[1213] Lupus Protospata, Chron., tom. 5 Rer. Ital.
[1214] Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Mechenii.
[1215] Anonymus Salern., Paralipom., cap. 108.
[1216] Constantinus Porphirogenn., in Vit. Basil. Maced.
[1217] Erchempertus, Hist., cap. 38.
[1218] Anonym. Salernit., Paralipom., cap. 94.
[1219] Johann. Lucius, de Regn. Dalmat., lib. 2, cap. 1.
[1220] Constant. Porphyrogenn., in Vit. Basilii Maced.
[1221] Anonymus Salernit., Paralipom., cap. 109.
[1222] Annal. Francorum Metenses.
[1223] Antiquitat. Italic., Dissert. XI, pag. 585.
[1224] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.
[1225] Erchempertus, Hist., cap. 34.
[1226] Anonym. Salern., Paralip., cap. 109.
[1227] Cedren., in Annalib.
[1228] Andreas Presbyter, Hist. tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.
[1229] Annales Francor. Bertiniani.
[1230] Erchempertus, Hist., cap. 34.
[1231] Antiq. Ital., Dissert. XL.
[1232] Annales Francor. Bertiniani.
[1233] Annales Francor. Fuldenses.
[1234] Ignotus Casinens., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[1235] Erchempert., Hist., cap. 35.
[1236] Anonym. Salernit., Paralip., cap. 114.
[1237] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 17.
[1238] Annales Francor. Bertiniani.
[1239] Epist. 34 Hadriani II. tom. 8 Concil. Labbe.
Anno di CRISTO DCCCLXXII. Indizione V.
GIOVANNI VIII papa 1.
LODOVICO II imp. 24, 23 e 18.
Giunse ai confini della vita in questo anno _papa Adriano II_. Restò di
lui una gloriosa memoria sì per le sue virtù ed azioni lodevoli in
servizio della sede apostolica e della Chiesa di Dio, come ancora della
sua munificenza verso de' sacri templi e de' poverelli. E qui cominciano
ad abbandonarci le vite de' sommi pontefici con grave danno della storia
ecclesiastica e secolare di questi secoli. A lui succedette _Giovanni
VIII_, dianzi arcidiacono della chiesa romana, senza precisamente
sapersi, come pensa il padre Pagi, in qual giorno seguisse la sua
consecrazione. Nondimeno gli Annali bertiniani la mettono nel dì 14 di
dicembre. Stavano intanto in cuore _dell'imperador Lodovico_ due
pungenti spine. L'una era l'occupazion del regno della Lorena, da lui
giustamente pretesa; l'altra l'enorme affronto a lui fatto dall'ingrato
principe di Benevento. Per quel che concerne al primo affare, egli, per
attestato degli Annali di san Bertino[1240], spedì l'Augusta
_Angilberga_ sua moglie per trattarne coi due re suoi zii. Venne dopo
Pasqua il re _Carlo Calvo_ fino a san Maurizio per abboccarsi con lei,
secondochè era stato concertato; ma inteso che la medesima era per andar
prima a Trento per parlare con _Lodovico re_ di Germania, se tornò
indietro. Seguì infatti nella città di Trento il divisato abboccamento,
e Lodovico _cum Ilgerberga loquens_ (lo stesso è che _Angilberga_ ed
_Angelberga_), _partem regni Lotharii, quam contra Carolum accepit,
neglectis sacramentis inter eos pactis, sine consensu ac conscientia
hominum quondam Lotharii, qui se illi commendaverant, clam reddidit.
Inde utrimque sacramenta prioribus sacramentis, quae cum fratre suo
pepigerat, diversa et adversa inter eos sunt facta_. Fece poi sapere
Angilberga al re Carlo che venisse a san Maurizio; ma Carlo
insospettito, oppure avvertito di quanto essa avea pattuito col re
Lodovico, ricusò d'andarvi. Inviò poscia ad esso re Carlo il vescovo
_Vibodo_ sotto pretesto d'amicizia, ma veramente per trattare con lui
della restituzion degli stati del fu re Lottario. Carlo non si lasciò
trovare da lui, o se pur l'ascoltò, rimandollo colle mani vuote. Qual
parte della Lorena restituisse il re Lodovico al nipote Augusto, nol
dicono gli storici. Se potessimo riposar sull'autorità di Gotifredo da
Viterbo[1241], dovette in fine anche il re Carlo venire a qualche
composizione, scrivendo egli che _imperator Ludovicus ipsum regnum
Lotharingiae cum Carolo patruo suo, habita inter se pactione, divesit.
