[1349] Annales Franc. Fuldenses.
[1350] Epist. 84, 85, etc. Johannis Papae VIII.
[1351] Epist. 164 Johannis Papae VIII.
[1352] Annales Francor. Bertiniani.
[1353] Annal. Francor. Fuldenses.
[1354] Epist. 119 Johannis Papae VIII.
[1355] Epist. 92 Johannis Papae VIII.
[1356] Epis. 126, 127, etc. ejusdem.
[1357] Epistola 130 ejusdem.
[1358] Niceta, in Vit. S. Ingnatii Constantinop.
[1359] Baron., Annales Eccl.
[1360] Pagius, ad Annal. Baron.
[1361] Fiorent., Vita di Matilde, lib. 3. p. 24.
[1362] Epistola 133, Johann. Papae VIII.
[1363] Antiquit. Ital., Dissert. 17, p. 929.
[1364] Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii Imper.
[1365] Rer. Ital. P. I. tom. 2.
[1366] Cedren. in Annal. de Niceph. Phoca.
Anno di CRISTO DCCCLXXIX. Indiz. XII.
GIOVANNI VIII papa 8.
CARLO il GROSSO re d'Italia 1.
Seguitava intanto _Carlomanno_ re di Baviera e d'Italia a combattere con
gl'incomodi della sua sanità[1367]. Sopraggiuntagli una paralisia, per
cui perdè quasi affatto l'uso della parola, andava peggiorando il suo
stato. Però i due re suoi fratelli _Lodovico_ e _Carlo Grasso_, ossia
_il Grosso_, cominciarono a fargli i conti sulla vita. Lodovico col
pretesto di una visita portatosi in Baviera, di mano in mano che
comparivano alla sua udienza i magnati di quel regno, si facea da loro
promettere di non prendere per loro principe se non lui, qualora
occorresse la morte del fratello. Carlo il Grosso all'incontro
vagheggiava l'Italia, e si preparava per calare dal suo regno di
Alemagna a procacciarsi questa corona. Teneva anche filo di trattati con
papa Giovanni; e il papa gli dava buone parole, anzi implorava il suo
aiuto contra dei Saraceni, senza lasciar nello stesso tempo di
riconoscere per re l'infermo Carlomanno. Anzi impariamo da una lettera
scritta da papa Giovanni[1368] ad Antonio vescovo di Brescia, e a
_Berengario conte_, ossia duca del Friuli, che Carlomanno avea
dichiarato esso papa suo _vicario_ nel governo del regno d'Italia. Era
intanto dallo stesso papa stato intimato un concilio da tenersi in Roma,
con chiamarvi spezialmente i metropolitani di Milano e Ravenna coi loro
suffraganei. Ma eccoti insorgere una gara fra il papa ed _Ansperto
arcivescovo_ di Milano, che andò a finire in una rottura. Ciò che
pretendesse il pontefice Giovanni, si raccoglie da una lettera scritta a
quell'arcivescovo. Erano le mire sue di raunar que' vescovi, per
disporre, coll'assenso loro, della corona del regno d'Italia. _Et quia_,
scrive egli, _Carolomannus corporis, sicut audivimus, incommoditate
gravatus, regnum retinere jam nequit, ut de novi regis electione omnes
pariter consideremus, vos praedicto adesse tempore valde oportet. Et
ideo nullam absque nostro consensu regem debetis recipere. Nam ipse, qui
a nobis est ordinandus in imperium, a nobis primum atque potissimum
debet esse vocatus et electus_. Il che era dire in buon linguaggio, che
l'arcivescovo e gli altri prelati doveano intervenire a quel concilio
per ricevere imperadore e re d'Italia chiunque avesse voluto il papa. Ma
Ansperto, oltre al poter essergli stato vietato dal re Carlomanno di
andare a Roma, verisimil cosa è che pretendesse spettante a sè ed ai
vescovi del regno d'Italia l'eleggere il loro re, senza dipendere dal
romano pontefice; giacchè per tanti anni sotto i re longobardi il regno
d'Italia era stato indipendente da chi era imperador de' Romani; e circa
ventisette anni l'avea tenuto Carlo Magno, senza essere imperadore. Anzi
lo stesso Carlomanno, re allora d'Italia, non si sa che dipendesse punto
dall'elezione del papa per acquistare questa corona. Aggiungasi che i
principi secolari d'Italia, cioè i duchi, marchesi e conti, doveano
anch'essi pretendere, almeno al pari de' vescovi, all'elezione del re;
ed all'incontro parea che il papa li volesse esclusi da questo diritto.
