LODOVICO PIO IMPERADORE

morto nell'anno 840.

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Carlo Calvo Lodovico Lottario imperadore Gisela moglie di

imperad. re di morto Eberardo duca

Germania nell'anno 855. del Friuli

| | morto circa

| | l'anno 867.

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Carlomanno Carlo Lodovico Lodovico II. Unroco duca Berengario

re il II re di imper. morto o marchese duca o

d'Italia Grosso Germania nell'anno 875. del Friuli marchese

imper. | del Friuli,

| poscia re

| d'Ital.

| ed imperad.

Ermengarda moglie

di Bosone duca

di Lombardia.

Ora Bosone considerando la nobiltà di _Ermengarda_, figliuola di un

imperadore, e più la pingue eredità ch'ella portava seco, affine di

ottenerla per moglie, segretamente se l'intese con Berengario. Bramava

ancor questi di mettersi bene in grazia di Bosone, cioè di chi era

fratello dell'_imperadrice Richilda_, ed arbitro allora del regno

d'Italia. Fecero dunque una furberia e collusione iniqua per trarre a

fine questo negozio. E qual fosse può ricavarsi dagli Annali di

Fulda[1322], i quali all'anno 878, parlando di _Bosone conte_ (che così

ancora si veggono non rade volte allora appellati i duchi e marchesi),

hanno le seguenti parole: _Quia propria uxore veneno extincta, filiam

Hludovici imperatoris de Italia per vim rapuerat._ Dovette essere il

concerto che Bosone facesse vista di averla rapita per forza, acciocchè

a Berengario non venisse dato qualche carico presso la vedova

_imperadrice Angilberga_, nè presso i figliuoli di _Lodovico I_ re di

Germania, di aver tenuta mano a sì fatto matrimonio: poichè quanto a

Bosone, ne doveva egli avere un segreto consenso da Carlo Calvo Augusto,

mercè della sorella, cioè della suddetta imperadrice Richilda. Cosa poi

ne avvenisse, lo vedremo fra poco. Nè si vuol tacere che il medesimo

Bosone (non se ne sa il pretesto) avea ritenuto nell'anno precedente

_Leone_, nipote di _papa Giovanni VIII_, e _Pietro_, amendue vescovi e

legati, spediti da esso pontefice alla corte dell'imperador Carlo[1323]:

della quale ingiuria si dolse non poco con lui esso papa Giovanni.

Era intanto in grandi faccende questo papa per gli danni che tuttavia

recavano i Saraceni al ducato romano con timore di peggio. Non sapeva

egli digerire che _Sergio II duca_ di Napoli cristiano avesse non

solamente stabilita pace con que' nemici del nome cristiano, ma anche

una specie di lega ed unione con loro. Per disciogliere questa indegna

alleanza, si portò egli in persona a Napoli verisimilmente nel gennaio

di quest'anno; fece quante calde esortazioni potè a quel duca; e per

tentar pure di guadagnarlo[1324], consecrò vescovo di quella città

_Atanasio_ juniore, fratello del medesimo duca; ma non riportò a Roma se

non delle parole, perchè ad esse non tenne dietro alcun fatto. Questo è

il viaggio, del quale parla Erchemperto[1325], con aggiugnere che

_Lamberto duca di Spoleti_ e _Guido_ suo fratello andarono in compagnia

del papa, il quale usò il medesimo studio per istaccar dall'amicizia de'

Saraceni _Guaiferio_ principe di Salerno, _Pulcare_ duca di Amalfi, e

_Docibile_ ipato, ossia duca di Gaeta. Del suddetto Guaiferio principe

salernitano si legge una donazione fatta nell'anno 877, e da me

pubblicata[1326]. A seconda dei suoi desiderii questi operarono.

