NOTE:

[1269] Erchempertus, Hist. cap. 36.

[1270] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1271] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 39.

[1272] Chron. Franc. Fuldense.

[1273] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1274] Antiquit. Italic., Dissert. XVI, pag. 935 et seq.

[1275] Idem, Dissert. VII, pag. 367.

[1276] Locatus Hist. Placent.

[1277] Camp., Istor. Eccl. di Piacenza all'ann. 852.

[1278] Antiquit. Italic., Dissert. XXVI, pag. 453.

[1279] Rubeus, Hist. Ravenn. lib. 5.

[1280] Pagius, ad Annal. Baron.

[1281] Baluz., Miscellan., tom. 5.

[1282] Erchempertus, Hist. cap. 36.

[1283] Baluz., Miscell. tom. 5.

Anno di CRISTO DCCCLXXV. Indiz. VIII.

GIOVANNI VIII papa 3.

CARLO II imperadore 1.

Sono scorretti i testi di alcuni antichi Annali, oppure han fallato i

loro autori, allorchè riferiscono all'anno precedente la morte

dell'_imperador Lodovico II_. La verità è ch'egli finì di vivere

solamente nel dì 12 d'agosto dell'anno presente nel territorio di

Brescia, e non già in Piacenza, nè in Milano, come alcuni han creduto.

Però nella Cronica casauriense, data alla luce dall'Ughelli[1284], sono

scorrette le note cronologiche di un diploma, _dato III idus octobris,

Indictione VIII, anno dominicae incarnationis DCCCLXXV_. Si dee

scrivere. _DCCCLXXIV_, perchè l'Indizione _ottava_ ebbe principio nel

settembre dell'anno precedente. Andrea prete italiano nella sua

Cronichetta[1285] scrive, che correndo l'_indizione ottava_, cioè in

quest'anno, per tutto il mese di giugno si vide una cometa colla coda

lunga. E che nel mese di luglio vennero i Saraceni, ed abbruciarono una

città, ma con essere caduto il nome d'essa dal testo suo. Ha creduto

taluno che qui si parli di Benevento; ma certo in Benevento non

entrarono quegl'infedeli, nè quella città restò consunta dalle fiamme.

Seguita a dire esso Andrea: _Sequenti autem mense augusto Hludovicus

imperator defunctus est pridie idus augusti in finibus brescianis.

Antonius vere brescianus episcopus tulit corpus ejus, et posuit eum in

sepulcro in ecclesia sanctae Mariae, ubi corpus sancti Filastrii

requiescit. Anspertus mediolanensis archiepiscopus mandavit ei per

archidiaconum suum, ut reddat corpus illud. Ille autem noluit._

L'arcivescovo Ansperto la volle vinta, e si portò egli in persona a

Brescia con _Garibaldo_ vescovo di Bergamo, e _Benedetto_ vescovo di

Cremona, e con tutti i preti e il clero d'essa città. E fatto cavar di

sotterra l'imperial cadavero, ed imbalsamatolo, il misero in una bara, e

nel giorno quinto da che era morto, con lunga processione, cantando i

sacri inni, lo condussero a Milano. Confessa il suddetto Andrea prete,

esser egli stato un di coloro che portarono per qualche spazio di strada

il cataletto. _Veritatem in Christo loquor_, dice egli: _ibi fui, et

partem aliquam portavi, et cum portantibus ambulavi a flumine, qui

dicitur Oleo, usque ad flumen Addua_. Hanno conghietturato il Menchenio

e l'Eccardo che questo Andrea prete possa essere stato il medesimo che

_Andrea Agnello_ scrittore delle vite degli arcivescovi ravennati. Ma

se, secondo i conti del padre Bacchini, Agnello nell'anno di Cristo 829

era in età di anni trentacinque, non è giammai verisimile che nell'anno

875 egli avesse spalle atte a portare quel peso. Dubito io piuttosto

ch'egli fosse bergamasco, al vedere che dal fiume Oglio sino all'Adda,

cioè per la diocesi di Bergamo, a lui toccò l'onore suddetto; e che poco

appresso egli parla individualmente di ciò che fecero i Bergamaschi

nella dissensione succeduta a cagion dell'imperio. Seguita egli poscia a

dire, che condotto il cadavero d'esso imperadore a Milano, con grande

onore e pianto fu seppellito nella chiesa di santo Ambrosio _die

septimanae ejus_, cioè nel _giorno settimo_ dopo la sua morte, con avere

speso tre giorni nel viaggio, e non già nella settimana della festa di

santo Ambrosio del mese di dicembre. L'epitaffio suo, che tuttavia ivi

si legge, quantunque pubblicato da altri, mi sia lecito l'aggiugnerlo

qui.