Può anche darsi che, per quanto era avvenuto in Pavia, già si
sospettasse, o si sapesse rivolto l'animo di papa Giovanni in favor di
Bosone duca, già da lui adottato per figliuolo, e che perciò Ansperto e
gli altri fedeli alla casa reale di Francia dominante in Germania si
tenessero lungi dall'andare ad un congresso, dove correano pericolo di
essere astretti a far le voglie del papa. Abbiamo una lettera da esso
romano pontefice scritta[1369] verso l'aprile di quest'anno _Bosoni
glorioso principi_, da cui risulta che gli andava procacciando degli
aderenti e fautori in Italia; ed anche per questa mira dovette egli
rimettere in sua buona grazia _Adalberto_ duca e marchese di Toscana con
_Rotilda_ sua moglie, già abominati da lui nell'anno precedente. _De
parte quoque_, dice egli, _Adelberti gloriosi marchionis, seu Rotildae
comitissae conjugis ejus, cognoscat nobilitas vestra, quod vobis in
omnibus fideles et devotos amicos eos esse cognoscimus. Ideo rogamus, ut
eorum comitata in provincia posita, sicut jam tempore longo tenuerunt,
ita deinceps pro nostro amore securiter habeant_. Questi contadi posti
in Provenza li doveano avere avuti Adalberto e sua moglie dalla
beneficenza di Lodovico II imperatore, cominciandosi con ciò a vedere
che tali governi prendevano a poco a poco la forma dei feudi de' secoli
susseguenti. L'assoluzione dalle censure data ad esso Adelberto si vede
solamente nell'epistola scritta dal suddetto papa[1370] nel novembre
dell'_Indictione XIV_ dell'anno seguente. Al medesimo Bosone ancora è
più che probabile che fosse indirizzata un'altra lettera del medesimo
pontefice[1371], mancante del titolo, in cui sono le seguenti parole:
_Secretum, quod, Deo auxiliante, vobiscum Trecis existentes habuimus,
immutilatum ac fixum nostro apostolico pectore, quasi quoddam thesaurum
reconditum procul dubio retinemus; et totis, vita comite, nisibus illud,
quantum in nobis est, alacriter optamus perficere. Quapropter si
excellentiae vestrae libet, jam hoc ipsum ad effectum debetis
perducere._ Dà il titolo di _eccellenza_ in altre lettere ad esso
Bosone. Che secreto poi e concerto fosse questo che si doveva presto
eseguire, cioè se riguardi il regno d'Italia, oppur l'occupazione del
regno della Borgogna che seguì in questo medesimo anno, noi nol
sappiamo. Più nondimeno probabile è il secondo.
