NOTE:

[1258] Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[1259] Erchempertus, Hist., cap. 35.

[1260] Anonymus Salern., Paralip., cap. 121.

[1261] Annales Franc. Bertiniani.

[1262] Anonym. Salernitan., Paralipo., cap. 122.

[1263] Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii.

[1264] Andreas Presbyter, in Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.

[1265] Johann. Diac., Vit. Episc. Neap. Par. II, tom. 1 Rer. Ital.

[1266] Annales Francor. Fuldenses.

[1267] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1268] Baluz., Miscell., tom. 5.

Anno di CRISTO DCCCLXXIV. Indiz. VII.

GIOVANNI VIII papa 3.

LODOVICO II imp. 26, 25 e 20.

Fermossi ancora nel verno di quest'anno l'_imperador Lodovico_ in Capua,

dove l'accortissimo vescovo di quella città _Landolfo_ con tal

disinvoltura s'introdusse nell'animo di lui[1269], che quasi non vedea

esso Augusto per altri occhi che per quei di questo prelato; e però

_ipsum tertium in regno suo constituit_. Volle prevalersi Landolfo di un

sì favorevol vento, ed appoggiato alle raccomandazioni dell'imperadore,

che mostrava tanto affetto a lui, e un cuore sì alieno dai Beneventani,

cominciò a trattare con credibil calore che il papa costituisse il

vescovo capuano metropolitano di tutta la provincia di Benevento. Ma non

gli venne fatta. _Giovanni VIII_ probabilmente conoscendo che un tal

passo avrebbe portato delle conseguenze troppo nocive alla Sede

apostolica, perchè i Beneventani irritati avrebbono potuto gittarsi in

braccio ai Greci che aveano sottratto altre chiese in Calabria e Sicilia

alla santa Sede, e non lascerebbono di fare lo stesso per quelle di

Benevento, si guardò bene dall'acconsentire alle brame ambiziose del

vescovo di Capua. Riuscì poi da lì quasi a cento anni tanto al vescovo

capuano, quanto al beneventano di conseguir la dignità archiepiscopale.

Ora l'Augusto Lodovico, dopo essere dimorato per lo spazio quasi di un

anno in Capua, finalmente fu richiamato dai suoi affari in Lombardia.

Lasciò in essa città di Capua l'imperadrice _Angilberga_ e la figliuola

_Ermengarda_, e andossene a Ravenna, seco portando il corpo di san

Germano vescovo di essa città di Capua, come attesta Leone Ostiense.

Abbiamo nella Cronica casauriense[1270] un suo diploma in favore del

monistero di Casauria, _dato tertio calendas majas, Indictione septima.