D.P.M

HIC.CVBAT.AETERNI.HLVDOVICVS

CAESAR.HONORIS

AEQVIPARAT.CVIVS.NVLLA

THALIA.DECVS

NAM.NE.PRIMA.DIES.REGNO

SOLIOQVE.VACARET

HESPERIAE.GENITO.SCEPTRA

RELIQVIT.AVVS

QVAM.SIC.PACIFICO.SIC.FORTI

PECTORE.REXIT

VT.PVERVM.BREVITAS.VINCERET

ACTA.SENEM

INGENIVM.MIRER.NE.FIDEM

CVLTVSVE.SACRORVM

AMBIGO.VIRTVTIS.AN

PIETATIS.OPVS

HVIC.VBI.FIRMA.VIRVM.MUNDO

PRODVXERAT.AETAS

IMPERII.NOMEN.SVBDITA

ROMA.DEDIT

ET.SARACENORVM.CREBRAS

PERPESSA.SECVRES

LIBERE.TRANQVILLAM.VEXIT.VT

ANTE.TOGAM

CAESAR.ERAT.CAELO.POPVLVS.NON

CAESARE.DIGNVS

COMPOSVERE.BREVI.STAMINA

FATA.DIES

NVNC.OBITVM.LVGES.INFELIX

ROMA.PATRONI

OMNE.SIMVL.LATIVM.GALLIA

TOTA.DEHINC

PARCITE.NAM.VIVVS.MERVIT.HAEC

PRAEMIA.GAVDET

SPIRITVS.IN.CAELIS.CORPORIS

EXTAT.HONORIS

Fu principe buono. Erchemperto monaco[1286] altro non seppe trovar da

riprendere in lui, se non lo sconcerto accaduto in Roma delle croci

rotte, che narrammo all'anno 864, il quale si dee piuttosto attribuire

all'insolenza de' suoi cortigiani che a lui; e il non aver fatto levar

di vita il soldano de' Saraceni, allorchè costui nella presa di Bari si

arrendè ad Adelgiso principe di Benevento: il che non è un delitto, se

non nella mente di chi sa poco di teologia, e meno di politica. Per

altro abbiam l'attestato di Reginone, che così parla d'esso

imperadore[1287]: _Fuit iste princeps pius et misericors, justitiae

deditus, simplicitate purus, ecclesiarum defensor, orphanorum et

pupillorum pater, eleemosinarum largus largitor, servorum Dei humilis

servitor, ut justitia ejus maneret in saeculum saeculi, et cornu ejus

exaltaretur in gloria._ Fra le leggi longobardiche si leggono anche le

sue con varie giunte da me pubblicate[1288].

Niuna prole maschile lasciò dopo di sè l'imperador Lodovico. Restò di

lui una sola figliuola, cioè _Ermengarda_, a lui partorita

dall'imperadrice _Angilberga_, che la madre avea lasciata in Capua. E

questo mancar di successori abili all'imperio cominciò a turbar la pace

che per tanti anni s'era goduta in Lombardia pel buon governo di questo

principe: anzi cominciò qui la rovina dell'Italia, che restò priva del

sovrano abitante in essa, e così potente, che teneva in freno la

prepotenza e l'ambizione degl'inferiori; laonde la discordia con gli

altri malanni prese da lì innanzi possesso di questo regno. Due erano

allora i concorrenti all'imperio e al regno d'Italia, siccome

discendenti da Carlo Magno, cioè _Lodovico_ re di Germania in età assai

avanzata, e provveduto di tre figliuoli, ognun dei quali infetto di

molte magagne: e l'altro era _Carlo Calvo_ re di Francia suo fratello.