Gagliardissime istanze parimente fece ad _Aione_ vescovo di Benevento,

affinchè inducesse il fratello, cioè _Adelgiso principe_ di quel ducato,

a ritirarsi dalle convenzioni fatte con quegl'infedeli, con dire fra

l'altre cose[1327]: _Nos, cooperante gratia Christi, tam cum carissimo

filio nostro Lamberto glorioso duce_ (di Spoleti) _qui nobis in omnibus

haeret, quam cum aliis Dominum timentibus, desudabimus, ut impium foedus

cum Agarenis habitum dissolvatur_. E perciocchè esso papa intese che

_Gregorio imperial pedagogo_ era venuto in Calabria e a Bari con

un'armata spedita dall'_imperadore Basilio_, anche a lui scrisse,

pregandolo pel soccorso di alcuni per nettare dai Saraceni il littorale

romano. Ma le maggiori premure di papa Giovanni erano presso

all'imperador _Carlo Calvo_, acciocchè menasse o mandasse delle forze

bastanti a ripulsar que' Barbari, che già aveano disertata la Campania e

la Sabina, e scorreano fino alle vicinanze di Roma. Son patetiche le sue

lettere in questo affare[1328]. Aveva in questi tempi _Adalardo vescovo_

di Verona impetrato da esso imperadore in benefizio, ossia in commenda,

l'insigne monistero di Nonantola, posto nel territorio di Modena, _quod

pro Dei, tantique loci reverentia nullus umquam episcoporum vel judicum

in beneficium quaesierat, suisque usibus, coarctatis extrema egestate

monachis, applicavit_; e ciò con isprezzo de' privilegii della Sede

apostolica: disordine che anche in Italia avea cominciato a prendere

gran piede. Però lo scomunicò, e ne diede avviso ad _Ansperto

arcivescovo_ di Milano, a _Gualperto patriarca_ d'Aquileia e al clero di

Verona. Convien credere che al vedersi i Romani così maltrattati, anzi

divorati dai Saraceni, e minacciati di mali anche più terribili, senza

che dopo tante istanze Carlo Calvo movesse un dito per soccorrerli:

difficilmente potessero tenere in freno la lingua dallo sparlare contra

di lui con dire: _A che ci serve questo imperadore che si gloria

d'essere nostro sovrano, nè vuol poscia ne' gravissimi bisogni recarci

un menomo aiuto, e intanto attende solo a far delle guerre ingiuste

contra de' suoi nipoti? S'egli dimentica il suo dovere, saremo scusati

se dimenticheremo ancor noi il nostro, e se cercheremo altro miglior

signore._ Rapportate a Carlo Calvo queste mormorazioni e minacce di

sottrarsi al suo dominio, dovette egli far delle gravi doglianze col

papa per la fede vacillante del popolo. Ora il pontefice per quetar lui,

e reprimere eziandio le licenziose voci dei Romani, tenne nel febbraio

dell'anno presente un concilio di vescovi in Roma, nel quale, dopo la

protesta di aver già eletto ed unto in imperadore _Carlo figliuolo di

Lodovico Augusto[1329], _una cum annisu et voto omnium fratrum et

coepiscoporum nostrorum, atque aliorum sanctae romanae Ecclesiae

ministrorum, amplique senatus, totiusque popoli romani, gentisque

togatae, et secundum priscam consuetudinem_: conferma e fa confermare da

tutti la elezione e consecrazione di lui. Non si può leggere senza

stupore, per non dir altro, l'allocuzione ivi fatta da papa Giovanni,

perchè contenente una sparata tale di lodi di Carlo Calvo, che chiunque

è intendente della storia d'allora, manifestamente conosce essere

esorbitanti, nè convenienti alla gravità e maestà di chi le propone. Non

aveano certo i precedenti papi negli Annali de' Franchi conosciuto in

lui que' pregi che qui gli vengono dalla sola adulazione attribuiti.

