imperadrice _Angilberga_, per

trattare di gravi affari. Fece credere questa lettera al cardinal

Baronio[1439], al Puricelli[1440] e ad altri, ch'esso pontefice

meditasse in quest'anno di passare in Francia, ma che restasse

interrotto dalla morte sua questo disegno. Nè s'avvide il dottissimo

porporato che quella epistola è fuor di sito, ed appartiene all'anno

878, in cui papa Giovanni VIII non andava in Francia, ma di Francia

ritornava in Italia _per Clusas montis Cinisii_, come s'ha dagli Annali

bertiniani[1441]. E perchè _Suppone conte_, siccome osservammo all'anno

suddetto, non andò punto ad incontrarlo, se ne lamentò con lui esso

pontefice in una lettera[1442]. Nè Angilberga Augusta era in questi

tempi in Lombardia, nè in istato da potere portarsi all'Alpi della

Savoia. Oltre di che, in essa lettera chiaramente dice il papa, _ad

Gallias properantes venimus, ut pacis atque unitatis vinculo regum corda

connecteremus_. Sicchè il papa era ito in Francia, nè, come si pretende,

pensava d'andarvi. Pare eziandio che all'anno presente piuttosto che

all'antecedente si debba riferire la epistola[1443] scritta da esso

pontefice a Carlo imperadore nel dì 11 di novembre, in cui gli dice

d'avere con giubilo inteso che esso Augusto, _postpositis ceteris, iter

vestrum in Italiam recto tramite ordinatum habeatis. Et ut utinam non

solum Papiae, verum etiam propius essetis, necessitas maxima deposcit_;

e ciò perchè gli stati della Chiesa romana erano più che mai involti

nelle miserie per cagion de' nemici Saraceni, e di _Guido duca_ di

Spoleti, del quale parla nelle seguenti parole: _Ceterum de Guidone

Rabia, invasore scilicet et rapaci, vestra gloria subveniat; et cum de

finibus nostris, ut aliquantulum populus noster relevari valeat, ejicere

modis omnibus jubeatis_. Questo _Guido Rabbia_ altri non è che Guido

duca di Spoleti, onorato di questo titolo dal papa per le sue continue

insolenze. Da un'altra lettera[1444] del medesimo papa scritta allo

stesso imperadore ricaviamo, che esso Augusto volea trovarsi in Ravenna

nel dì della Purificazione della beata Vergine, per abboccarsi col papa,

il quale bramava che almen quattro giorni prima Carlo si portasse colà,

con prendere seco _Suppone glorioso conte e Fedele comune_. Non

iscommetterei che questa lettera fosse dell'anno presente. Giudico bensì

scritta in esso un'altra[1445], nella quale papa Giovanni fa intendere

al suddetto Carlo Augusto d'essersi portato a Fano città della

Pentapoli, e che v'era giunto anche _Adalardo_ vescovo di Verona

_secundum vestrae delegationis jussum, et ibi praefati Widonis, et

satellitum ejus, qui nostra violenter tulerunt ac retinuerunt,

praesentiam praestolati sumus, quatenus vel inde omnis emendationis et

justitiae coepto initio per ceteras urbes, de omnibus juxta clementiae

vestrae decretum, recipiendo coram legato vestro justitias pariter

proficisceremur._ Ma Guido furbescamente sempre si guardò dal comparire.

Adalardo andò bensì _per ipsas civitates, quae illorum gravamine

opprimuntur,_ nella Pentapoli; ma a nulla giovò: il perchè prega

l'imperadore di venir egli in persona: altrimenti non si può sperar

riparo ai danni inferiti da Guido, e da' suoi aderenti e sgherri alle

città di san Pietro. Anche di qui, siccome il padre Pagi[1446] osservò,

si raccoglie tuttavia in vigore la sovranità ed autorità di questo

imperadore negli stati della Chiesa. Ma si dee anche osservare che la

Pentapoli era allora del dominio dei papi. Noi non tarderemo a vedere

che il duca _Guido_ non andò esente dal gastigo ch'egli si meritava.

