NOTE:

[1156] Anastas. Biblioth., in Vit. Nicolai I.

[1157] Idem, ibidem.

[1158] Regino, in Chron.

[1159] Annal. Francor. Metens.

[1160] Annalista Saxo.

[1161] Rerum Italicarum, P. II, tom. 2.

Anno di CRISTO DCCCLXIV. Indizione XII.

NICCOLÒ papa 7.

LODOVICO II imp. 16, 15 e 10.

Tanto seppero dire i due scomunicati e deposti arcivescovi _Guntario_ e

_Teotgaudo_ all'_imperador Lodovico_, quasichè il papa in condannarli

avesse fatta una patente ingiuria a lui ed al _re Lottario_ suo

fratello, ch'egli montò in furore, nè capiva per la rabbia in sè

stesso[1162]. Probabilmente cooperò a maggiormente accendere questo

furore anche _Giovanni arcivescovo_ di Ravenna, perchè sappiamo da

Anastasio[1163] ch'egli, siccome amareggiato per le cose dette all'anno

861, sosteneva quegli arcivescovi, e insieme con loro non cessò di far

più passi falsi del papa e della santa sede. Non racconta Anastasio ciò

che ne avvenisse, ma gli Annali bertiniani ce ne han conservata la

memoria: cioè l'infuriato Augusto con _Angilberga_ sua moglie, con

quegli arcivescovi e con delle soldatesche se ne andò a Roma, per far

quivi cassare dal papa la proferita sentenza; e se nol facea, coll'empio

pensiero di fargli mettere le mani addosso. Presentito questo suo mal

talento dal papa, ordinò una processione e un generale digiuno in Roma,

per pregar Dio che ispirasse all'imperadore un sano consiglio e la

reverenza dovuta ai ministri di Dio e alla sede apostolica. Giunse in

quel tempo a Roma l'inviperito Augusto, e prese alloggio vicino alla

basilica di san Pietro. Colà arrivò in quel punto la processione del

clero e popolo romano, e nel salire che faceano le scalinate di san

Pietro, eccoti scagliarsi contro di loro i soldati dell'imperadore, che

con dar loro delle bastonate e con fracassar le croci e gli stendardi,

li posero tutti in fuga. A questo fatto, diversamente nondimeno

raccontato, allude un autore di poco credito, forse vivuto prima del

mille, che sotto nome di _Eutropio longobardo_[1164] fu citato e

pubblicato da' nemici della Chiesa cattolica. Non mantengo io per vero e

legittimo tutto quel ch'egli racconta di questi e d'altri fatti non

succeduti a' giorni suoi. Tuttavia convien ascoltarlo dove dice che

l'imperador Lodovico stava a san Pietro, il papa ai santi Apostoli; e

perciocchè il pontefice facea far processioni e cantar messa _contra

principes male agentes_ i baroni dell'imperadore furono a pregarlo di

far desistere da queste preghiere. Nulla ottennero. Ora accadde che

incontratisi in una di queste processioni, diedero delle bastonate ai

Romani. _Qui fugientes projecerunt cruces iconas, quas portabant, sicut

mos est Graecorum e quibus nonnullae conculcatae, nonnullae diruptae

sunt. Unde et imperator graviter est permotus in iram, et pro qua causa

apostolicus mitior effectus est. Profectus est denique idem pontifex ad

sanctum Petrum, rogans imperatorem pro suis talia patrantibus; et vix

obtinere valuit. Jam itaque inter se familiares effecti sunt._

Erchemperto[1165] anch'egli fa menzione di questa sacrilega violenza, ed

attribuisce ad un tal fatto il gastigo di Dio che, siccome vedremo

all'anno 871, provò esso imperador Lodovico. Seguitano poi a dire gli

Annali bartiniani che il pontefice, intesa che ebbe la violenza

suddetta, e che si pensava anche di mettere le mani addosso alla sacra

sua persona, dal palazzo lateranense si portò in barca alla basilica di

san Pietro, dove per due giorni e due notti stette senza prender cibo e

bevanda.