Poscia si venne alla scomunica contra qualsivoglia persona che osasse,

per qualunque titolo, turbar questa elezione e seminar discordie, con

dichiararli ministri del diavolo e nemici di Dio, della Chiesa e della

Cristianità. Abbiamo una lettera scritta da esso papa Giovanni[1330] a

_Lamberto glorioso duca_ di Spoleti, da cui si scorge che esso duca avea

ricevuto ordine dall'imperadore di portarsi a Roma, e di obbligare i

Romani a dar degli ostaggi della lor fedeltà: chiaro contrassegno della

sovranità conservata anche da questo imperadore in Roma. Risponde il

pontefice: _Romanorum filios sub isto coelo non legitur fuisse obsides

datos: quanto minus istorum, qui fidelitatem augustalem et mente

custodiunt, et opere Deo juvante perficiunt?_ Chiaramente poi protesta

di dubitare se quest'ordine si sia spiccato dall'imperadore stesso,

perchè non gli par probabile ch'esso Augusto avesse tenuto segreto ad

esso papa un tal disegno, _et ipsum imperatorem non credimus suum nos

velle secretum latuisse_. In somma gli fa sapere che non s'incomodi per

venire a Roma, altrimente non sarà ricevuto. _Quum autem, Deo juvante,

ad unam concordiam et unam quietem reipublicae caussa redierit, et litis

figmenta, quae tamquam telas aranearum putamus, contra augustalem

majestatem oborta, sopita exstiterint_: allora sarà amichevolmente

accolto esso Lamberto: dal che si conferma che titubavano non poco i

Romani nella fedeltà giurata a Carlo Calvo; e probabilmente soffiavano

in questo fuoco i figliuoli di _Lodovico I_ re di Germania, pretendenti

anche essi all'imperio. Dicesi data la suddetta lettera di papa Giovanni

_XII kalendas novembris, Indictione XI_, cioè nel dì 26 d'ottobre

dell'anno presente. Ma si conosce che vi ha errore, ed esser ella (al

che non s'è badato fin qui) fuor di sito; perchè ivi si parla d'un

_imperador_ vivente, e Carlo Calvo era già mancato di vita (siccome

diremo) nel dì 13 di esso mese, nè Carlomanno era imperadore. Però

questa lettera probabilmente fu scritta nell'ottobre dell'anno

precedente, e in vece di _Indictione XI_, s'ha da scrivere _Indictione

X_.

Venne poscia l'infaticabil papa a Ravenna, dove nel mese d'agosto, se

pur non fu in giugno, tenne un concilio numeroso di 130 vescovi.

Girolamo Rossi, Giovan-Giorgio Eccardo, ed altri hanno moltiplicato i

concilii tenuti da papa Giovanni in Ravenna. Non so io dire se più d'uno

egli ne celebrasse. Ben so che in questo anno quivi si tenne la suddetta

sacra assemblea[1331], ciò costando da varie lettere del medesimo papa.

Furono in esso concilio fatti diciannove canoni; e il Dandolo

scrive[1332] che si diede fine alla controversia insorta fra _Orso doge_

di Venezia e _Pietro patriarca_ di Grado, perchè questi ricusava di

consecrar vescovo di Torcello, a requisizion del doge, _Domenico abbate_

del monistero di Altino. Fu determinato che finchè vivesse il patriarca,

egli resterebbe privo della consecrazione, ma godrebbe le entrate di

quel vescovato. Aggiugne quello storico, che l'armata navale de'

Saraceni arrivò sotto Grado, e le diede più assalti, ma indarno, per la

valorosa difesa de' cittadini. Portata questa nuova a Venezia, inviò il

doge con uno stuolo di navi Giovanni suo figliuolo al loro soccorso. Non

credettero bene que' Barbari di aspettarlo, ed alzate le ancore vennero

alla città di Comacchio, e le diedero il sacco. Fu poco appresso dal

popolo di Venezia eletto doge e collega del padre esso _Giovanni_.