Deesi qui parimenti far menzione di un'altra lettera[1447] scritta dal

medesimo papa ad _Anselmo arcivescovo_ di Milano, in cui racconta i suoi

guai. _Nos enim in hac terra tam Paganorum, quam malignantium

Christianorum tanta persecutione patimur, ut has verbis explicare non

valeamus. Inter innumeras rapinas, depredationes, et mala quam plurima,

ad augmentum doloris nostri quidam sceleratus Longobardus nomine, homo

Widonis marchionis, octoginta tres homines cepit; manibus singulis

detruncatis apud narniensem civitatem, plures ex tali sunt incisione

sine mora peremti._ Ci fa intanto conoscere questa lettera che già avea

terminata la carriera di sua vita _Ansperto arcivescovo_ di Milano, già

tornato in grazia del papa, e che gli era succeduto _Anselmo_. Leggesi

presso il Puricelli[1448] e nella Italia sacra dell'Ughelli[1449]

l'epitaffio, tuttavia esistente in marmo, dell'arcivescovo _Ansperto_,

la cui morte ivi si dice accaduta _anno Incarnationis dominicae

octingentesimo octogesimo secundo, septimo idus decembris, Indictione

XV_. Però il Puricelli mette francamente la sua morte nell'anno presente

882. Un grande imbroglio veramente per la cronologia di questi tempi si

è l'uso vario delle _indizioni_, che la maggior parte mutava nel

settembre, quando altri davano principio alle medesime solamente nel

principio dell'anno. Similmente ne' susseguenti secoli alcuno cominciava

l'anno nostro volgare non già nel primo dì di gennaio, ma nel marzo

dell'anno precedente, chiamato _ab Incarnatione_; il che specialmente fu

in uso presso i Pisani. Altri, come i Fiorentini, davano principio

all'anno _ab Incarnatione_ nel marzo seguente del nostro anno volgare.

Altri in fine, non dalla circoncisione, ma dal Natale precedente

cominciavano l'anno. Ora certo è che l'_indizione XV_ del suddetto

epitaffio ebbe principio nel settembre dell'anno 881, e l'altro

_ottocentesimo ottantesimo secondo_ quivi enunziato non è secondo

l'epoca nostra volgare, ma secondo il rito pisano, cioè, secondo noi,

altro non è che l'anno 881 di Cristo: il che fu dottamente avvertito

anche dal Sassi[1450]. Imperocchè è fuor di dubbio che non già nell'anno

882, come credettero il Calchi, il Puricelli, l'Ughelli, ed altri, ma

bensì nell'anno precedente 881 dovette dar fine a' suoi giorni

l'arcivescovo _Ansperto_. La sopraccitata lettera di papa Giovanni fu

scritta ad _Anselmo_ nuovo arcivescovo di Milano nel mese d'agosto di

quest'anno 882. Adunque non può esser mancato di vita _Ansperto_ nel dì

13 di dicembre di questo medesimo anno. Quel poi che finisce di chiarir

questa verità, è la morte di papa Giovanni, succeduta nel dì 15 o 16

dello stesso mese di dicembre dell'anno presente. Come dunque può aver

esso pontefice scritto ad _Anselmo_ successore d'Ansperto, e già

consecrato arcivescovo, quando non si metta la morte d'esso Ansperto nel

dicembre dell'anno precedente 881? Nè si dee tacere, dirsi

nell'epitaffio dello stesso Ansperto:

MOENIA SOLLICITUS COMMISSAE REDDIDIT VRBI

DIRUTA. RESTITVIT DE STILICONE DOMVM.

Di qui possiam conghietturare che questo arcivescovo avesse anche il

governo politico di Milano, e che perciò egli rifece le mura diroccate

di quella città. Così cominciarono i vescovi di Lombardia a procacciarsi

il governo e dominio delle città, e i loro voti a fruttare nelle

elezioni dei re d'Italia, e spezialmente allorchè ci era più d'un

pretendente. Gli arcivescovi di Milano, che erano i capi in tali

congiunture, seppero ben profittarne, e ne aveano anche l'esempio de'

