NOTE:

[1391] Annal. Franc. Fuldenses.

[1392] Regino, in Chronico.

[1393] Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian., pag. 228.

[1394] Antiquit. Ital., Dissert. XI, pag. 559.

[1395] Epist. 216 Johann. Papae VIII.

[1396] Dandalus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1397] Peregrin., Hist. Princip. Langob.

[1398] Erchempertus, Hist., cap. 58 et 79.

[1399] Anonym. Salernit., Paralip., c. 135.

[1400] Campelli, Ist. di Spoleti, lib. 18.

[1401] Epist. 293 Johann. Papae VIII.

[1402] Epist. 252 Johannis Papae VIII.

[1403] Epist. 255 ejusd.

[1404] Epist. 240 ejusd.

[1405] Pagius, ad Annales Baron.

[1406] Annal. Franc. Bertiniani.

[1407] Regino, in Chronic.

[1408] Sigebertus, in Chronico.

[1409] Hermann. Contractus, in Chronic.

[1410] Baron., Annales Ecclesiast.

[1411] Epist. 249 Johann. Papae VIII.

[1412] Antiquit. Ital., Dissert. VIII et XLI.

[1413] Antiq. Ital., Dissert. VIII et XLI.

[1414] Campi, Ist. Piacent., tom. 1, pag. 467.

[1415] Eccardus, Rer. Franciar., lib. 31.

[1416] Mabillon., Anecdot., p. 427, edit. in fol.

[1417] Affarosi, Istor. del Monistero di Reggio, Part. I.

[1418] Erchemp., cap. 48. Anonym. Salern., Paralip., cap. 130.

Anno di CRISTO DCCCLXXXI. Indiz. XIV.

GIOVANNI VIII papa 10.

CARLO il GROSSO imperad. 1.

Per le ragioni di sopra addotte, tengo io per fermo che _Carlo il

Grosso_ conseguisse, non già nell'anno addietro, ma bensì nel presente

da papa Giovanni la dignità e titolo d'imperador de' Romani. Nella

Cronica farfense[1419] da me pubblicata si legge un diploma di esso

Carlo Grasso, confuso da quello storico con Carlo Magno, dato _IV

kalendas martii, anno, Cristo propitio, imperii domni Karoli

praepotentis Augusti unctionis suae primo, Indictione XIV. Actum Aquis

palatio_. Se, come dissi ivi in un'annotazione, col nome di _Aquis_

s'intendesse _Aquisgrana_, non potrebbe stare che allora questo Augusto

si trovasse in quel luogo. E che neppure quivi si parli della città

d'_Acqui_ nel Monferrato, lo deduco io da un bellissimo placito che

originale si conserva nell'archivio de' canonici d'Arezzo, e fu da me

pubblicato[1420] altrove. Da esso apparisce che _Carlo il Grosso_ si

trovava in Siena, assistente al medesimo placito, _anno imperii idem

domni Karoli primo, mense martio, Indictione quartadecima_, cioè nel

marzo dell'anno presente, nel tornare ch'egli faceva dalla coronazione

romana. Adunque non potè egli sul fine di febbraio trovarsi nel

Monferrato, come pretese a quest'anno l'Eccardo[1421]. Non s'accorda

questo documento col pisano riferito di sopra, e quando questo sussista,

parrebbe che nel febbraio o nel principio di marzo accadesse la

coronazione romana di Carlo il Grosso. Veggasi ancora un altro diploma

all'anno 896 qui sotto, dove s'incontra un _Aquis_, che era forse una

corte posta nel contado di Verona. Intanto l'Augusto Carlo in vece di

procedere coll'armi sue, siccome il papa desiderava e sperava, alla

difesa del ducato romano, troppo malmenato dai Saraceni, noi il miriam

ritornato in Lombardia a prendersi il fresco. Da un suo diploma[1422]

