NOTE:

[1203] Annales Franc. Bertinian. et Fuldenses.

[1204] Labbe, Concilior., tom. 8.

[1205] Annal. Francor. Metenses, tom. 3 Du-Chesne.

[1206] Pagius, in Crit. Baron.

[1207] Peregrinus, Hist. Princip. Langob., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1208] Anonymus Salernitan., Paralipom., cap. 102 et 103.

[1209] Andreas Presbyter, Chron. tom. I Rer. Germ. Menchenii.

[1210] Johann. Diaconus, in Vit. S. Athanasii Episcopi Neapol. P. II,

tom. 2 Rer. Italic.

[1211] Epist. Ludov. II apud Anonym. Salern. cap. 106.

[1212] Chron. Saracin., P. II tom. 2 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DCCCLXXI. Indizione IV.

ADRIANO II papa 5.

LODOVICO II imp. 23, 22 e 17.

Non potè più lungamente resistere all'armi cristiane l'assediata città

di Bari. Da essa furono in quest'anno finalmente snidati i Saraceni.

Lupo protospata[1213], che scrive presa quella città dai Franchi _anno_

868, _Indictione prima, tertia die intrante mense februario_, troppo

sconciamente falla nell'anno. Ha bensì colpito nel mese, perciocchè

Andrea prete[1214], scrittore contemporaneo, nella sua breve Cronica,

notò che dopo le sconfitte sopra riferite de' Saraceni, _sequenti mense

februario, quinto_, (forse _quarto_) _expleto anno, quod Bari possessam_

(obsessam) _habebat dominus imperator, comprehendit soldanum, et

reliquos Saracenos ibi consistentes interemit anno XXI, Indictione IV_,

cioè nell'anno presente. Che quella città non si rendesse per

capitolazione, ma fosse presa per forza, si può raccogliere dalla strage

allora fatta de' Saraceni. Se la scappò netta il loro sultano, fu,

secondo la testimonianza dell'Anonimo salernitano[1215], perchè costui

ritiratosi in una torre ben forte, chiamò _Adelgiso principe_ di

Benevento, che era intervenuto coll'_imperador Lodovico_ a

quell'impresa, e si arrendè a lui, salva la vita, con dirgli di

meritarla bene, perchè aveva in suo potere una figliuola di esso

principe, già datagli per ostaggio, e giurò di non averla toccata. Da

ciò prese motivo Adelgiso di domandarlo con due compagni in grazia

all'imperadore, che se ne contentò, ma male per lui. Costantino

Porfirogenneta[1216], parlando della presa suddetta di Bari, scrive che

quella _città col suo territorio, e coi prigioni tutti venne in potere

de' Romani_, cioè de' Greci. Ma senza fallo s'inganna. Non apparisce che

i Greci avessero parte nello acquisto di essa città; niun segno d'averla

Lodovico ceduta all'imperador Basilio, si raccoglie dalla lettera che da

qui a poco verrò allegando. Quel che è più, tanto Erchemperto[1217],

quanto il sopraccitato Lupo Protospata asseriscono che i Greci solamente

dopo la morte dell'imperador Lodovico, siccome vedremo, entrarono in

quella città. Dopo questa gloriosa impresa, aggiugne il suddetto

Erchemperto, che l'Augusto Lodovico inviò la sua armata all'assedio di

Taranto città tiranneggiata anch'essa dai Saraceni. All'anno presente

pare che s'abbia a riferire col cardinal Baronio una lettera scritta

dall'imperador Lodovico a _Basilio imperadore de' Greci_, e a noi

conservata dall'Anonimo salernitano[1218]. Forse i prosperi successi

dell'Augusto latino, notificati al greco colla spedizion di due

ambasciatori, mossero ad invidia Basilio, il quale perciò scrisse al

medesimo Lodovico una lettera tutta tessuta di varie doglianze. La prima

era del farsi Lodovico chiamare _imperadore_, pretendendo Basilio che

questo nome, siccome ancor quello di _Basileo_, fosse riserbato ai soli

imperadori d'Oriente con tacciare di novità l'uso che ne facea Lodovico,

e con dire ch'egli dovea intitolarsi _imperador dei Franchi_, e non già

de' Romani. Risponde saviamente l'Augusto Lodovico, che il nome di

Basileo, significante _re_, si truova adoperato da tutte le antiche e

moderne nazioni; che quello d'_imperadore_ nella sua casa non è nuovo,

avendolo goduto infino il suo bisavolo Carlo. Riconosce poi che dai