Tutti e due attentamente vagheggiavano gli stati d'Italia. Or accadde,

per testimonianza di Andrea prete[1289], che sul principio di settembre

si raunò in Pavia la gran dieta de' principi d'Italia, cioè dei duchi,

marchesi e conti d'allora, con esservi intervenuta la vedova imperadrice

Angilberga. La risoluzione che presero, biasimata da esso Andrea prete,

fu di offerire il regno a tutti e due i suddetti re, senza che l'uno

sapesse dell'altro: però amendue si accinsero a calare in Italia con

quanto forze poterono frettolosamente raunare. Maggiore nondimeno fu la

sollecitudine di Carlo Calvo. Senza aspettare invito alcuno degli

Italiani, appena ebbe egli udita la morte del nipote Augusto, che si

mise in assetto per venire a prendere questa pingue eredità. Secondo gli

Annali bertiniani[1290], nel dì primo di settembre imprese il viaggio

verso l'Italia, e con passare pel monistero di san Maurizio, cioè pel

paese de' Vallesi, felicemente arrivato a Pavia, si diede a far maneggi

per esser eletto re d'Italia. Abbiamo un suo diploma[1291] dato nella

stessa città di Pavia nel dì 29 di settembre, in cui non esprime l'anno

primo del regno d'Italia, ma solamente l'_anno primo della successione

di Lodovico_. Intanto Lodovico re di Germania spedì anch'egli alla volta

d'Italia _Carlo_ suo figliuolo, che gl'Italiani cominciarono a chiamare

_Carletto_, ed oggidì più conosciuto sotto nome di _Carlo Grasso_ ossia

_Carlo_ il _Grosso_. Giunto questi nel territorio di Milano, e inteso

che Carlo Calvo suo zio era già entrato in Pavia, restò assai

malcontento, e senza sapere qual partito prendere. Attesta Andrea prete,

che con esso lui si unì _Berengario_, cioè il figliuolo d'_Eberardo_ già

duca del Friuli, vegnendo noi con ciò in cognizione ch'egli dovea già

essere succeduto per la morte di _Unroco_ suo fratello nel governo di

quel medesimo ducato, o vogliam dire di quella marca. Vennero le

soldatesche di Berengario nel bergamasco, commettendo non pochi

disordini d'incendii e d'adulterii, di maniera che molti di que'

paesani, lasciando le case e le sostanze alla discrezion di quella

gente, se ne fuggirono o alla città, o alle montagne. Ricavasi ancora da

una lettera[1292] di papa _Giovanni VIII_, ch'egli arrivato a Brescia,

avea spogliato il monistero delle monache di santa Giulia di tutto l'oro

sì d'esso sacro luogo che dell'imperadrice Angilberga, la quale avea

colà rifugiato, come in ben sicuro asilo, il suo non piccolo tesoro,

ammassato con far tanto gridar la gente. Come veramente passassero in

tale occasione gli affari, non è facile il dirlo, stante la discordia

degli Annali di san Bertino composti da un Franzese, e dei Fuldensi

scritti da un Tedesco, cercando l'uno e l'altro di sostener l'onore, o

di coprire i difetti della sua nazione, con adoperare, occorrendo, anche

le bugie: difetto non già straniero negli scrittori di storie. Carlo

Calvo, secondo i suddetti Annali bertiniani, uscito contra di esso Carlo

Grasso, il mise in fuga, e costrinselo a ritirarsi. Anzi Andrea prete

aggiunse che _Carlo Calvo perrexit in Bajoariam_; cioè portò le sue armi

fino in Baviera: il che non saprei facilmente credere io. L'Eccardo

pensò che questo fosse uno stratagemma di Carlo Calvo, al quale non

riuscisse già di far fuggire il nipote Carlo, ma bensì di farlo

retrocedere, per accorrere alla difesa della casa. Ma neppur sembrerà

credibile che Carlo Calvo volesse passare in Baviera con lasciare in

Italia un principe tedesco suo nipote, assistito dal duca ossia dal

marchese del Friuli, che avrebbe potuto profittare della lontananza

dello zio.