presso il Campi si scorge ch'egli era ritornato a Pavia _V idus aprilis,

anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno imperii

primo_. Un altro da me dato alla luce[1423] cel fa vedere _V kalendas

maji anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno vero

imperii ejus II_ (sarà scritto nell'originale _anno I_). In esso

dic'egli, Berengarium ducem (del Friuli), _et affinitate nobis

conjunctum_ (perchè figliuolo di _Gisla_ sua zia paterna) _nostram

deprecasse clementiam, quatenus cuidam capellano suo, Petrum nomine,

concederemus quasdam res massaricias_, ec. Non si sa che questo Augusto

attendesse nell'anno presente ad impresa alcuna. Abbiamo bensì una

lettera a lui scritta nel dì 29 di marzo[1424], nella presente

_Indizione XIV_, da _papa Giovanni_, in cui gli rappresenta i gravissimi

guai patiti allora dai Romani per cagion dei Saraceni, guai che andavano

ogni dì più crescendo, e però lo scongiura di spedire, secondochè avea

promesso, in loro aiuto un forte esercito, alla cui testa sia un

generale mandato dalla corte sua: segno che il papa non si fidava dei

duchi di Spoleti e Toscana. Ma non apparisce che Carlo il Grosso se ne

prendesse gran pensiero, nè che inviasse gente a soccorrere l'afflitta

Roma. Due diplomi d'esso Augusto nel dì 4 di dicembre in Milano, si

leggono nelle mie Antichità italiche[1425]. Si raccoglie da un'altra

lettera[1426], che manda esso pontefice all'imperadore _Petrum, insignem

palatii nostri super ista_ (si dee scrivere _Superistam_) _deliciosum

consiliarium nostrum, communemque fidelem_, con _Zacheria vescovo_,

affinchè esso Augusto spedisca i messi _pro recipiendis de omnibus, quae

hactenus perperam acta fuerunt, justitiis, et emendationibus, ac pro

totius terrae sancti Petri salute_. Qui si raccomanda papa Giovanni,

perchè vengano i messi dell'imperadore, acciocchè colla loro autorità si

rimedii ai torti e danni inferiti alla Chiesa romana. Ma in un'altra

lettera[1427] non avrebbe egli voluto che i messi imperiali fossero

venuti ad esercitar la loro giurisdizione in Ravenna. Passavano

dissensioni fra _Romano arcivescovo_ di Ravenna ed alcuni nobili di

quella città. Per mettergli in dovere procurò l'arcivescovo che

l'imperadore inviasse colà _Alberico conte_, il quale, senza che il papa

ne fosse consapevole, colla forza della giustizia diede sesto a quegli

affari. Se l'ebbe molto a male papa Giovanni; perchè quantunque pel

diritto della sua sovranità potesse l'imperadore inviar negli stati

della Chiesa i suoi giudici, siccome si era praticato sempre in

addietro, pure non potea piacere al papa padrone di Ravenna che i

sudditi suoi senza saputa sua, e senza prima fare ricorso a lui,

rivolgessero le loro istanze al tribunale e ai ministri d'esso Augusto.

Perciò ne fece doglianza coll'arcivescovo, quasi che egli contra il

giuramento prestato alla santa sede avesse operato; e non finì la

faccenda, che fulminò sotto altri pretesti la scomunica contra del

medesimo arcivescovo, il quale poi nell'anno seguente terminò i suoi

giorni, come si ricava da una lettera[1428] scritta da esso papa ai

Ravennati. Non so io mai intendere come Girolamo Rossi[1429] e l'Ughelli

differiscano sino all'anno 889 la morte d'esso arcivescovo _Romano_.

Convien credere difettosa in questi tempi la storia ecclesiastica di

Ravenna, e che abbia avuto qualche ragione chi fra esso _Romano_ e

_Domenico_, succeduto nel suddetto anno 889, ha posto un _Giovanni_

arcivescovo, e di più un _Leone_, Ho anche inteso dal padre don

Pier-Paolo Ginnani abbate benedettino, che nelle carte ravennati si sono

scoperti alcuni arcivescovi non noti al Rossi. Un d'essi probabilmente

sarà il successor di Romano.

Ora dalla lettera poco fa accennata, scritta al medesimo _Romano_, noi

impariamo che papa Giovanni s'era portato a Napoli. Il motivo di questo

viaggio risulta da varie altre sue lettere dell'anno presente[1430].