Romani ne' suoi maggiori e in lui stesso, era venuto non solamente

l'imperio, ma anche il regno di Francia, perchè essi erano stati unti re

dai romani pontefici. _Nisi_, dice egli, _Romanorum imperator essemus,

utique neque Francorum. A Romanis enim hoc nomen et dignitatem

assumimus, apud quos profecto primo tantae culmen sublimitatis et

appellationis effulsit, quorumque gentem et urbem divinitus gubernandam,

et matrem omnium Ecclesiarum Dei defendendam atque sublimandam

suscepimus, ex qua re et regnandi prius, et postmodum imperandi

auctoritatem prosapiae nostrae seminarium sumsit_. Si stupisce poi come

Basilio abbia scritto, che mentre i suoi Greci tentavano di espugnar

Bari, i Franzesi se ne stavano colle mani alla cintola mirandoli, senza

porger loro aiuto, e con attender solo ai conviti. Quando manifesta cosa

era che i Greci, dopo aver fatto i bravi con dar uno o due assalti,

s'erano tosto avviliti, e segretamente tornati al loro paese; e intanto

que' Franchi, che, secondo lui, attendeano solamente a divertirsi,

aveano daddovero presa la città di Bari. Lamentasi poi l'imperador

Lodovico, perchè Niceta patrizio, destinato da Basilio alla _guardia del

golfo Adriatico_ colla sua flotta, avea dato il sacco a molte terre

della _Schiavonia_ franzese, col pretesto che gli Schiavoni avessero

spogliato i legati pontificii nel ritorno loro da Costantinopoli, benchè

condotti sopra legni dello stesso greco imperadore. Duolsi, dico,

gravemente perchè quei legati sieno stati sì malamente provveduti e

guidati; e nulla finora delle robe loro restituito; e che Niceta abbia

dato il guasto a varie castella di giurisdizione del medesimo Lodovico,

ed inoltre abbia menata via prigione gran quantità di quegli innocenti

popoli: iniquità tanto più intollerabile, _utiisdem Sclavinis nostris

cum navibus suis apud Barim in procinctu communis utilitatis

consistentibus, et nihil sibi adversi aliunde imminere putantibus, tam

impie domus suae quaeque diriperentur, sibique contingerent; quae si

praenoscerent, nequaquam prorsus incurrerent_. Perciò qualora Basilio

non emendi il fatto, _justae severitatis nostrae proxima ultio procul

dubio subsequetur_. Ci fan conoscere tali notizie, che tuttavia l'Istria

e almen qualche parte delle città marittime della Dalmazia ubbidivano

all'imperador d'Occidente. Riferisce Giovanni Lucio[1219] uno strumento

fatto nella città di _Spalatro, regnante in Italia Lothario Francorum

rege per indictione XV, sub die IV non. martii_, cioè nell'anno 857,

oppure 852. Mi giova ancor di produrre una iscrizione che tuttavia si

legge nella città di Pola nell'Istria, ed è testimonio del continuato

dominio dell'imperador Lodovico in quelle parti. Si mira esso sopra una

porta laterale del duomo.

[=AN]. INCARNT. [=DNI] DCCCLVII.

IND. V. REGE LODOVICO IMP. AUG.

IN ITALIA. HANDEGIS HUJUS AECCE

ELEC P. [=ENE] CONS. EPS. SED. AN. [=V].

Questo vescovo non fu conosciuto dall'Ughelli nel tomo quinto

dell'Italia sacra.

Finalmente scrive nella sua lettera l'imperador Lodovico, dopo aver

parlato dell'iniquo procedere de' Napoletani fautori dei Saraceni:

_Noveris, exercitum nostrum, Bari triumphis nostris submissa, Saracenos

Tarenti pariter et Calabriae nos mirabiliter humiliasse, simul et

comminuisse; ac hos celeriter, duce Deo, penitus contriturum, si a mari

prohibiti fuerint escarum admittere copias, vel etiam classibus a

Panormo vel Africa suscipere multitudines_. Perciò prega Basilio di

voler inviare un competente stuolo di navi, che impedisca i trasporti

de' Saraceni, con aggiugnere: _Nos enim Calabria, Deo auctore,

expugnata, Siciliam disposuimus, secundum commune placitum, libertati

restituere_. Queste gloriose imprese meditava l'imperador Lodovico

contra de' Saraceni, formidabili allora alla Cristianità sì in Oriente

che in Occidente, non men di quello che poi furono i Turchi, professori

della lor legge, spezialmente dopo aver soggiogato i Saraceni medesimi.