Comunque sia, _Ansperto arcivescovo_ di Milano non volle intervenire al
concilio tenuto in Roma nel mese di maggio: perlochè fu scomunicato da
papa Giovanni. Poco dappoi nondimeno esso pontefice[1372] gli scrisse,
con ordinargli di venire all'altro concilio che s'avea da celebrare sul
principio d'ottobre, dicendo fra l'altre cose: _Hoc etiam tibi, tuisque
suffraganeis omnibus admonitione nostra denunciamus atque praecipimus,
ut cum eo, qui de regibus Francorum, Deo favente, Italiam fuerit
ingressus, nullum absque consensu et unanimitate placitum facere
praesumatis, Apostolorum canone capituli XXXV ita jubente atque
dicente_, ec. Strana cosa è il veder qui citato uno de' pretesi canoni
degli Apostoli. E da ciò sempre più si scorge che nasceva la discordia
fra il pontefice e l'arcivescovo dalle diverse pretensioni loro intorno
al diritto di eleggere il re d'Italia. Non cessava intanto papa Giovanni
di replicar le istanze[1373] al re _Carlomanno_, perchè accorresse in
aiuto della Chiesa afflitta dai Saraceni, maltrattata anche dai cattivi
Cristiani. Altrettanto scriveva a _Lodovico II_ re di Germania, e a
_Carlo Crasso_ re d'Alemagna loro fratello, facendo ora all'uno, ora
all'altro sperare l'imperio. Non mancavano intanto altre gravissime
faccende allo stesso papa, riguardanti la Chiesa di Dio. Era, come
dicemmo, il deposto _Fozio_ risalito sul trono patriarcale di
Costantinopoli. Arrivarono a Roma i legati di _Basilio imperadore_ e
d'esso Fozio, per indurre il papa ad ammetterlo alla sua comunione: e
venne lor fatto. Il cardinal Baronio[1374] benchè adduca delle ragioni
per iscusare in ciò la troppa facilità di papa Giovanni, pure non può
astenersi dal parlare con amarezza di lui, sino a figurarsi che la
favola della papessa Giovanna prendesse origine da questa sua
esorbitante condiscendenza in favore d'un personaggio si screditato:
immaginazione, che neppure ha ombra di verisimiglianza alcuna. Ma non
mancano altri scrittori, che biasimando la rigidezza di que' sommi
pontefici, i quali negli affari scabrosi niun temperamento vogliono
ammettere, credono saggiamente concorso questo papa ad approvar
l'elezione di Fozio, massimamente avendolo egli fatto con varie
condizioni e riguardi, dei quali parla la storia ecclesiastica. Venne a
morte in quest'anno _Landolfo vescovo_ e conte di Capoa[1375], con
lasciar dopo di sè una trista memoria per le sue cabale, per la sua
estrema ambizione, e per l'odio che portava ai monaci. Era solito a
dire: _Ogni volta che mi si presenta davanti agli occhi un monaco,
m'aspetto in quel dì qualche gran disgrazia_. Nel principato di Capoa
gli succedette _Pandonolfo_ suo nipote[1376]. _Landolfo_ iuniore
figliuolo di Landone, suo nipote, fu eletto vescovo di quella città. Ma
Pandonolfo, chiamato da altri _Pandenolfo_, da lì a poco fatta prendere
la sacra tonsura a _Landenolfo_[1377], suo fratello ammogliato, procurò
che anch'egli fosse eletto, e mandollo a Roma a prendere la
consecrazione dal papa. Quantunque _Bertario abbate_ di monte Casino e
_Leone vescovo_ di Teano venissero anch'eglino a Roma per dissuadere il
pontefice dall'ordinarlo, con predirgli dei gravi disordini, il papa non
ne fece caso. Verificossi la predizione, perchè nacque fiera discordia
fra i parenti e fra il popolo, che durò non poco; e i Saraceni,
profittando della lor divisione, diedero un terribil sacco al distretto
di Capoa. Perlochè il papa due volte fu obbligato a portarsi a quella
città, e a prendere in fine (forse nell'anno seguente) il ripiego di
dividerne il vescovato, costituendo _Landolfo_ vescovo in Capoa vecchia