Ita tamen quod Ludovicus imperator Aquisgrani palatium cum sua portione
haberit_. Temo io che Gotrifredo abbia cambiati i nomi, e voglia parlar
qui della divisione fatta da Lodovico re di Germania col fratello Carlo
Calvo. Nè vo' lasciar di dire, che in riferir gli Annali il suddetto
abboccamento del re Lodovico coll'imperadrice Angilberga, non dicono
punto che la medesima fosse di lui _figliuola_, come ha preteso il
Campi[1242] ed altri. Il Bouchet la credette figliuola di un duca di
Spoleti; i Sammartani le diedero per padre _Eticone Guelfo_, figliuolo
di _Eticone duca_ di Svevia. Quanto a me tengo per tuttavia ascosa
l'origine sua. E per le ragioni che ho altrove addotto[1243], non la so
credere figliuola naturale del suddetto Lodovico re di Germania, perchè
dal medesimo è appellata in un diploma _dilecta ac spiritalis filia
nostra Engilpirga_, cioè solamente tenuta al battesimo. Nè erano allora
in uso le dispense di sì stretta parentela, quale sarebbe stata quella
di Lodovico II imperadore con Angilberga, mentre sarebbero stati in tal
supposto primi cugini. A proposito poi di questa principessa, mal voluta
da tutta la nobiltà d'Italia, massimamente a cagione de' gravi sconcerti
accaduti all'Augusto consorte in Benevento, strano è quel che raccontano
i suddetti Annali bertiniani, con dire: _Quia primores Italiae
Ingelbergam propter suam insolentiam habentes exosam, in loco illius
filiam Winigisi imperatoris substituentes, obtinuerunt apud eumdem
imperatorem, ut missum suum ad Ingelbergam mitteret, quatenus in Italiam
degeret (cioè in Lombardia), et post illum non pergeret, sed eum in
Italiam reversurum expectaret. Ipsa autem non obaudiens illud mandatum,
post eum ire maturavit_. Il conte Campelli[1244], indotto da queste
parole, si figurò che Lodovico imperadore ripudiasse Angilberga, la
quale perciò si fece monaca. Ma non sussiste in guisa alcuna che si
sciogliesse il legame del loro matrimonio, nè che Lodovico prendesse per
moglie la figliuola di Guinigiso, chiamato da lui e da altri duca di
Spoleti. Morì, siccome abbiam veduto di sopra, Guinigiso nell'anno 822.
Una sua figliuola in quest'anno sarebbe stata troppo attempata per
servire di moglie o di concubina ad un imperadore che abbisognava di
successione. Però ivi si parlerà di una figlia di qualche altro
Guinigiso, oppure di Guinigiso figliuolo del suddetto duca.
Da un placito della Cronica vulturnense[1245] si conosce che l'imperador
suddetto si trovava nel dì primo di gennaio dell'anno presente in Balva
città dell'Abbruzzo. Abbiamo da un altro strumento aggiunto alla Cronica
di Casauria[1246] che nel dì 12 di aprile egli dimorava nel territorio
di Rieti. Poscia, secondo gli Annali di san Bertino[1247], nella vigilia
di Pentecoste si portò a Roma: il che vien confermato da un suo diploma,
registrato nella Cronica del monistero di Farfa[1248], la cui data è
questa: _V kalendas junii, anno, Christo propitio, imperii domni
Ludovici piissimi Augusti XXIII, Indictione V. Actum in civitate Roma,
palatio imperatoris._ Nel giorno solenne della Pentecoste egli fu
coronato da papa Adriano, che allora vivea, cioè, a mio credere, egli
ricevette la corona del regno della Lorena, o perchè parte gliene avea
ceduta il re Lodovico suo zio, o perchè con questo atto egli intese
conservare e fortificare i diritti suoi sopra quegli stati. Dopo la
messa cantata fece insieme col suddetto pontefice una pomposa cavalcata
sino al palagio lateranense. Fu in questa congiuntura (come s'ha da
Reginone[1249] e dall'Annalista sassone[1250]), e non già nell'anno
seguente, ch'esso Augusto in una gran dieta alla presenza del sommo
pontefice espose le sue giuste doglianze contra di _Adelgiso principe_
di Benevento, il quale perciò fu proclamato tiranno, nimico della
repubblica e del senato romano, e dichiarata la guerra contro di lui.