Confessa il Dandolo che in questi tempi i mercatanti veneziani

comperando dai corsari (o Saraceni o Schiavoni) i poveri cristiani,

fatti da loro schiavi, ne facevano poi traffico, vendendoli anche

agl'infedeli. A tale iniquità il doge e popolo veneziano cercarono il

rimedio con pubblicare un rigoroso divieto, e intimar gravi pene a

chiunque contravvenisse. Seguitava intanto _Sergio II duca_ di Napoli a

tenere stretta corrispondenza e una specie di lega coi Saraceni, nè

voleva, per quanto gridasse papa Giovanni[1333], distorsene, ingannato

dai consigli di _Adelgiso principe_ di Benevento, e di _Lamberto duca_

di Spoleti, uomo doppio ed avvezzo a pescare nel torbido. Non potendo,

nè volendo papa Giovanni soffrire tanta iniquità, lo scomunicò. Sergio,

irritato per questo, mosse guerra a _Guaiferio principe_ di Salerno, che

avea non solo rinunziato alla amicizia di coloro, ma eziandio parecchi

ne avea già tagliati a pezzi. Otto giorni dopo la scomunica Guaiferio

prese ventidue soldati napoletani, a' quali fece tagliar la testa: che

così n'avea commissione da papa Giovanni. Qui nondimeno non finì la

faccenda. _Atanasio vescovo_ di Napoli ascoltò volentieri in tal

congiuntura le suggestioni dell'ambizione; e giacchè oltre i romani

pontefici, che da più d'un secolo godevano temporal dominio di stati,

anche _Landolfo vescovo_ di Capoa come principe signoreggiava quella

città, con questi esempli davanti agli occhi pensò anch'egli a farsi

padrone in temporale della patria sua. Pertanto formata una congiura,

fece prendere il _duca Sergio_ suo fratello, e dopo avergli fatto cavar

gli occhi, il mandò prigione a Roma, dove miserabilmente terminò i suoi

giorni. Non gli fu difficile il farsi poco appresso proclamar duca di

Napoli. Di questa azione ne fu mirabilmente lodato Atanasio da papa

Giovanni, come apparisce da una sua lettera. E che anch'egli avesse

intelligenza di questo fatto e vi desse braccio, pare che si raccolga

dal dirsi quivi: _Nos namque aliis omnibus mancosis datis, mille

quadrigentos vobis dare debemus, quos vestrae dilectioni aut in initio

quadragesimae, aut in die sanctae resurrectionis vobis procul dubio

dirigemus_. Scrisse anche ai Napoletani, lodandoli di quanto aveano

operato, e promettendo loro il danaro, concertato verisimilmente per

muoverli contra di Sergio. Queste nondimeno furono picciole avventure

rispetto a quelle dell'imperador Carlo Calvo[1334]. Ricevette egli a

Compiegne _Pietro vescovo_ di Fossombrone e _Pietro vescovo_ di

Sinigaglia, nunzii a lui spediti dal papa per sollecitarlo a venire in

Italia, per liberar dagl'insulti de' Saraceni il ducato romano: al che

si era egli obbligato con varie promesse. Determinò di venire; ma prima

attese a quotare i corsari normanni, gran flagello allora della Francia,

col pagamento delle contribuzioni ordinate: al qual fine impose una

grave tassa a tutti i secolari ed ecclesiastici del suo regno. Raunata

parimente gran copia d'oro, d'argento e d'altre preziose cose, e un

grosso nerbo di cavalleria, calò finalmente in Italia accompagnato

dall'_imperadrice Richilda_ sua consorte. A Vercelli fu ad incontrarlo

papa Giovanni. Se crediamo a Reginone, fu in questa occasione che[1335]

fu data in moglie a_ Bosone duca Ermengarda_ figlia del fu Lodovico II

Augusto. _Bosoni germano Richildis reginae Hermingardem filiam Ludovici

imperatoris in matrimonium jungit. Dies nuptiarum tanto apparatu,

tantaque ludorum magnificentia celebratus est, ut hujus celebritatis

gaudia modum excessisse ferantur. Dedit etiam eidem Bosoni provinciam,

et corona in vertice capitis imposita, eum regem appellari jussit, ut

more priscorum imperatorum regibus denominari videretur._ Può patire

delle difficoltà questo racconto di Reginone per quel che riguarda

l'aver Carlo Calvo dichiarato re di Provenza in tal congiuntura Bosone:

perchè, secondo gli Annali bertiniani, Bosone solamente due anni dappoi,

per impulso della moglie, prese il titolo di re; ma non dovrebbe già

aver egli sognato le nozze di lui, nè la gran pompa con cui furono

celebrate. Certo Bosone non isposò Ermengarda, allorchè nell'anno

precedente Carlo Calvo si trovò in Lombardia, perchè solamente dacchè

Carlo fu ritornato in Francia, egli la rapì. Il tempo proprio per tali

nozze fu il ritorno in Italia d'esso imperadore, e la presenza ancora di

Richilda Augusta, sorella di esso Bosone.