e _Landenolfo_ nella nuova. Anche _Adelgiso principe_ di Benevento (non
si sa bene, se in questo, o se nel precedente anno) terminò i suoi
giorni, ma di morte violenta, perchè ucciso dai suoi generi, nipoti ed
amici. In suo luogo fu eletto _Gaideri_ ossia _Gaideriso_, figliuolo di
una sua figliuola. La discordia che, siccome dissi, si svegliò in Capoa
per i due pretendenti a quel vescovato, fece ricorrere i figliuoli di
Landone per aiuto a _Guaiferio principe_ di Salerno, il qual prese la
lor protezione, e mosse guerra a _Pandonolfo_ conte di Capoa. Questi non
avendo maniera di sostenersi, si raccomandò al papa, che scrisse
lettere[1378] per trattenere Guaiferio dal molestare i Capoani, con
intimargli anche la scomunica: flagello che si fa udire ben sovente
nelle lettere di questo pontefice. Gli dice fra l'altre cose: _Nam pro
vestro, quum venerimus, amore, ipsum quem vultis capuanae plebi,
antistitem ordinabimus, ut vester principalis honor imminutus
permaneat:_ parole indicanti che sovrano di Capoa era il principe di
Salerno, e che non dovea avere avuto effetto la donazione di quella
città fatta da Carlo Calvo Augusto alla Chiesa romana. Certo in queste
lettere papa Giovanni non mostra di pretendersi padrone in temporale di
Capua. Un altro ricorso prima ancora di questo avea fatto Pandonolfo a
_Gaideriso principe_ di Benevento, e a _Gregorio_ generale in Italia
dell'imperador greco Basilio, con chiedere loro soccorso, e promettere
al primo d'essi che venisse, di sottomettersi a lui e di giurargli
fedeltà. Per due diverse strade giunsero costoro a Capoa, e si
accamparono presso a quella città, in tempo che sopraggiunto ancora
Guaiferio colla sua armata, si piantò anch'egli vicino all'anfiteatro.
Restarono allora burlati da Pandonolfo il principe di Benevento e il
generale de' Greci; e però se ne tornarono mal soddisfatti alle loro
case. Seguitò per un pezzo Guaiferio a tenere assediata quella città, da
dove uscì tutta la nobiltà e molti del popolo; ma venendo il verno senza
ch'egli avesse potuto dar la lezione che volea a Pandonolfo, dopo aver
desolato il paese, se ne tornò a Salerno. Veggonsi ancora lettere di
papa Giovanni[1379] a _Pulcari duca_ d'Amalfi. Si era questi impegnato
di rompere i patti stabiliti coi Saraceni, e di difendere le terre della
Chiesa romana: al qual fine papa Giovanni già avea sborsato diecimila
mancosi d'argento. Perchè non avea attesa la promessa, il papa fece
istanza per riavere il suo danaro, e sopra ciò scrisse ancora a
_Guaiferio principe_ di Salerno, con iscomunicar dipoi _Pietro vescovo_
di quella città, e Pulcari e il popolo tutto, finchè rinunziassero
all'amicizia degl'infedeli. Un'eguale scomunica minacciò ad _Atanasio_
il giovane, vescovo di Napoli, se non si ritirava dall'alleanza
contratta coi suddetti Saraceni.
Arrivò al fine de' suoi giorni nel dì 11 di aprile dell'anno presente,
non senza sospetto di veleno, _Lodovico Balbo_, re solamente di Francia,
e non già imperador de' Romani, come immaginarono il Sigonio e il
cardinal Baronio. Presero quella corona i due suoi figliuoli _Lodovico_
e _Carlomanno_, a lui nati da _Ansgarde_ fanciulla nobile, che si crede
da lui presa per moglie in sua gioventù, ma poi ripudiata per ordine del
padre. _Lodovico II_ re di Germania mosse lor guerra[1380], e per una
convenzione acquistò una parte della Lorena. Furono questi torbidi che
diedero il comodo a _Bosone_ duca di Provenza di ben pescare in questa
congiuntura, e di eseguire un disegno suo, non già nato allora. La
moglie _Ermengarda_ l'andava incitando, con dire[1381] che una pari sua,
figliuola d'un imperador d'Occidente, e già sposata ad un imperador
