NOTE:

[1195] Labbe, Concilior., tom. 8.

[1196] Guillelmus Bibliothec., in Vit. Hadrian. II.

[1197] Chron. Casauriens., Part. II, tom. 2 Ital.

[1198] Annales Franc. Bertiniani.

[1199] Anonym. Salern., Paralip., cap. 8, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1200] Lambertus Schafnaburgens. Annales Francor. Bertiniani. Annales

Franc. Hildesheim.

[1201] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, pag. 448.

[1202] Annales Francor. Fuldenses.

Anno di CRISTO DCCCLXX. Indizione III.

ADRIANO II papa 4.

LODOVICO II imp. 22, 21 e 16.

Se nulla giovarono all'_imperador Lodovico_ le sue ragioni e querele,

benchè sì giuste, e benchè avvalorate da quelle del sommo pontefice, per

succedere nell'eredità del re Lottario suo fratello; e se se ne fece

beffe il re _Carlo Calvo_ suo zio, perchè non temeva di lui, troppo

lontano ed intricato nella guerra coi Saraceni[1203], ebbero ben polso

quelle di _Lodovico re_ della Germania, fratello del medesimo re Carlo.

Coi medesimi pretesi diritti che a sè attribuiva Carlo, anche Lodovico

pretendeva la sua porzione del regno di Lottario, e alle sue pretensioni

unì ancora l'intimazion della guerra, se il re Carlo non s'induceva ad

un'amichevol concordia. E non mancavano assaissimi nobili di quel regno

che segretamente o palesemente teneano per Lodovico, e non pochi erano

anche iti a trovarlo ed invitarlo. Ebbero gran faccende i corrieri e

messi che andavano innanzi e indietro per questo affare. Finalmente nel

mese d'agosto s'accordarono i due fratelli, e senza far parola del

nipote Augusto, come se non fosse vivo, o niuna ragione avesse sopra

quegli stati, li divisero fra loro. Toccò a _Lodovico_ re della Germania

in sua parte l'Alsazia con Argentina, Basilea, Colonia, Treveri,

Utrecht, Aquisgrana, parte della Borgogna moderna e della Frisia, Metz,

e moltissimi altri luoghi e monisteri. Si può dire che il re Lodovico

quegli fu che piantò veramente il regno germanico con quella grande

estensione che fin quasi ai nostri giorni è durata; regno che

maggiormente restò poi nobilitato con passare in esso l'imperio romano.

Pervennero in sua parte al re _Carlo Calvo_ Lione, Besanzone, Vienna del

Delfinato, Tongres, Tullo, Verdun, Cambray, Malines, il Brabante,

l'Hannonia, Liegi, Bar, e una gran quantità d'altri luoghi e monisteri:

con che restò moltissimo accresciuta la di lui potenza. Da tali memorie

si scorgerà quanto ampiamente si stendesse il regno allora appellato

dalla Lottaringia, ossia della Lorena. Dopo questa divisione e concordia

arrivarono al re Lodovico quattro altri legati, cioè _Vibodo vescovo_ di

Parma, due Giovanni e Pietro, anch'essi spediti dal papa, e con esso

loro Bernardo conte inviato dall'imperador Lodovico, incaricati di

sostenere e promuovere gl'interessi del medesimo Augusto. Allorchè _papa

Adriano_ fece questa spedizione, non gli era giunta per anche notizia

che i due re fratelli avessero divisa la preda. E perchè il re Lodovico

gli avea dato dianzi di belle parole, nella lettera che esso papa gli

scrive[1204], il loda perchè non ha imitato il re Carlo, cioè un

usurpatore del regno del fu re Lottario imperadore, dovuto, secondo le

leggi divine ed umane, al piissimo imperador suo figliuolo. Gli dice

ancora che se il re Carlo non restituirà il mal tolto, esso papa è

risoluto di portarsi in persona in Francia, e di procedere alle censure

contra di un tale sprezzatore di Dio e delle apostoliche ammonizioni.