Ma sconcertate rimasero tutte le sue idee da una di quelle vicende che

ben di rado succedono, ma pur succedono sulla terra, patria della

corruzion degli animi e dei corpi. Dimorava tuttavia in Benevento esso

Augusto, allorchè cadde in cuore al principe della terra _Adelgiso_ il

malvagio pensiero di metter le mani addosso alla di lui sacrata persona.

Costantino Porfirogenneta scrive[1220] che il sultano prigione in

Benevento, uomo de' più furbi ed astuti del mondo, quegli fu che gli

inspirò una sì detestabil risoluzione. Infatti anche l'Anonimo

Salernitano[1221] attesta che Adelgiso si consigliò con lui sopra un

affare di sì grande importanza: tanto s'era egli affratellato con

quell'infedele. Il motivo di procedere a fare un atto sì palpabile di

fellonia contra del suo sovrano variamente viene scritto dagli antichi

storici. L'Annalista di Metz[1222] dice ch'egli ciò operò _Graecorum

persuasionibus corruptus_, e che a persuasione di lui molte città

_Samnii, Campaniae, et Lucaniae, a Ludovico recedentes, Graecorum

dominationi se subdiderunt_. A tali notizie l'imperador mosse l'esercito

verso la capitale, cioè per andare a Benevento, città allora piena di

ricchezze. Non l'aspettò Adelgiso, ma scaltramente gli venne incontro;