d'Oriente, non potea vivere, se non vedea sè stessa regina, e il marito
re. Forse non avea egli bisogno di sì fatti sproni. Pertanto parte con
promesse di abbazie, di benefizii ecclesiastici e di ville, parte colle
minacce indusse i vescovi e primati della Provenza, e di una parie del
regno della Borgogna, ad accettarlo e riconoscerlo per re. Probabilmente
non gli fu di picciolo aiuto _Rostagno arcivescovo_ d'Arles, che il
papa, consapevole, per quanto si può conghietturare, di questa
risoluzione, avea decorato col titolo di suo _vicario_ per la Gallia. In
Mante presso a Vienna in una dieta di vescovi fu egli eletto e coronato
re, con piantare in questa maniera un nuovo regno, appellato
_arelatense_, oppure di _Borgogna_. Abbracciava questo la Provenza, il
Delfinato, la Savoia, Lione col suo territorio, ed alcuni contadi della
Borgogna. Pretende l'Eccardo[1382] che la città d'Arles riconoscesse
allora per suoi re _Lodovico II_ re di Germania, e _Carlo il Grosso_ re
d'Alemagna. Ma facilmente si può provare ch'essa apparteneva ai re della
Gallia, e che loro fu usurpata con altri stati da Bosone. Però,
secondochè attesta Reginone[1383], Lodovico e Carlomanno re della Gallia
e i lor successori perseguitarono sempre Bosone, ed ebbero in odio il
suo nome e tutti i suoi sudditi. Ma egli, siccome persona di acuto
intendimento e di rara destrezza, seppe così ben governarsi, che contra
tutti i lor tentativi sempremai saldo si sostenne. Figurossi allora
l'Eccardo suddetto che in quest'anno il re _Carlomanno_, figliuolo del
re di Germania Lodovico I, si facesse portare in Italia, deducendolo da
un diploma riferito dall'Ughelli[1384]. Ma non regge la sua conghiettura
fondata sopra un documento copiato con poca accuratezza, e che dee
riferirsi all'anno 877. Non permetteva la troppa afflitta sanità a
questo principe d'imprendere un viaggio tale. È bensì fuor di dubbio che
_Carlo_, appellato dai posteri _Grasso_ ossia il _Grosso_, re
d'Alemagna, suo fratello, calò in quest'anno in Italia. Ne abbiamo il
riscontro negli Annali bertiniani[1385]. Mirava egli cadente il
fratello; e però affrettossi a lasciarsi vedere in Italia per disporre
gli animi dei principi e magnati di questo regno ad eleggere lui per
successore. E che in tali negoziati passasse d'intelligenza coi re suoi
fratelli, cioè col suddetto _Carlomanno_ e con _Lodovico II_, si può
ricavar dagli stessi Annali, che riferiscono seguito fra loro un
abboccamento in Orba, terra oggidì degli Svizzeri, prima ch'egli
scendesse in Italia. Secondo i suddetti Annali, gli riescì di ottenere
il regno italico. Ma quando precisamente seguisse la di lui elezione,
noi saprei dire. Neppure nel dì 15 di novembre egli contava gli anni del
regno d'Italia, se crediamo ad un suo diploma[1386] da me pubblicato, e
dato _XVII kalendas novembris anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu
Christi DCCCLXXVIIII, Indictione XIII, anno vero regni regis Karoli
tertio_ cioè terzo del regno d'Alemagna. Adunque neppure nel dì _16 di
ottobre_ egli numerava gli anni del regno d'Italia. Veggasi il
testamento di _Ansperto arcivescovo_ di Milano, da me dato alla
luce[1387], dove son queste note cronologiche: _Karlomannus, divina
providentia ordinante, rex Longobardorum in Italia anno regni ejus
secundo, decima die mensis septembris, ingrediente Indictione
tertiadecima_, cioè in quest'anno, riconoscendosi da ciò qual corso
avessero in Milano le indizioni. Un altro testamento susseguentemente
fatto dal medesimo arcivescovo vien accennato dal signor Sassi
bibliotecario dell'Ambrosiana[1388], scritto nel _dì XI di novembre,