Andarono questi legati a trovare anche il re Carlo, ma senza alcun

frutto per conto di Lodovico imperadore; e per quello che riguarda il

papa, ad altro tale spedizione non servì che a fargli intendere delle

insolenti risposte date da esso re Carlo e dai vescovi del suo regno,

capo dei quali era _Incmaro arcivescovo_ di Rems, uomo per dottrina e

per petto famoso in questi tempi, che dovette trovar nel suo cervello

qualche bella ragione per giustificare l'iniquità del re Carlo. L'anno

fu questo, in cui riuscì all'imperador Lodovico di ridurre alle strette

i Saraceni nella città di Bari. Grandi fatiche, gran dispendio di gente

e di danaro era già costato a lui quell'assedio. Oltre a quanto si è

detto di sopra, raccontano gli Annali di Metz[1205] che l'esercito

inviato in uno degli anni precedenti dal re Lottario in aiuto

dell'Augusto suo fratello, per non essere assuefatto al soverchio caldo

del ducato beneventano, oppresso anche dall'intemperie dell'aria, venne

men quasi tutto. _Plurimi etiam aranearum morsibus extinti sunt_: cioè

dalle tarantole, velenosi animaletti, anche oggidì sussistenti e famosi

pel danno che recano in quelle contrade. Ma sì gloriosa fu l'ostinazione

dell'Augusto Lodovico, che sul fine dell'anno presente ridusse

quegl'infedeli a perdere la speranza di soccorso, e in tale stato, che

furono in fine obbligati alla resa. Se vogliam seguitare il padre

Pagi[1206], egli se ne impadronì nell'anno presente; tuttavia è da

preferir Camillo Pellegrino[1207], che differì all'anno seguente la

presa di quella città; tal opinione coll'autorità di uno scrittore

contemporaneo verrà da noi dimostrata non solo più verisimile, ma certa.

Mi fo io a credere che nell'anno presente succedesse ciò che l'Anonimo

salernitano[1208] scrisse, e vien confermato da una lettera

dell'imperador Lodovico di cui parleremo all'anno seguente: cioè che

riuscì alle armi cristiane d'esso Augusto di sconfiggere tre ammirati, e

vogliam dire tre generali de' Saraceni, che guidando brigate di lor

gente in gran numero, mettevano a sacco tutta la Calabria: il che diede

non picciolo crollo alla lor potenza in quelle parti, e servì inoltre ad

affamar Bari ed a facilitarne la conquista. Appartiene appunto a questo

anno ciò che narra Andrea prete italiano[1209], ed autore di questi

tempi, nella sua breve Cronica, pubblicata dal Menchenio. Ricorsero

all'imperador Lodovico i popoli che restavano nella Calabria sotto il

dominio de' Greci, pregandolo di aiuto, perchè i Saraceni avean ridotte

in desolazione le lor città e chiese, e con esibirsi di darsi a lui, e

di pagargli da lì innanzi tributo. Lodovico mossone a compassione, senza

però accettar la loro offerta, inviò in soccorso loro _Ottone conte di

Bergamo, ed Oschisio e Gariardo vescovi_, i quali adunato un esercito,

diedero addosso a que' Barbari, mentre placidamente se ne stavano

mietendo i raccolti in certa valle, e fattane una grande strage,

liberarono i prigioni cristiani. Portata questa nuova a Cincimo generale

de' Saraceni abitante nella città di Amantea, si mosse con molte forze

contra de' cristiani; ma anch'egli fu sbaragliato ed inseguito dai

vincitori fino alle porte di quella città. Penetrò dipoi l'imperadore

per mezzo delle spie che il suddetto Cincimo con un poderoso rinforzo a

lui venuto per soccorrere Bari, avea risoluto di assalire i cristiani

nel giorno del santo Natale, lusingandosi di trovarli sprovveduti e

attenti solo alle divozioni. Pertanto ordinò che i suoi prima del giorno

ascoltassero messa e si comunicassero, e poi prese l'armi uscissero

contro alle masnade di quegli infedeli. Così fecero, e pieni di coraggio

attaccarono con loro la zuffa sì vigorosamente, che li ruppero e ne

fecero un copioso macello. Queste perdite quanto costernarono gli animi

del soldano e dei suoi, altrettanto rallegrarono il popolo fedele di

Gesù Cristo e del loro imperadore. Ci chiama ora a sè l'illustre città

di Napoli. Era mancato di vita _Sergio duca_ di quella città, in qual

anno precisamente nol so, con lasciar suo successore in quel ducato

_Gregorio_ il maggiore de' suoi figliuoli, dichiarato molto prima

_maestro de' militi_, ed è lo stesso che dire _duca_. Lasciò anche dopo

di sè altri figliuoli, fra' quali _Atanasio_ già creato vescovo di

Napoli, uomo di santa vita, e _Stefano_ vescovo di Sorrento[1210].