Actum foris civitate Ravennae ad sanctum Apollinarem, anno imperii domni

Ludovici serenissimi imperatoris vicesimo quinto._ Anche il suddetto

Leone Ostiense[1271] è testimonio che il medesimo Augusto, trovandosi

nel monistero di santo Apollinare fuor di Ravenna, concedette un

privilegio favorevole al monistero di Monte Casino. Colà son io d'avviso

che andasse a trovarlo papa Giovanni per concerto fatto fra loro di

abboccarsi amendue con _Lodovico re_ di Germania nel territorio di

Verona. Ci assicura in fatti la Cronica di Fulda[1272], che esso re

Lodovico, dopo essere stato verso la metà d'aprile a visitar per sua

divozione il monistero di Fulda, tenne dipoi una dieta generale in

Triburia presso Magonza. _Inde in Italiam per Alpes Noricas transiens,

cum Hludowico nepote suo, et Johanne romano pontifice, haud procul ab

urbe Verona, colloquium habuit._ Cosa si trattasse in quel congresso,

nol dicono essi Annali. Probabilmente vi entrarono le pretensioni

dell'imperador Lodovico sopra il regno della Lorena. Potrebbe anche

dubitarsi che vi si parlasse di chi dovea succedere nel regno d'Italia e

nell'imperio, giacchè Dio non avea dato prole maschile ad esso Augusto

Lodovico. In quest'anno, tutto ansioso esso imperadore di sempre più

nobilitare il suo favorito monistero casauriense, impetrò da papa

Giovanni il sacro corpo di san Clemente I papa e martire, e fecelo

trasportare colà con gran solennità: laonde col tempo cominciò ad essere

appellato da alcuni il monistero di san Clemente. Il cronista

casauriense pretende che sotto papa Adriano II fosse fatta questa

traslazione. Ma che ciò seguisse a' tempi di Giovanni VIII, lo

persuadono i documenti spettanti nell'anno presente a quel monistero,

dove l'imperador Lodovico cominciava a far menzione di questo sacro

acquisto. In un privilegio di esso Augusto[1273], dato _calendis

septembris, Indictione octava. Actum Olonna in curte imperiali, anno

imperii domni Ludovici serenissimi imperatoris vicesimo quinto_, cioè

nel presente anno, nomina il tempio della santissima Trinità _in insula,

quae Casa aurea vocitatur, ubi et almificum beatissimi pontificis et

martyris Clementis corpus venerabiliter recondi fecimus_. In un altro

privilegio dato parimente _in corte Olonna_, delizioso palagio di villa

non lungi da Pavia, dove molto godeva di far soggiorno questo

imperadore, nel dì 15 d'ottobre egli conferma al monistero suddetto

tutti i beni ad esso da lui donati _sive infra romanam urbem, sive extra

ipsam, seu etiam per totam Pentapolim, Tusciam et spoletinum ducatum,

atque camerinum comitatum, necnon etiam firmanum, ascolinum, aprutinum,

pinninum, seu teatinum territorium_. Quivi miriamo distinto il _contado

di Camerino dal ducato di Spoleti_. Contuttociò in un altro diploma,

dato in quest'anno nel dì primo novembre _in curte imperiali Olonna_,

egli torna a far menzione d'essi beni donati _tam infra urbem Romam,

quam extra ipsam romuleam urbem, per totam scilicet Campaniam, et per

omnem Romaniam_ (oggidì Romagna), _necnon et per ambos spoletanos

ducatus, seu per totam Tusciam_. Se erano due i ducati Spoletani,

adunque d'un solo di Spoleti se n'erano già formati due; e l'uno d'essi

fu appellato Marca di Camerino o di Fermo. In quest'ultimo documento ci

fa lo stesso Augusto sapere di aver osservato un luogo atto agli usi

monastici, chiamato _Monnello, distantem ferme duobus milibus ab urbe

mantuana_, e di aver quivi fondato e dotato un monistero di monaci _pro

animae nostrae remedio_. Due altri diplomi d'esso Augusto, scritti

parimente in corte Olonna nell'ottobre di quest'anno, si leggono nelle

Antichità italiane[1274].

Non volle essere da meno dell'imperador suo consorte l'Augusta

_Angilberga_, e prese anch'ella circa questi tempi a fabbricare in

Piacenza un riguardevol monistero di sacre vergini _sub titulo dominicae

resurrectionis, et in honore sanctorum martyrum Sexti, Fabiani_,

ec.[1275], dove poi pare che si facesse monaca, ma non professa,

_Ermengarda_ figliuola d'essi Augusti, come costa da una donazione fatta

da essa nell'anno 890. Il tempo della fabbrica d'esso monistero si

ricava da un diploma del suddetto imperadore dato in _corte Olonna_ nel

dì 15 d'ottobre dell'anno presente, con cui conferma la donazione dei

beni a quel sacro luogo fatta da essa Angilberga. Il Locati[1276] e il

Ripalta, scrittori piacentini, pretesero che la fondazione del suddetto

monistero appellato poi di san Pietro, e divenuto uno dei più insigni

della Lombardia, oggidì posseduto dai monaci benedettini, seguisse

nell'anno 822, con error manifesto. Pretese poi Pietro Maria Campi[1277]