Comunque sia, _Lodovico_ re di Germania inviò alla volta d'Italia

_Carlomanno_, cioè un altro de' suoi figliuoli, con un'altra armata. Per

attestato degli Annali di san Bertino, Carlo Calvo con forze maggiori

gli andò incontro; e Carlomanno, conosciuto di non potere resistere allo

zio, trattò con lui di pace, e dopo i giuramenti seguiti fra loro, se ne

tornò in Germania. Laonde Carlo Calvo, sbrigato da questi ostacoli, ebbe

l'agio convenevole per passare a Roma a ricevere la corona dell'imperio

dalle mani di papa Giovanni. All'incontro abbiamo dagli Annali di

Fulda[1293] che Carlo Calvo, tiranno della Gallia, balzò in Italia, ed

aggraffò tutti i tesori che potè ritrovare, specialmente dell'imperador

Lodovico II. All'avviso che Carlomanno calava in Italia, si fortificò

alle chiuse delle montagne; ma Carlomanno molto ben seppe preoccupare i

siti più difficili. Ora Calvo Carlo considerando che non si poteva

sbrogliare da questo pericoloso impegno senza venire ad un fatto d'armi,

siccome uomo più timido d'una lepre, ricorse al ripiego di guadagnare,

con una gran somma d'oro e con regali d'innumerabili pietre preziose,

l'animo di Carlomanno. E gli venne fatto. Giurò egli di ritirarsi tosto

dall'Italia, e di lasciar questo regno alla disposizione di suo fratello

Lodovico, purchè Carlomanno se ne tornasse anch'egli in Baviera. In

fatti l'incauto giovane Carlomanno se n'andò, ed allora Carlo Calvo,

nulla badando alle promesse nè ai giuramenti fatti, il più presto che

potè marciò a Roma, dove con donativi corruppe il senato romano in guisa

tale, che indusse papa Giovanni a dargli la corona dell'imperio. In

questo racconto ha verisimilmente avuta qualche parte la passione o la

diceria del volgo. Per altro Andrea prete, scrittore in ciò più

autentico, attesta, che fatto al fiume Brenta un abboccamento fra Carlo

Calvo e Carlomanno, rimase stabilita una tregua fra loro sino al mese di

maggio: dopo di che Carlomanno se ne tornò in Baviera, e Carlo Calvo se

n'andò a Roma, dove, fatti molti doni alla chiesa di san Pietro,

ricevette il titolo e la corona imperiale da papa Giovanni. Reginone

scrive ch'egli a forza di regali comperò l'imperio. Certamente pare che

seguisse la tregua suddetta, ed avesse da restar pendente la

controversia; ma Carlo Calvo non lasciò per questo di fare il negozio

suo con burlare il troppo suo credulo nipote. In questo mentre lo stesso

Lodovico re di Germania, credendosi di far desistere il fratello

dall'acquisto dell'Italia, entrò coll'armi in Francia, e diede il guasto

ad un gran tratto di paese, senza che per questo volesse Carlo Calvo

muoversi d'Italia. Non si sa bene se esso re Carlo da sè stesso

assumesse il titolo di re d'Italia, e neppure se ne seguisse la formale

elezione e proclamazione in Pavia. Abbiamo ben certo il tempo della sua

coronazione imperiale in Roma. Invitato dal papa colla spedizione di

quattro vescovi, arrivò egli colà nel dì 17 di dicembre, e poscia nel

giorno solenne del santo Natale[1294] fu unto e coronato imperadore ed

Augusto dal sommo pontefice _Giovanni VIII_. Reginone[1295] attesta

ch'egli fece dei gran regali al papa e ai Romani. Nel giorno seguente,

stando in san Pietro, esercitò la sua autorità col confermare i

privilegii al monistero insigne di Farfa. Il suo diploma, riferito nella

Cronica farfense[1296], è dato _VII kal. januarii, anno XXXVI regni

domni Caroli in Francia, et in successione Lotharii VI, et imperii ejus

I. Actum in sancto Petro, Indictione IX_. Feci menzione di sopra di

un'operetta, attribuita ad Eutropio longobardo, di cui si servì il de

Marca[1297] per provare che Carlo Calvo in tal congiuntura cedette ai

romani pontefici la sovranità sopra Roma. In fatti dice costui, che

venuto esso Carlo a Roma,_ renovavit pactum cum Romanis, perdonans illis

jura regni, et consuetudines illius_, ec. Ma il padre Pagi pruova non

sussistere una tale asserzione, avendo continuato gli Augusti il loro

dominio in Roma stessa. E certo quell'autore, qualunque ei sia, conta

nello stesso luogo dell'altre favole: cioè che Carlo Calvo donò loro

anche _patrias Samniae et Calabriae simul cum omnibus civitatibus

Beneventi_, e inoltre _ad dedecorem regni totum ducatum spoletinum cum

duabus civitatibus Tusciae, quod solitus erat habere ipse dux, idest

Aritium et Clusium_. La storia, siccome vedremo, non s'accorda con

questo racconto e con altre particolarità ch'egli soggiugne. Poichè per

altro non son io lungi dal credere che papa Giovanni ottenesse allora

non pochi vantaggi da un principe che avea un concorrente allo stesso

mercato. Certo si ricava da una lettera d'esso papa Giovanni[1298] che

Carlo Calvo avea ceduto Capoa, non si sa con quali patti, alla Chiesa

romana. Gli affari intanto del ducato di Benevento si trovavano in una

cattiva positura. Dacchè l'imperador Lodovico II si ritirò da quelle

contrade[1299], ripigliarono cuore i Saraceni, e giacchè restò sciolto

il blocco di Taranto, che avea quasi ridotta quella città alla necessità

di rendersi, a poco a poco si diedero a scorrere per gli territorii di

Bari e di Canna, commettendovi le solite ruberie con alcune iniquità.

Tre volte uscì in campo contra di costoro Adelgiso principe di

Benevento; ma sempre se ne tornò indietro senza gloria e senza vantaggio

alcuno. Però in quelle parti andarono a dismisura crescendo le sciagure,

siccome vedremo.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 217 / 339 题