romani pontefici. Ha già inteso il lettore il tempo in cui papa

_Giovanni VIII_, pontefice infaticabile, e di molta finezza negli affari

politici, di non minor forza nel governo ecclesiastico, ma vivuto in

tempi ben infelici, e sempre in mezzo alle burrasche. Anzi, se vogliam

prestar fede alla continuazion degli Annali fuldensi, pubblicata dal

Freero, quanto fosse il mondo cattivo, lo provò egli più degli altri,

perchè non naturale fu la morte sua. _Romae_ (dice quell'autore con

parole molto imbrogliate[1451]) _praesul apostolicae sedis Johannes

prius de propinquo suo veneno potatus; deinde quum ab illo, simulque

aliis suae iniquitatis consortibus, longius victurus putatus est, quam

eorum satisfactum esset cupiditati, qui tam thesaurum suum, quam culmen

episcopatus rapere anhelabant, malleolo, dum usque in cerebro constabat,

percussus exspiravit. Sed etiam ipse constructor malae factionis,

concrepante turba, stupefactus, a nullo laesus nec vulneratus, mortuus

(non mora) apparuit._ Non mancavano dei nemici in Roma stessa a questo

papa, e s'è veduto come egli fra essi contava _Formoso vescovo_ di

Porto, Gregorio nomenclatore, Giorgio di lui genero, Stefano

secondicerio, ed altri, de' quali esso pontefice parla in una

lettera[1452] che fu letta nel concilio pontigonense dell'anno 876. Era

ben potente anche la fazione di questi. Ma quel che è più da deplorare,

dopo la morte di questo pontefice, il quale niuna diligenza ommise per

difendere e salvar Roma in mezzo ai guai che correvano allora, andò

Roma, anzi l'Italia tutta peggiorando da lì innanzi, sino a trovarsi fra

poco in uno stato di confusion mirabile, e massimamente nel secolo

susseguente, siccome vedremo. Successore di papa Giovanni fu _Marino_,

che dagli Annali suddetti vien chiamato _arcidiacono della Chiesa

romana_, ma dagli Annali lambeciani (e pare ancora da una lettera di

_papa Stefano_ suo successore) si vede nominato _vescovo_, benchè non si

sappia di qual sede. Era personaggio di gran credito, adoperato dai

precedenti papi in cospicue legazioni, e a visiera calata opposto a

_Fozio patriarca_ di Costantinopoli; perlochè _Basilio imperadore_ de'

Greci nol volle poi riconoscere per papa, e sparlò forte di lui. Nella

elezione e consecrazione sua non si sa che punto entrasse l'imperador

_Carlo il Grosso_.

Durante quest'anno _Sigifredo_ e _Godifredo_ re, oppure generali de'

Normanni, con una straordinaria moltitudine di que' corsari e

masnadieri, venuti tutti dai contorni del mar Baltico, inondarono la

bassa Germania, commettendo dappertutto immensi mali[1453]. Carlo

imperadore, affin di reprimere quella diabolica nazione, raunato un

potentissimo esercito di Longobardi, Bavari, Alemanni, Turingi, Sassoni

e Frisoni, marciò contra di loro, ed assediò que' due generali in una

loro fortezza. Se si ha a credere al continuator lambeciano degli Annali

di Fulda, erano que' Barbari ridotti alla disperazione, mirando

imminente la morte al vicino assalto de' Cristiani, quando eccoti

_quidam ex consiliariis Augusti Liutovaldus_, _pseudo-episcopus_,

_ceteris consiliariis_, _qui patri imperatoris assistere solebant,

ignorantibus, juncto sibi Wicberto comite fraudolentissimo, imperatorem

adiit, et ab expugnatione hostium pecunia corruptus deduxit, atque

Gothefridum ducem illorum imperatori praesentavit. Quem imperator more

achabico quasi amicum suscepit, et cum eo pacem fecit._ Seguita poi a

dire, che non ostante l'essere stati burlati da esso Gotifredo i soldati

dell'imperadore, pure esso Augusto il tenne al sacro fronte, giacchè

costui si esibì di farsi cristiano, e gli concedette il governo della

Frisia, con obbligarsi a pagargli una specie di tributo da lì innanzi.