protestò la sua fedeltà ed ossequio; giurò di non aver in guisa alcuna

acconsentito alla ribellion di quelle città; fece anche giocar molti

regali; laonde fu restituito nella grazia primiera. Passato dipoi

l'imperadore contro delle città ribellate, tutte le ridusse

all'ubbidienza, fuorchè Capua, che per essere forte di mura convenne

stringerla con assedio. A tutti i contorni di essa città fu dato un

terribil guasto. Veggendosi i Capuani ridotti a mal punto, pregarono il

vescovo loro _Landolfo_ di interporsi, ed alzato il corpo di santo

Germano, processionalmente usciti di città, andarono a trovar

l'imperadore, gridando misericordia. Mosso a pietà lo Augusto sovrano,

loro perdonò; e in tal maniera scacciati i Greci, posta guarnigione

nelle città prese, andossene dipoi a Benevento, dove gli succedette la

disgrazia che or ora verrò raccontando. In essa città si truova egli nel

dì 14 d'aprile dell'anno presente, come apparisce da un suo diploma già

pubblicato da me[1223]. Ma non si può, se non difficilmente, prestar

fede al racconto del suddetto autore, perchè oltre al non avere gli

antichi scrittori italiani nulla detto, nulla conosciuto dell'assedio di

Capua, nè dell'essersi data, come egli pretende, quella con altre città

circonvicine ai Greci, lontano dal verisimile si scuopre che i principi

di Benevento e i conti di Capua avessero voluto ammettere presidii greci

nelle loro città, e massimamente stando in tanta vicinanza l'imperador

Lodovico coll'armi in mano. Si vuol nondimeno confessare che Leone

Ostiense[1224] sembra accostarsi a tale opinione, allorchè dopo la presa

di Bari scrive, che _duo quidam comites nisi sunt in imperatorem

insurgere. Quod quum cognovisset imperator, persecutus est eos usque

Marsiam, ubi illi non audentes consistere, fugerunt Beneventum_. Di

questi due conti parleremo fra poco. Aggiugne, che l'imperadore in

perseguitando que' due conti, arrivò ad Isernia, e volendo quella città

resistere, la espugnò e prese. Poscia per Alife e Telese passò alla

città di Sant'Agata, intorno al cui assedio si fermò per alquanti

giorni. V'era dentro Isembardo gastaldo, cioè governatore perpetuo della

medesima; buon per lui che _Bassacio abbate_ di Monte Casino, per essere

suo parente, impetrò a lui e alla città dall'imperatore perdono. Colà

comparve _Adelgiso principe_ di Benevento. Gittatosi a' piedi

dell'Augusto sovrano, ottenne non solo per sè, ma anche per gli due

conti suddetti, d'essere rimessi nella sua grazia. Ciò fatto,

l'imperadore andò a Benevento a trovare una sciagura ch'egli mai non si

sarebbe aspettato. Ma neppur qui possiam riposare sull'autorità

dell'Ostiense. La ribellione di que' due conti, per attestato di

Erchemperto, siccome vedremo, accadde dopo la disavventura occorsa

all'imperadore, e per conseguente anche l'espugnazion di quella città.

Ciò che bensì possiam credere all'Ostiense, perchè concordemente

asserito dagli altri antichi storici, si è, che le insolenze usate al

popolo di Benevento, non già da Lodovico imperadore, principe assai

buono, ma dalle sue milizie, e massimamente dall'imperadrice

_Angilberga_ sua moglie, principessa, in cui non si sapeva discernere se

maggior fosse la superbia o l'avarizia, quelle furono che fecero perdere

in fine la pazienza ad Adelgiso loro principe. _Coeperunt Galli graviter

Beneventanos persegui, ac crudeliter vexare_: son parole

d'Erchemperto[1225]. _Quumque Beneventanos ostiliter insequeretur sua

conjux, atque mulieres illorum omnimodis nimirum foedaret; et ipsa

Beneventanos variis injuriis afficeret, asserens ad suos, quia minime se

sciunt communire Beneventani clypeis_, ec. Lo stesso viene asserito

dall'Anonimo salernitano[1226], per tacer d'altri autori. Cedreno[1227]

autor greco scrive, essere proceduta tutta la scena, che io son per

raccontare, dai consigli e dalle cabale del soldano, che condotto

prigione a Benevento, s'era intrinsecato con Adelgiso e collo stesso

imperadore. E certamente che Adelgiso si consigliasse con costui, lo

asserì anche l'Anonimo salernitano. Nel resto il racconto di Cedreno

discorda dalla verità della storia, e meritano qui più fede gli storici

latini.

Ora gli Annali di Metz c'insegnano avere _Adelgiso principe_ di

Benevento fraudolentemente persuaso all'imperador Lodovico di lasciar

tornare alle loro case le milizie franzesi, perchè lo star più quivi era

di loro incomodo e di gran danno ai suoi sudditi. Restò dunque con pochi

Lodovico. Ma è maggiormente da prestar fede ad Andrea prete[1228],

storico italiano contemporaneo, che scrive aver Adelgiso profittato del

tempo, in cui _erant Franci separati per castella, vel civitates

fidentes absque ullo terrore, credentes fidei Beneventanorum_. Però

venuto il bisogno del loro aiuto, furono trattenuti dai Beneventani in

maniera, che niun d'essi potè accorrere alla difesa del proprio padrone.

Nel giorno 23 agosto, _Indictione XI_ (si dee scrivere quarta), per

attestato del suddetto Andrea, scoppiò la congiura de' Beneventani.

Mentre l'imperadore dopo il mezzodì riposava, uniti andarono al palazzo

per sorprenderlo. Corsero all'armi i pochi Franzesi di sua guardia; e

svegliato l'imperadore da quel rumore, corse anche egli alla difesa.