Stavasene tripudiando in Pavia Carlo imperadore col papa, quando eccoti

giugnere avviso che _Carlomanno_ suo nipote, cioè il primogenito di

_Lodovico I_ re di Germania, con un grosso esercito di Tedeschi calava

in Italia, non per intervenire a quelle feste, ma per fare una visita

disgustosa all'Augusto suo zio. Le parole degli Annali fuldensi son

queste:[1336] _Quod quum Carolus comperisset, illico juxta consuetudinem

suam fugam iniit. Omnibus enim diebus vitae suae, ubicumque necesse erat

adversariis resistere, aut palam terga vertere, aut clam militibus suis

effugere solebat._ Confessa anche l'autor franzese degli Annali di san

Bertino[1337] che Carlo Calvo sbigottito per quella nuova, nuova certo

non falsa, se ne scappò col papa a Tortona, dove l'imperadrice Richilda

appena ebbe ricevuta la consecrazione imperiale dalle mani d'esso

pontefice, che prese la fuga col tesoro verso la Morienna. Stette

alquanto in essa città di Tortona Carlo Augusto col papa, aspettando che

venissero a trovarlo i primati del suo regno, cioè _Ugo abbate_,

_Bosone_ ed altri, come era il concerto; e saputo che non venivano,

subito che intese l'avvicinamento di Carlomanno, frettolosamente si

incamminò egli verso la Savoia. Anche il papa non perdè tempo a

ritornarsene a Roma, ma di mala voglia, riportando seco in vece di un

esercito un Crocefisso d'oro di gran peso, e tempestato di gemme

preziose, per la basilica di san Pietro, che Carlo Calvo gli avea

donato. Fu preso per istrada l'imperador dalla febbre, e portato di là

dal monte Cenisio a un luogo appellato Brios, colà fece venir dalla

Morienna l'imperadrice, e poscia finì di vivere nel dì 15 d'ottobre.

Attestano tutti gli Annalisti, essere stata allora voce comune che egli

morisse di veleno, a lui dato o mandato da Sedecia medico ebreo, suo

favorito, in una medicina, per liberarlo dalla febbre. Il liberò questa

da tutti i mali. Aperto il suo cadavero, e levate le interiora, come si

potè il meglio, bagnato con vino e sparso d'aromi, fu posto in una bara

per portarlo a seppellire a Parigi nel monistero di san Dionisio, in

esecuzione degli ordini da lui lasciati prima di morire. Ma non potendo

reggere i portatori allo eccessivo fetore, misero quel corpo in una

botte ben impegolata di dentro e di fuori, e coperta di cuoio. Neppur

questo ripiego bastò a levare lo straordinario puzzo; però allorchè

furono giunti ad una chiesetta di monaci nella diocesi di Lione, quivi

seppellirono sotterra la botte col corpo stesso. _Sic transit gloria

mundi._ Per ordine poi di _Lodovico Balbo_ suo figliuolo e successore

nel regno, portate l'ossa sue a Parigi, qui ebbero più degna sepoltura.

Andrea prete[1338] nella Cronichetta più volte citata scrive che Carlo

Calvo creato imperadore se ne tornò a Pavia nel gennaio, _Indictione

nona_ cioè nell'anno 876. _Quumque idem Carolus imperator de Roma

reversus in Papia sederet, audivit quod Karlomannus Hludovici filius

contra eum veniret; quumque exercitum suum adunare vellet, et cum eo

bellum gerere, quidam de suis, in quorum fidelitate maxime confidebat,

ab eo defecti, cum Karlomanno se conjungebant. Quod ille videns, fugam

iniit, et in Galliam repedavit, statimque in ipso itinere mortuus est.

Karlomannus vero regnum Italiae disponens post non multum tempus ad

patrem in Bajoariam reversus est._ Due grossi errori son qui, e tali,

che fan conoscere o che esso Andrea non iscrisse in questi tempi, o che

alla Cronichetta in fine sono state da altri aggiunte le suddette

parole. Due furono le venute in Italia di Carlo Calvo, e non una sola.

Nè egli terminò sua vita nell'anno 876, ma bensì nell'877. Oltre a ciò,

Carlomanno non potè andare a trovar il padre in Baviera, perchè questi

era già morto nell'anno precedente. Dagli Annali bertiniani, che ci han

conservate le notizie riferite di sopra, un'altra ne abbiamo: cioè, che

_Karlomannus mendaci nuncio audiens, quod imperator et papa Johannes

super eum cum multitudine maxima bellatorum venirent, et ipse fugam

arripuit per viam, quam venerat_. Ma verisimilmente questo autore si

lasciò in ciò ingannare da qualche diceria del volgo. Carlomanno sen

venne senza paura alcuna in Lombardia, e quivi attese a mettersi in

possesso della corona di Italia, e a farsi eleggere o riconoscere re dai

baroni del regno, che a poco a poco andarono a sottomettersi a lui. Ho

io pubblicato[1339] un suo diploma, dato in favore dei monaci di san

Colombano di Bobbio (monistero allora goduto in benefizio da non so qual

persona potente) _XIII kalendas novembris, anno Christo propitio, I

regni domni Karlomanni serenissimi regis in Italia, Indictione XI. Actum

in Curte Nova villa regia._ Un altro pure[1340], con cui dona una chiesa

al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, fondato da

_Angilberga Augusta_, chiamata da lui nostra sorella, cioè spirituale, è

dato _XIV kalendas novembris anno, Christo propitio, I regni. Actum in

Curte sancti Ambrosii, quae vocitatur Cassianum juxta Attuam fluvium,

Indictione XI._ Un altro ancora in favore[1341] delle monache della

Posterla di Pavia fu dato _XII kalendas decembris anno, Christo

propitio, I regni. Actum civitate Verona, Indictione XI_.