Finchè visse e regnò Gregorio, per esser egli uomo valoroso e savio, e

peritissimo della lingua greca e latina, camminarono bene gli affari di

quella città: e benchè l'imperadore Lodovico, allorchè nell'anno 866

venne coll'armi in quelle parti, si professasse mal soddisfatto di quel

popolo, e forse anche del loro duca, pure il santo vescovo Atanasio,

spedito incontro a lui, con sì buona maniera s'introdusse nella grazia

di esso imperadore e dell'Augusta sua consorte, che non fece violenza

alcuna a Napoli, e neppure vi entrò dentro. Da lì a non molto cadde

malato Gregorio, e consultati i suoi fratelli, e massimamente Atanasio

vescovo, dichiarò duca e collega suo _Sergio II_ suo figliuolo, al quale

prima di morire raccomandò vivamente d'essere ubbidiente al prelato suo

zio, e di regolarsi affatto col di lui parere; perchè così operando,

bene sarebbe per lui, male, facendo il contrario. Di questi documenti si

dimenticò ben presto lo sconsigliato giovane. La moglie sua, donna

superba, non potea sofferire ch'egli si suggettasse ai consigli ed alle

ammonizioni del santo prelato, e gli andava intonando all'orecchio, che

se pur intendeva di comparire e di essere veramente principe, dovea non

solo astenersi dall'averlo per consigliere, ma anche tenerlo lungi da

sè, anzi sbrigarsi da quell'intoppo. Dalla lettera, che citeremo

all'anno seguente, dell'imperador Lodovico, si ricava che fra l'altre

ammonizioni del buon vescovo che amareggiavano il duca suo nipote e la

moglie di lui, quella vi entrava di troncar l'amicizia coi Saraceni, o,

per dir meglio, una specie di lega contratta con loro, e vergognosa

troppo per un principe cristiano. De' Napoletani scrive così

quell'imperadore[1211]: _Infidelibus arma et alimenta et cetera subsidia

tribuentes, per totius imperii nostri litora eos ducunt; ut cum ipsis

toties Petri Apostolorum principis fines furtim depraedari conantur, ita

ut facta videatur Neapolis Panormum vel Africa. Quumque nostri quique

Saracenos insequuntur, ipsi ut possint evadere, Neapolim fugiunt, quibus

non est necessarium, Panormum repetere, sed Neapolim fugientes, ibidem

quousque perviderint latitantes, rursus improviso ad exterminia

redeunt._ Ora tanto picchiarono in capo al duca Sergio la moglie ed

altri perversi consiglieri, che il trassero a mettere in prigione il

vescovo Atanasio e gli altri zii. Non si può dire che commozione

eccitasse in tutta la città questo barbaro avvenimento. Altro non

s'udiva che gemiti, urli e mormorazioni contra dell'iniquo principe.

Però congregato tutto il clero sì greco che latino di quella città coi

monaci, si portò al palazzo, chiedendo con grido la liberazione

dell'amato loro prelato. Andò nelle furie Sergio, prese tempo a

rispondere, e finalmente dopo sette dì, avendo inteso che i sacerdoti

erano risoluti di scomunicarlo, di desistere dai sacri uffizii e di

spogliar gli altari, rimise in libertà il buon vescovo. Incredibile per

questo fu il giubilo e la festa di tutto il clero e popolo, in guisa che

si pentì il duca d'averlo liberato, e cominciò a tenergli delle spie

intorno, per sapere chi andava e veniva da lui; e da lì innanzi

perseguitò a man salva gli ecclesiastici, oppresse le vedove e i poveri,

perchè niuno più v'era che in lor favore aprisse la bocca. In questo

anno, secondo la Cronica saracenica[1212], s'impadronirono i Mori

dell'isola di Malta nel dì 20 d'agosto.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 212 / 339 题