Adelgiso veggendo la resistenza, fece mettere il fuoco alle porte del

palazzo, il che costrinse l'imperadore a ritirarsi colla moglie Augusta

e alquanti de' suoi in una torre forte, dove per tre dì si difese: se

pur questa torre non fu il palazzo medesimo. Negli Annali

bertiniani[1229] si legge: _Adelgisus cum aliis Beneventanis adversus

ipsum imperatorem conspiravit, quoniam idem imperator factione uxoris

suae eum in perpetuum exsilium disponebat. Et quum idem Adelgisus noctu

super ipsum imperatorem irruere disposuisset, isdem cum uxore sua, et

cum eis, quos secum habebat, quandam turrim valde altam munitissimam

ascendit, et ibi per tres dies cum suis se defendit_. Seguita poi a

dire, che interpostosi il vescovo di quella città, ottenne di poter

andarsene sano e salvo. Ma non così presto egli dovette ricevere la

libertà, scrivendo Erchemperto[1230], autore di que' tempi, che Lodovico

fu preso e messo in prigione; e mentre era in quello stato, _consistente

Augusto in custodia_, Iddio mosse dall'Africa i Saraceni, e non tardò

quaranta giorni a vendicar l'enorme strapazzo fatto al maggior principe

della Cristianità, ch'esso Erchemperto chiama _sanctissimum virum,

salvatorem scilicet Beneventanorum provinciae_. E Andrea prete lasciò

scritto che la di lui prigione durò fino a dì 17 di settembre. Ora le

soldatesche sue s'erano intanto ammassate; cosa che diede molta

appressione al principe Adelgiso, se pur ciò è vero, perchè Erchemperto

diversamente ne parla. Giunse anche nuove che un poderoso esercito di

Saraceni era sbarcato verso Salerno, sicchè si venne a capitolare la

libertà del maltrattato Augusto. Fu convenuto che egli, la moglie, la

figliuola Ermengarda e tutti i suoi con fortissimi giuramenti presi

sopra le sacre reliquie, si obbligassero di non fare in alcun tempo nè

per sè nè per altri vendetta alcuna di quel fatto, nè di entrare mai più

con armi ed armata nel ducato di Benevento. Dopo di che gli fu permesso

d'andarsene ovunque gli piacea. Soggiugne Erchemperto che Adelgiso _bona

ejus diripiens, ditatus est, cunctosque viros exercitales expoliavit, et

ex bonis eorum onustatus est_. Incredibile fu il rumore (e ben lo

meritava il caso) che per l'Italia e fuori d'Italia si fece per questo

insulto. D'altro non si parlava, dando alcuni ragione ad Adelgiso per

cagion delle estorsioni ed insolenze praticate nella provincia

beneventana dai Franzesi, e massimamente dall'imperadrice Angilberga; ma

i più detestando la fellonia e la somma ingratitudine di costui, che

pagava di questa moneta chi con tanti sudori di sangue e spese avea

liberato lui e i suoi popoli dal giogo de' Saraceni. Ho io

pubblicato[1231] un ritmo, allora composto che probabilmente si andava

cantando per le piazze. Tali sono i primi tre pretesi versi:

_Audite omnes fines terrae horrore cum tristitia,_

_Quale scelus fuit factum Benevento civitas._

_Lhuduicum comprenderunt sancto pio Augusto._

Corse velocemente la nuova, di questo tragico caso in Francia e

Germania, per attestato degli Annali di san Bertino[1232] e di

Fulda[1233], e colla giunta che suol fare alle cose la fama, cioè con

spacciare che l'imperadore Lodovico era stato, non solamente preso, ma

anche trucidato dai Beneventani. Perciò chi degl'Italiani spedì al re

Carlo Calvo in Francia, e chi al re Lodovico in Germania, invitandolo a

venire a prendere l'eredità del creduto morto loro nipote.

Venne _Carlo Calvo_ fino a Besanzone e di là spedì corrieri in Italia,

per risapere più fondatamente la serie di questo sì strepitoso

avvenimento, e uditane poi la verità, se ne tornò indietro. _Lodovico

re_ di Germania inviò anch'egli _Carlo il Grosso_ suo figliuolo a tirar

nel suo partito i popoli posti di qua dal monte Jura, sudditi

dell'imperatore. Rimesso poi che fu in libertà esso Augusto, a dirittura

sen venne nel ducato di Spoleti, sdegnato forte contro i due _Lamberti_.

Son questi i due conti, de' quali parlò Leone Ostiense, forse con

anticipar di troppo la loro rivolta. Certamente l'un di essi era duca di

Spoleti; l'altro o fratello o nipote, se pur non v'ha errore nei nomi,

perciocchè l'Ignoto casinense scrive[1234]: _Lampert filius Widonis, et

Ildebert comites nisi sunt manus erigere contra Hludovicum imperatorem.