Slegò papa Adriano da tutti i giuramenti e da qualunque promessa fatta
ad Adelgiso l'imperadore, riconoscendoli per atti nulli, perchè fatti
per forza affin di salvare la vita, e perciò ridondanti in pregiudizio
della salute pubblica. Contuttociò Lodovico, premendogli che nessuno de'
suoi il potesse chiamare spergiuro, non volle procedere coll'armi contra
di Benevento, ma lasciò questa incumbenza all'imperadrice sua moglie, la
quale raunato l'esercito, si preparò per passare a quella volta.
Pervenuta all'orecchio di Adelgiso la nuova di questa spedizione, tale
sbigottimento prese, che se ne fuggì nell'isola di Corsica, dove per
qualche tempo sconosciuto si fermò. Così quegli Annali. Ma senza fallo
questa fuga di Adelgiso in Corsica è affatto favolosa. Noi il troveremo
saldo nel suo principato, e non già figliuolo della paura, procedere
contra de' Saraceni, i quali in questi medesimi tempi portarono
l'eccidio ai ducati di Salerno e Benevento, e non privo di consiglio in
sì scabrose contingenze. Nè apparisce che l'imperadrice suddetta
passasse coll'armi nel beneventano, o che vi facesse prodezza alcuna.
Vegniamo ora ai Saraceni. Dacchè costoro ebbero perduta la città di
Bari, da vergogna e da rabbia commossi, misero insieme in Africa una
nuova poderosa armata di quasi trenta mila combattenti, e nell'autunno
dell'anno antecedente a dirittura diedero le vele verso Salerno. Volle
Dio che mentre costoro faceano quel grande apparecchio di gente e di
macchine per passare in Italia[1251], uno della lor nazione, per nome
Arrane, ricordevole di un piccolo favore a lui compartito da _Guaiferio
principe_ di Salerno, trovato in Africa un uomo da Amalfi chiamato
Fluro, il pregiò in confidenza di far sapere da parte sua ad esso
principe che fortificasse Salerno a tutto potere, perchè gli sovrastava
una gran burrasca. Eseguì l'Amalfitano la commessione, e Guaiferio
immantinente si diede a mettere in buon sesto le fortificazioni della
sua città, e vi fece alzar tre fortissime torri ne' siti più pericolosi.
Una fu fatta dai Capuani, allora sudditi suoi; la seconda dai Toscani,
probabilmente negozianti in quella città; e quella di mezzo la
fabbricarono i Salernitani stessi. Ricorse per aiuto ad Adelgiso
principe di Benevento; e questi appena udì lo sbarco della flotta
moresca, che comparve anch'egli a Salerno con quante forze potè. Tennero
questi due principi consiglio insieme, e fu presa la risoluzione di
uscire in campo contra d'essi, e di azzardare una battaglia. Ma avendo
l'accorto Adelgiso ben considerata e scandagliata la moltitudine e
possanza delle schiere nemiche, giudicò meglio di ritirarsi. Tornossene
egli a Benevento, e i Saraceni attendati intorno alla città di Salerno
cominciarono a stringerla con un ben regolato assedio, che durò
moltissimi mesi anche dell'anno presente, e fu sostenuto nulladimeno con
intrepidezza da Guaiferio e dal suo popolo. Per attestato dell'Anonimo
salernitano, da cui ho preso questo racconto, confermato ancora da
Erchemperto, quei Barbari nel tempo d'esso assedio uccisero innumerabili
contadini e distrussero tutti i contorni di Salerno. Venuta poi la
primavera, mandarono distaccamenti ne' territorii di Napoli, di
Benevento e di Capoa, che diedero il sacco dovunque arrivarono, e
desolarono una gran quantità di terre. Avea preso stanza il re loro
Abdila nella chiesa de' santi Fortunato e Gajo; e quivi fatto porre il
suo letto sopra l'altare, soleva sfogar la sua libidine colle misere
fanciulle cristiane che i suoi andavano rapendo. Ordine dovette essere
di Dio, che un giorno volendo costui far forza ad una, cadde dall'alto
della chiesa una trave, che stritolò l'infame tiranno, senza toccar
l'innocente giovane cristiana. In suo luogo elessero i Saraceni per loro
generale o re un altro chiamato Abimelec, uomo ardito e segace.