che l'imperadrice Angilberga desse principio a questa pia impresa

nell'anno 852, con riferire a quell'anno un privilegio dell'imperador

suo marito, dove dice che esso Augusto vuole _infra muros placentinae

urbis in honore sanctae resurrectionis monasterium unum sacrarum

puellarum construere_. Ma son chiaramente guaste le note cronologiche di

quel diploma, che per altro è da me creduto documento legittimo. Veggasi

un altro diploma d'esso Augusto, da me dato alla luce[1278], dove sotto

quest'anno si vide disegnata la fabbrica di quel monistero. Dimorò

almeno per qualche parte del presente anno essa imperadrice Angilberga

in Capua. Di tal congiuntura si prevalse _Landolfo vescovo_ di quella

città[1279], uomo che ordiva ogni dì delle nuove cabale, per far mettere

in prigione _Guaiferio principe_ di Salerno, contuttochè poco dianzi

questo vescovo gli avesse prestato giuramento di suggezione e fedeltà

per la città di Capua, ch'egli signoreggiava anche nel temporale. Ma per

questo non gli venne fatto ciò che egli andava macchinando; perciocchè

Guaiferio aiutato dagli amici fu rimesso in libertà, con dare per suoi

ostaggi i figliuoli di Landone, cioè Landone e Landenolfo, suoi parenti,

i quali Angilberga, tornando in Lombardia, condusse seco, e lasciolli

confinati in Ravenna. Mette poi Girolamo Rossi[1280] (seguitato in ciò

dal padre Pagi[1281]) un concilio tenuto in quest'anno da _papa

Giovanni_ in Ravenna, dove fu dato fine ad una lite insorta fra _Orso_

doge di Venezia e _Pietro_ patriarca di Grado. Ma il Rossi, che ha preso

questo fatto dalla cronica di Andrea Dandolo, non badò che quello

storico fa menzione di questo fatto dopo la morte di Lodovico II

imperadore. Però più tardi s'ha da allogar questo concilio. All'anno

presente bensì appartiene una lettera scritta da papa Giovanni VIII allo

stesso imperadore, e pubblicata dal Baluzio[1282]. Dovea Lodovico aver

fatta istanza al papa perchè si restituissero alla chiesa di Ravenna

alcuni monisteri da essa pretesi, e allora posseduti dal romano

pontefice. Ora con queste parole gli risponde papa Giovanni:

_Monasterium sanctae Mariae in Comaclo, quod Pomposia dicitur, et

monasterium sancti Salvatoris in monte Feretri, aliudque monasterium,

quod vocatur sancto Probo, atque colonos in territorio ferrariensi et

adriensi, et Gallicata, et Faventillam, ravennati archiepiscopo non

abstulimus; sed ea monasteria et loca ab antecessoribus nostris possessa

reperientes possedimus, hactenusque jure nostro retinemus_. Divenne col

tempo uno de' più celebri monisteri d'Italia quello della _Pomposa_,

massimamente dappoichè _Ugo marchese d'Este_ l'arricchì di molti beni.

Era in questi tempi arcivescovo di Ravenna _Giovanni_, quel medesimo che

fu condannato nel concilio romano nell'anno 861. E che tuttavia durasse

poco buona armonia fra lui e papa Giovanni, si può raccogliere da un

frammento d'altra lettera scritta da esso papa all'imperadrice

Angilberga, in cui le dice[1283]: _Ad hoc usque malum crevit et

incrassatum est, ut factione ravennatis archiepiscopi Maurinus cum suis

complicibus, qui excommunicati et anathematizati a nobis jam sunt,

Ravennam ingrederetur, et fidelium nostrorum res cum eis funditus

raperet et devastaret, adeo ut claves civitatis Ravennae a vestarario

nostro violenter subtraheret, et pro libitu suo, nescimus cujus

auctoritate, ipsi archiepiscopo (quod numquam factum fuisse recolitur)

potestative concederet._ Adunque i ministri della santa Sede comandavano

in Ravenna, giacchè presso di loro stavano le chiavi di quella città.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 216 / 339 题