Sed relata illorum fraude persecutus est eo Hludovicus usque Marsim._

Siccome vedemmo di sopra all'anno 860, si truova in que' tempi un

_Ildeberto_ conte in quella contrade, non so se conte di Marsi, oppur

duca di Spoleti o di Camerino. Ma più innanzi non s'incontra memoria

alcuna di lui. Convien nullameno confessare che da Erchemperto[1235]

chiaramente sono appellati _ambo Lamperti comites_, e dall'Anonimo

salernitano[1236] _ambo nominis unius Lamperti_. Per me non credo che

propriamente questi due Lamberti si ribellassero a visiera calata contra

dell'imperador Lodovico, come si figurò il conte Campello[1237], benchè

assistito dal suddetto Ignoto casinense. Pare a me più verisimile che la

collera contra di loro procedesse, perchè Lodovico o li sospettasse

d'accordo con Adelgiso, o imputasse loro a fellonia il non essere

accorsi, come portava l'obbligo loro, in sua difesa ed aiuto colle

soldatesche di Spoleti, allorchè egli stava sotto il torchio in

Benevento. _Interea Landbertus_ (così dice l'Annalista bertiniano[1238])

_cum alio Lamberto sentientes sibi reputari ab imperatore de his, quae

in eum facta fuerant, ab eo discesserunt, et in partes Beneventi, quia

praefatus Adelgisus eis conjunctus erat, perrexerunt_. Erchemperto

attesta che i Lamberti furono onorevolmente accolti in sua corte da

Adelgiso. Nè sussiste, come vuole Leone Ostiense, che Lodovico Augusto

da Benevento si ritirasse a Veroli, ed ivi si fermasse quasi undici

mesi. Aveva egli mandata l'imperadrice a Ravenna acciocchè ivi tenesse

la gran dieta del regno d'Italia. Nel giorno 22 di novembre di

quest'anno _in villa, quae dicitur Vico, ubi ipse Augustus praeerat_,

fece esso Augusto acquisto da un certo Sisenardo dell'isola appellata

_Casauria_ presso il fiume Pescara. Verso quelle parti sembra che fosse

la villa di _Vico_. E in quest'anno appunto (piuttosto che nell'anno

886, come vuole il padre Mabillone) son io d'avviso che seguisse la

fondazione del celebre monistero benedettino di Casauria, ordinato

dall'imperador Lodovico in rendimento di grazie a Dio, che l'aveva

liberato dal gravissimo pericolo incorso in Benevento. Se egli in

quest'anno comperò quel sito, non si può ragionevolmente pensare ch'egli

fabbricasse prima nel fondo altrui. Della nuova guerra portata in

quest'anno dai Saraceni a Salerno parlerò all'anno seguente. Qui non

voglio lasciar di dire che _papa Adriano_, il quale nell'anno precedente

con tanto vigore adoperando anche le minacce avea scritto a _Carlo

Calvo_ re di Francia per sostenere i diritti dell'_imperador Lodovico_

sopra la Lorena e per altri affari; nell'anno presente dopo aver

ricevute delle risposte alquante brusche, tutto si raddolcì, e cominciò

a far degli elogi mirabili d'esso re Carlo in iscrivendogli. Fra l'altre

cose è notabile nella lettera d'esso papa, rapportata dal cardinal

Baronio, un pensiero ch'egli in somma confidenza notifica al medesimo re

con dire[1239]: _Ut sermo sit secretior et literae clandestinae,

nullique nisi fidissimis publicandae; vobis confitemur devovendo, et

notescimus affirmando, salva fidelitate imperatoris nostri, quia si

superstes ei fuerit vestra nobilitas, vita nobis comite, si dederit

nobis quislibet multorum modiorum auri cumulum, nunquam acquiescemus,

exposcemus aut sponte suscipiemus alium in regnum et imperium romanum,

nisi te ipsum. Quem, quia praedicaris sapientia et justitia, religione

et virtute, nobilitate et forma, videlicet prudentia, temperantia,

fortitudine, atque pietate refertus, si contigerit te imperatorem

nostrum supergredi, optamus omnis clerus, et plebs, et nobilitas totius

orbis et urbis, non solum ducem et regem, patricium et imperatorem, sed

in praesenti ecclesia defensorem, et in aeterna cum omnibus sanctis

participem fore_. Ma papa Adriano II non avendo potuto eseguir questa

idea, la trasmise almeno al suo successore, che vedremo dichiararsi in

favore del medesimo Carlo.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 213 / 339 题