In tante angustie _Guaiferio_ principe di Salerno, altro scampo non
conoscendo, determinò d'implorare la misericordia dell'_imperador
Lodovico_, e spedì a lui prima _Pietro_ suo cognato, e poscia
_Guaimario_ suo figliuolo. In mal punto v'andarono. L'Augusto Lodovico,
che era forte in collera con Guaiferio, perchè o credeva o sapeva essere
il medesimo stato complice dell'ignominia a lui inferita in Benevento,
non solamente niun soccorso loro accordò, ma feceli anche arrestare, e
mandolli in esilio. Crebbe perciò la disperazione nei Salernitani,
perseguitati di fuori dai Barbari, dentro dalla fame; se non che
_Marino_ duca di Amalfi mosso a compassione della lor disavventura, e
riflettendo al pericolo della propria casa, se bruciava quella del
vicino, destramente andò introducendo vettovaglia nell'assediata città,
e incoraggiando quel popolo continuamente con isperanze e buone parole.
_Landolfo vescovo di Capoa_ si mosse anch'egli, e dopo tanti mali da lui
fatti, per attestato di Erchemperto, questo almen fece di buono in vita
sua: cioè andò in persona a Pavia a raccomandar l'infelice Salerno
all'imperador Lodovico. Prostrato ai suoi piedi, con tal efficacia
perorò, mostrando in qual pericolo sarebbe la cristianità cadendo
Salerno, la gloria che ne acquisterebbe l'imperadore, le calamità non
solo di Salerno, ma anche di tutte le circonvicine contrade, che il
cristianissimo principe si diede per vinto, e dimenticato per allora il
recente affronto a lui fatto, comandò che si allestisse un'armata e si
mettesse in viaggio. Volle il buon imperadore intervenire anch'egli alla
danza. Giunto che fu a Patenava in Campania, dove ricevette i legati di
varie città, e inteso che non lungi da Capoa s'era annidato un corpo di
dieci mila Saraceni, se gli gittò a' piedi _Guntario conte_ suo nipote,
giovane di quindici anni, e tanto fece e disse, che impetrò da lui di
poter andare ad assalire con parte delle truppe franzesi le nimiche
masnade. Seco andarono i Capuani, e sì bravamente menarono tutti le mani
contra di que' Barbari, che ne misero a fil di spada circa nove mila:
segnalata vittoria, ma che costò la vita allo stesso Guntario con sommo
dispiacere dell'Augusto suo zio. Che nel numero degli estinti lo storico
aprisse di troppo la bocca, lo credo io, e verisimilmente lo crederanno
molti altri. Mandò esso imperadore anche a Benevento un altro
distaccamento dei suoi guerrieri, che unito coi Beneventani diede
addosso ad un altro quasi ugual corpo di Saraceni, accampati in un luogo
chiamato Mamma. Ancor questi furono messi in rotta, e poco men che tre
mila d'essi rimasero estinti sul campo. _Adelgiso principe_ si trovò a
questa battaglia, seco avendo i due _Lamberti_ rifugiati in Benevento,
che mirabilmente il servirono in tale occasione. Erchemperto mette
questa vittoria dei Beneventani (il che è ben più probabile) prima che
l'imperador giugnesse in Campania colle sue milizie; ed aggiugne che i
Capuani anche prima aveano tagliato a pezzi mille di quegli infedeli.
Sul fine dell'anno presente riportarono l'armi cristiane tutti questi
vantaggi. E nella Cronica saracenica[1252] nell'anno presente si legge:
_Periit exercitus Moslemiorum in Salerniah_. Nei documenti da me
aggiunti alla Cronica di Casauria[1253] si comincia nell'anno presente a
far conoscere _Suppone II_ duca di Spoleti. Egli è veramente chiamato in
alcune carte solamente conte, secondochè praticavasi anche in Toscana e
in altri paesi; pure chiaramente in una carta, scritta nell'_anno XXIII
di Lodovico imperadore nel dì VI di giugno, indizione V_, cioè in
quest'anno, si legge: _Constat, me Suppo dux, filius quondam, Maurini_,
ec. E questi dallo autore della Cronica suddetta vien chiamato _Suppo
Piceni comes, qui et dux inscribitur, in imperatoris exercitu fulgidus_.
Già vedemmo all'anno 822 creato duca di Spoleti Suppone conte di
Brescia. Essendo egli morto nell'anno 824, fu promosso _Mauringo_ anche
esso conte di Brescia. Fondatamente si può credere che _Maurino_ e
_Mauringo_ sieno stati un personaggio solo; e quando ciò sia, par molto
verisimile che _Suppone II_ fosse figliuolo dello stesso _Mauringo_ già
duca di Spoleti, e che questo Mauringo avesse per padre _Suppone I_
duca.