Ma non si sa intendere come egli si ritirasse colà, dacchè lo stesso

imperadore, per confession del medesimo autore, alloggiava allora _secus

basilicam beati Petri_. Frattanto morì uno della famiglia

dell'imperadore che avea spezzata la croce di sant'Elena, e lo stesso

imperador fu preso dalla febbre. Giudicossi questo un avvertimento a lui

mandato da Dio; e però inviò l'imperadrice al papa, perchè venisse a

trovarlo; ed egli sulla di lui parola v'andò. L'abboccamento loro ben

tosto rimise la concordia. Il papa si restituì al palazzo lateranense, e

l'imperadore ordinò che i due arcivescovi se ne tornassero in Francia.

Ma essi, prima di partirsi fecero gittare sopra il sepolcro di san

Pietro un insolentissimo scritto contra del papa. L'imperadore anch'egli

da lì a pochi giorni se ne andò, con lasciare in Roma una infausta

memoria delle uccisioni, delle ruberie e delle violenze fatte dai suoi a

varie chiese, e a molte donne anche consecrate a Dio. Venuto a Ravenna,

quivi celebrò la santa Pasqua, che nell'anno presente cadde nel dì 2

d'aprile. Non mi fermerò qui a raccontare gli avvenimenti dei due

suddetti arcivescovi, nè un altro affare che bolliva ne' medesimi tempi

di _Rotado_ vescovo di Soissons, deposto da _Incmaro arcivescovo_ di

Rems. E solamente verrò dicendo che, secondo i suddetti Annali di san

Bertino, i vescovi del regno di Carlo Calvo, contrarii a Rotado,

spedirono i lor legati colle lettere sinodiche al papa; ma l'imperador

Lodovico non li volle lasciar passare. All'incontro il re Carlo Calvo

impedì a Rotado di venire a Roma, benchè egli avesse appellato alla sede

apostolica; ma questi seppe trovar modo di fuggire con ricorrere

all'Augusto Lodovico, per potere sotto l'ombra sua portarsi a Roma.

Aggiungono essi Annali che in quest'anno lo stesso imperadore,

trovandosi alla caccia, in volendo ferir colla saetta un cervo, fu da

esso gravemente ferito. E che _Uberto_ fratello della regina

_Teotberga_, chierico coniugato, e, secondo gli abusi d'allora, abbate

di san Martino di Tours, dopo aver occupata la badia di san Maurizio nei

Valesi, ed alcuni contadi spettanti all'imperador Lodovico, padrone di

quegli stati, fu ammazzato dagli uomini di esso Augusto. La regina

Teotberga sorella d'esso Uberto, cacciata dal re Lottario, si ricoverò

negli stati del re Carlo Calvo. Avea la morte rapito a _Pietro_ doge di

Venezia il suo figliuolo _Giovanni_ anch'esso doge[1166]. Contra di lui

tessuta fu in quest'anno una congiura da varii nobili, per cui restò

ucciso, mentre stava celebrando la festa di s. Zacheria nella chiesa del

monistero di quel nome. In luogo di lui fu eletto doge _Orso

Particiaco_, chiamato da altri _Participazio_. Tanto egli come il popolo

diedero il condegno gastigo agli uccisori dell'innocente doge, con

levarne alcuni di vita, e mandar gli altri coll'esilio in Francia.

Questo doge fu poi creato _protospatario_ da Basilio imperadore de'

Greci, e in ricompensa di tal onore gli mandò in dono dodici grosse

campane. Se crediamo al Dandolo, cominciarono solamente allora i Greci

ad usar esse campane. Leone Allazio, uomo dottissimo, anch'egli insegnò

che una volta presso i Greci cristiani non erano esse in uso; e

l'invenzione delle medesime vien comunemente attribuita ai Latini. Cosa

manifesta per altro è che anche ne' secoli pagani erano in uso i

campanelli, non già le grosse campane, come oggidì.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 206 / 339 题