Ma questo autore par bene che si lasciasse sovvertir dalla passione, o

dalle dicerie del volgo, e che non sussistano tutte le particolarità del

suo racconto. _Liutvardo_, dipinto qui con colori assai neri, fu vero

vescovo di Vercelli, e si trova lodato in una sua lettera[1454] da papa

Giovanni VIII, e negli Annali di Metz[1455]; nè v'ha apparenza alcuna

ch'egli si lasciasse corrompere da danari. Raccontano poi gli Annali

pubblicati dal Freero molto diversamente l'affare: cioè che un

fierissimo temporale e la peste entrata nell'armata imperiale

sconcertarono tutte le misure dell'imperadore. Però si venne ad una

capitolazione. _Sigefredo_ (ma dovea dir _Gotifredo_) si fece cristiano,

e ben regalato si ritirò in Frisia. Aggiugne Reginone che gli fu anche

promessa in moglie _Gisla_ figliuola del fu re _Lottario_; e che

_Sigefredo_, cioè l'altro generale, comperato col dono di un'immensa

somma d'oro e d'argento, promise d'uscire del regno della Lorena; e in

fatti se ne andò. Comunque nondimeno passasse un'impresa tale, che sul

principio promettea mari e monti; certo è che da tutti per l'Augusto

Carlo riputata fu una pace sì fatta al maggior segno vergognosa ed egli

restò in concetto di principe dappoco e vile: concetto che in fine

produsse la sua rovina. Non vo' io lasciar passare questo anno senza

riferire un fatto, di cui fa menzione il solo Leone ostiense[1456]. Cioè

che _Pandonolfo conte_ ossia principe di Capoa pregò il papa di voler

sottoporre al suo dominio la città di Gaeta, perchè i Gaetani allora

servivano solamente al romano pontefice. Il che come fosse, non ben

s'intende, perchè Gaeta avea il principe proprio, e lo stesso Ostiense

altrove riconosce quella città per indipendente. Ottenne Pandonolfo

quanto chiedea, e cominciò a strignere quella città. Ma _Docibile duca_

di Gaeta non volendo sofferir questo scorno, mandò a chiamare i Saraceni

abitanti in Agropoli, che vennero con un gran rinforzo a trovarlo.

Pentito allora il papa del passo fatto, tanto si adoperò con buone

parole e promesse, che Docibile, rotta la lega, cominciò con que'

Barbari la guerra, in cui perirono assaissimi Gaetani. Si venne poscia

ad un accordo, e Docibile assegnò a que' Barbari per loro abitazione un

sito presso il fiume Garigliano, dove poi si fermarono per quasi

quarant'anni colla desolazion di tutti i contorni. Crede il cardinal

Baronio succeduto ciò nell'anno 879, ma non è ben certo. Leone ostiense

narra questo fatto dopo la morte di _Guaiferio_ principe di Salerno,

accaduta nell'anno 880. Può perciò essere che appartenga ai tempi di

Giovanni VIII papa. L'Anonimo salernitano[1457] scrive che _Atanasio II_

vescovo e duca di Napoli, per liberarsi dalla scomunica che contra di

lui esso _papa Giovanni_ avea fulminata nell'anno 881, unitosi con

_Guaimario principe_ di Salerno e coi Capoani, cacciò i Mori da

Agropoli, e che costoro uniti si ritirarono al Garigliano, _et ibidem

prolixa tempora nimium morarunt, et undique Capuam, Beneventum,

Salernum, Neapolim affligebant. Sed Athanasius ad solitam vergens

fallaciam, cum Agarenis pacem iniens, Salernitanorum fines fortiter

affligebat._ Però il racconto di Leone ostiense si può dubitare se sia

in tutto ben fondato. In quest'anno poi, secondo la relazione della

Cronica di Volturno[1458], fu preso e dato alle fiamme dai Saraceni

l'insigne monistero di san Vincenzo di Volturno, uccisi quei monaci, i

quali aspettarono a piè fermo que' nemici del nome cristiano. Restò poi

trentatrè anni derelitto e covile solamente di fiere quel sacro luogo.

Tuttavia scrivendo quello storico, essere accaduto questo terribil

guasto al monistero suddetto _XIII kalendas novembris, feria tertia,_

queste note disegnano l'anno precedente 881, e non già il presente.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 225 / 339 题