Ancor qui troppo diede spaccio alle sue fantasie il conte
Campelli[1254]. Si figurò egli che _Lamberto_ duca di Spoleti per poco
tempo perdesse quel dominio, e si rimettesse presto in grazia di
Lodovico imperadore, senza che alcun fosse sostituito a lui in quel
ducato. Ma è fuor di dubbio, siccome ho dimostrato altrove[1255], che
Lamberto ne fu cacciato nell'anno 871, nè lo ricuperò mai in vita di
questo imperadore; e che _Suppone II_ fu creato duca nello stesso anno
871, al vedere che nel novembre di quell'anno si truova _missus Supponis
comitis_ nelle contrade dell'Abbruzzo moderno. Solamente dopo la morte
di Lodovico Augusto, e nell'anno 876, a _Lamberto_ riuscì di riaver quel
ducato. Quando poi si tratta in questi tempi di chi era _duca di
Spoleti_, convien sempre riflettere che due furono i _ducati di
Spoleti_; l'uno di là dall'Apennino, di cui _Spoleti_ era capo; e
l'altro di qua, che fu poi chiamato di _Camerino_. Però due solevano
essere in un tempo stesso que' duchi, senza comparir chiaro se in solido
amendue reggessero que' ducati, oppure se diviso fra loro fosse il
comando e l'autorità. Parlammo di sopra di _Atanasio vescovo_ di Napoli,
rimesso in libertà da _Sergio II duca_ suo nipote[1256]. Non potendo
egli più reggere alle oppressioni che continuavano, dopo aver sigillato
il tesoro della sua cattedrale, si ritirò nell'isola del Salvatore
nell'anno 871. Andò nelle furie il duca Sergio, e mandogli a dire che
rinunziasse il vescovato e si facesse monaco. Negò di farlo Atanasio, e
allora Sergio spedì molte brigate di Napoletani e Saraceni per occupar
l'isola e far prigione il santo vescovo; e costoro per nove giorni
diedero varii assalti, ma indarno, a quel luogo. Dimorava allora in
Benevento l'_imperador Lodovico_, a cui Atanasio fece segretamente
intendere il particolare stato in cui si trovava. Allora Lodovico spedì
immediatamente ordine a _Marino duca_ di Amalfi, che accorresse in aiuto
del perseguitato pastore. L'ordine fu puntualmente eseguito. Marino
arrivato colà all'improvviso con venti barche d'armati, levò il buon
prelato; e quantunque assalito fosse dai Saraceni e Napoletani nel
ritirarsi, fece loro fronte sì vigorosamente, che li ruppe: e quanti
Saraceni vennero alle sue mani tutti li mise a fil di spada. Allora
Sergio diede il sacco a tutto il tesoro del vescovato; perlochè fu
scomunicato da papa _Adriano II_ allora vivente, e messo l'interdetto
nella città di Napoli. Essendo stato condotto Atanasio in salvo a
Benevento, fu graziosamente accolto da Lodovico; andò poscia a Sorrento;
da lì a poco passò a Roma, dove fu alquanto trattenuto dal papa; e
dappoichè intese che l'imperadore era uscito libero da Benevento, andò a
trovarlo a Ravenna, oppur nella Sabina, come ha Pietro Diacono, e con
esso lui tornò a Roma. Uno degli autori della sua vita contemporaneo
attribuisce alle di lui forti preghiere ed ammonizioni la risoluzione
presa da esso imperadore di dar soccorso all'assediata città di Salerno.
Ito egli a Veruli, quivi cadde infermo, e nel dì 15 di luglio dell'anno
presente passò a miglior vita. Il suo corpo, portato alla sepoltura nel
monistero di Monte Casino, fu poscia a' tempi di _Atanasio II_ vescovo e
duca di Napoli, nipote suo, trasferito a Napoli coll'accompagnamento di
molte miracolose guarigioni. Si venera la sua memoria dalla chiesa di
Napoli nel suddetto giorno 15 di luglio. Il cardinal Baronio, che
dottamente negli Annali ecclesiastici fissò la sua morte nell'anno
presente, non mostrò la medesima attenzione nel Martirologio
romano[1257], dove il fa mancato di vita_ tempore Caroli Calvi_, in vece
di dire _tempore Ludovice II_.