nell'anno primo di Carlo re, nell'indizione XIII_, cioè nello stesso
anno 879. Sicchè Carlo il Grosso dovette essere eletto e riconosciuto re
d'Italia solamente sul fine di ottobre, o sul principio di novembre
dell'anno presente. Un suo diploma in favor delle monache di santa
Giulia di Brescia, che si legge nelle mie Antichità italiche, è dato _IV
kalendas januarii, Indictione XIIII, anno vero regni Carolis regis in
Francia V, in Italia II. Actum in Placentia_, cioè nel dì 29 di dicembre
dell'anno seguente 880. E perciocchè in quel dì correva l'anno secondo
del regno d'Italia, per conseguenza nello stesso dì dell'anno presente
879 egli era già re d'Italia. Intanto il sommo pontefice _Giovanni
VIII_, giacchè _Bosone_ adottato per suo figliuolo o avea fatto, o era
vicino a stabilire il suo regno in Provenza e nella Borgogna, erasi
accorto abbastanza che sopra l'uno dei due re fratelli, cioè sopra
_Lodovico II_ re di Germania, o sopra _Carlo il Grosso_ re d'Alemagna
dovea cadere la corona del regno d'Italia, perciò colà rivolse le mire
sue. Che anche egli avesse mano in eleggere o far eleggere re d'Italia
esso Carlo, sembra quasi che certo, perchè all'udirlo disposto di venire
in Italia, gli scrisse[1389], con ispedirgli Arnolfo suo consigliere, e
pregarlo di accudire ai bisogni della Chiesa romana, troppo infestata
dai cattivi Cristiani, e più dai pessimi Saraceni. In un'altra lettera,
a lui scritta sul fine di novembre, si scorge essere già seguito
concerto che il papa dovesse portarsi a Pavia, allorchè Carlo vi fosse
giunto per trattar quivi di cose utili alla stabilità del regno; ed
essendo venuta nuova che esso re Carlo era pervenuto a Pavia, senza che
egli ne avesse dato avviso a Roma, nè inviati colà i suoi legati, di ciò
il papa molto si maraviglia. Vuole perciò ch'egli spedisca i suoi
ambasciatori a Roma con lettere onorevoli per la santa Sede: dopo di che
esso papa si metterà in viaggio per andare a trovarlo, e a digerir con
lui ciò che riguardava l'esaltazione della Sede apostolica, e l'onore
non meno del pontefice che del re. Era forte in collera papa Giovanni
contra di _Ansperto arcivescovo_ di Milano, perchè questi, seguitato
dagli altri vescovi e principi del regno longobardico, non avea voluto
accordarsi con lui intorno all'elezione del re d'Italia. Siccome essi
non entravano a far l'imperadore de' Romani, appartenendo ciò al papa e
al senato romano: così pretendevano che neppur il papa entrasse egli a
fare re d'Italia, credendo lor proprio questo diritto. Arrivò tant'oltre
questa gara e disunione, che per non avere Ansperto fatto caso della
scomunica pontificia, papa Giovanni il dichiarò decaduto dal vescovato,
e ne scrisse al re Carlo[1390], ed anche al clero di Milano, perchè
passasse all'elezione d'un altro. Non mancò il re Carlo di scrivere in
favore d'Ansperto; ma il papa se ne scusò, volendo che questo prelato
andasse prima a Roma a dar le dovute soddisfazioni. Vedesi nondimeno
cessato dipoi questo turbine. Ma per conto dell'elezione di _Carlo il
Grosso_ in re d'Italia, non essendovi vestigio che v'intervenisse nè in
persona nè per mezzo di alcun legato il papa, sembra assai credibile che
questa si eseguisse dai vescovi e primati del regno, senza volere
dipendenza da lui. Anzi appunto, perchè Ansperto arcivescovo volle
indipendentemente dal papa stesso procedere all'elezione di Carlo
suddetto, possiam conghietturare che nascesse l'ira d'esso papa Giovanni
contra di lui, fino a scomunicarlo, e a cercar di deporlo sotto altri
pretesti: il che non ebbe effetto, veggendosi da lì a non molto rimessa
la concordia fra loro.