Se in tali documenti l'_indizione_ comincia in settembre, come io credo,

essi appartengono all'anno presente. Anche nella Cronica

casauriense[1342] si legge un suo diploma dato in Pavia _XVII kalendas

novembris anno secundo regni_ (cioè di Baviera), _Indictione decima_: il

che dà indizio che egli non avesse per anche assunto il titolo di re

d'Italia nel dì 16 d'ottobre. Ma in vece di _Indictione decima_ dovrebbe

leggersi ivi _undecima_, che così hanno gli altri suoi diplomi, poco fa

accennati. Tralascio altri diplomi di esso re, da me pubblicati nelle

Antichità italiche[1343] ed altrove. Ma non pertanto non voglio lasciar

di avvertire che uno strumento originale, da me veduto in Lucca, porta

queste note: _Regnante domino nostro Karlomanno piissimo rege anno regni

ejus, postquam, Deo propitio, in Italiam ingressus est, primo, pridie

idus novembris, Indictione duodecima_, cioè nell'anno 878, nel dì 12 di

novembre. Adunque nello stesso dì nell'anno precedente egli non era per

anche re. Un altro è scritto: _Anno II Karlomanni pridie nonas

decembris, Indictione XIII_, cioè nell'anno 879, se la indizione ha

avuto principio nel settembre. Adunque neppur nel dì 4 di dicembre

dell'anno 877 egli sarebbe stato re d'Italia. Contuttociò assai

fondamento c'è per mettere in dubbio che Carlomanno sbigottito se ne

tornasse indietro per la via, per cui era venuto. E non tardò egli,

udita che ebbe la morte di Carlo Calvo Augusto, a ragguagliarne con sue

lettere papa Giovanni, con aggiugnere d'essere stato ben accolto in

Italia, e che dopo una scorsa che gli conveniva di fare in Germania, per

parlare co' suoi fratelli, intenzione sua era di venire in Roma per

ricevere la corona dell'imperio, promettendo di esaltare più di tutti i

suoi antecessori la Chiesa romana. Il papa gli risponde[1344], che a suo

tempo, cioè dopo il suo ritorno, gl'invierà i suoi legati _cum pagina

capitulariter continente ea, quae vos matri vestrae romanae Ecclesiae,

vestroque protectori beato Petro apostolo perpetualiter debetis

concedere_. Il prega di non ammettere nè di ascoltare _infideles

nostros, nostraeque vitae insidiantes_. La sua lettera è data nel

novembre dell'anno presente. In un'altra[1345], a _Lamberto glorioso

conte scritta_, gli fa sapere di aver inteso ch'esso Lamberto medita di

venire a Roma, per dar favore ai nemici ed infedeli del medesimo

pontefice, e che _eos rebus et beneficiis contra nostram etiam

voluntatem inconvenienter restituere debeatis_. Vuol dire di _Formoso

vescovo_ di Porto, e d'altri simili ch'egli avea scomunicati. Però dice

che nol riceverà, se viene per questo. Con altra lettera[1346] ancora

gli notifica la risoluzione sua di passar per mare in Francia, _per iter

marinum_, mostrando di andar colà per trattare col re _Carlomanno_

intorno alla difesa della terra di san Pietro e di tutta la Cristianità;

ma non se gli farà torto a credere ch'egli avesse dell'altre segrete

mire, perchè l'andar per mare non era il viaggio proprio per trovar

Carlomanno. Per questa ordina a Lamberto di non molestare gli stati

della Chiesa, altrimenti gl'intima la scomunica. Intanto prima che

terminasse l'anno[1347], il re Carlomanno se ne tornò in Germania; ma

seco portando una pericolosa malattia, che quasi per un anno il tenne

languente. Cacciossi anche la peste nell'armata sua, per cui molti

solamente tossendo cadevano morti. Una lettera di Giovanni papa, scritta

in quest'anno (se pur non appartiene al precedente) ad _Incmaro

arcivescovo_ di Rems[1348], _per manus Anastasii bibliothecarii_, ci fa

conoscere che fino a questi tempi visse _Anastasio bibliotecario_,

scrittore celebre della Chiesa romana, a cui spezialmente siam tenuti

per avere raccolte e a noi conservate le vite dei papi.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 220 / 339 题