_Atanasio II vescovo_ insieme e duca di Napoli, per ambizione, per

interesse, per cabale uomo tutto mondano, si compiaceva forte

dell'amicizia dei Saraceni, perchè entrava a parte dei loro bottini,

cioè degli assassinii che coloro andavano commettendo negli stati della

Chiesa romana, di Capua e delle altre contrade cristiane. Più preghiere

ed istanze avea fatto _papa Giovanni_; molto danaro avea sborsato; andò

anche più d'una volta a Napoli, e dovette andarvi anche nell'anno

presente apposta, anche per tentare in persona di rompere quella indegna

lega. Nulla poi fruttando tanti passi, finalmente proferì contra di lui

la scomunica. Ma questo vescovo, finita una tela di frodi, ne cominciava

tosto un'altra. Chiamò egli dalla Sicilia[1431] Sicaimo re ossia

generale de' Saraceni, e il postò alle radici del monte Vesuvio. Per

giusto giudizio di Dio fu egli il primo a farne la penitenza, perchè

cominciarono que' cani a divorare spietatamente i contorni di Napoli, e

per forza prendeano le fanciulle, i cavalli e le armi di quegli

abitanti. Accadde nel gennaio dell'anno presente, come s'ha da una

Cronichetta da me data alla luce[1432], che _Gaideriso principe_ di

Benevento fu preso e posto in prigione dai suoi parenti, e in luogo suo

fu fatto principe _Radelchi_ ossia _Radelgiso II_, figliuolo del già

principe Adelgiso. Senza sapersene il perchè, fu il deposto Gaideriso

messo in mano dei Franzesi, cioè probabilmente del duca di Spoleti; ma

ebbe la fortuna di scappar dalle carceri e di rifugiarsi in Bari, città

allora sottoposta ai Greci, i quali onorevolmente il mandarono a

Costantinopoli. _Basilio imperadore_, oltre all'averlo benignamente

accolto e regalato, il rimandò in Italia con dargli il governo della

città d'Oria. Giunse in quest'anno al fin di sua vita _Orso doge_ di

Venezia, principe lodatissimo[1433] per la sapienza, pietà ed amor della

pace. Sotto di lui s'ingrandì la città di Venezia con essersi fabbricata

quella parte, allora isola, che si chiama Dorso duro. Per opera sua

furono terminate le controversie vertenti fra i patriarchi di Aquileia e

di Grado. Lasciò suo successore il maggiore de' suoi figliuoli appellato

_Giovanni_, e già collega suo nel ducato. Questi spedì a Roma Badoario

ossia Badoero suo fratello, acciocchè ottenesse da papa Giovanni il

contado ossia governo della città di Comacchio. Ma risaputo il suo

disegno, _Martino conte_ di quella città gli stette alla posta, e ferito

in una gamba il mise in prigione. Poco nondimeno stette a rilasciarlo

con esigere da lui una promessa giurata di non fare in alcun tempo

vendetta, nè di chiedere risarcimento della ingiuria, nè del danno

patito. Tornato che fu Badoario a Venezia, morì di quella ferita, e di

qua prese motivo Giovanni doge suo fratello di condurre l'armata sua

navale contra di Comacchio, città ch'egli prese a forza d'armi; e quivi

come in paese di conquista mise i suoi giudici; e dopo aver danneggiato

i Ravennati, siccome consapevoli della prigionia del fratello, se ne

ritornò a Venezia. Passava poi somma corrispondenza fra papa Giovanni e

la vedova _imperadrice Angilberga_. Ma dacchè _Bosone_ in Provenza e

Borgogna si fece re, tali sospetti insorsero contra di questa

principessa, allora dimorante in Piacenza nel suo monistero di san

Sisto, o piuttosto di Brescia nel monistero di santa Giulia, che _Carlo

il Grosso_ fattala prendere, la mandò in Alemagna in esilio. Ora papa

Giovanni, allorchè esso Carlo fu in Roma a prendere la corona

dell'imperio, s'interessò forte per la di lei liberazione. Ne ebbe la

promessa, purchè se ne contentassero i due re di Francia _Lodovico_ e

_Carlomanno_. Loro dunque esso papa scrisse nel dì 12 di marzo di

quest'anno[1434], con rappresentare che Angilberga era sotto la

protezione della Sede apostolica, e raccomandata a lui anche dal fu

imperador _Lodovico II_ suo marito, pregandoli perciò di volerla

rimettere a Roma, dove tal guardia le metterebbe, che niun soccorso ella

potrebbe recare al genero _Bosone_, nè alla figliuola _Ermengarda_, nè

in parole nè in fatti. Una lettera circolare parimente scrisse il

medesimo papa a tutti gli _arcivescovi, vescovi_ e _conti di Italia_,

acciocchè tutti concorressero ad impetrare questa grazia

dall'imperadore, e che Angilberga fosse inviata a Roma, con dire: _Nam

sicut illud regnum in quo nunc illa sub custodia manet_ (cioè

l'Alemagna) _ejus est: ita et istud. Et sicut ibi custoditur, ne aliquod

solatium vel consilium dare facereque possit Bosoni; ita et nos eam in

tali loco habitare faciemus, quo nihil adversi moliri, nihilque valeat

machinari contrarium ad hujus regni et imperii perturbationem._ Intorno

a ciò fece egli dipoi altre premure nell'anno seguente all'imperadrice

_Riccarda_, moglie dell'Augusto Carlo il Grosso, alla quale ancora si

raccomanda colle lagrime agli occhi, per avere i promessi aiuti da esso

imperadore, stante il crescere tutto dì la possanza de' Saraceni a Roma,

e il mancar poco che per la disperazione i Romani non facciano pace con

quegl'Infedeli: pace nondimeno che sarebbe costata tesori.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 224 / 339 题