[1140] Rer. Italic, P. II, tom. 2, pag. 928.
[1141] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Parmensib.
[1142] Antiquit. Ital., Dissert. VI.
[1143] Annal. Francor. Bertiniani.
[1144] Annal. Francor. Fuldenses.
[1145] Annal. Franc. Metenses.
[1146] Andreas Presbyt., Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.
[1147] Erchempertus, Hist., cap. 27.
Anno di CRISTO DCCCLXI. Indizione IX.
NICCOLÒ papa 4.
LODOVICO II imp. 13, 12 e 7.
Reggeva in questi tempi la chiesa di Ravenna _Giovanni_ arcivescovo,
uomo, in cui non si sa se maggior fosse l'ambizione o pur l'interesse.
Portaronsi a Roma varii cittadini ravennati a farne doglianza al sommo
pontefice, e ad implorare rimedio alle continue ed intollerabili
vessazioni che da lui ricevevano. Anastasio bibliotecario[1148] ne tesse
il catalogo, con dire che questo arcivescovo scomunicava la gente a suo
capriccio. Non permetteva ai vescovi della sua diocesi e ad altri di
andare a Roma. Aveva occupato non pochi beni della Chiesa romana e di
varii particolari. Sprezzava i messi della Sede apostolica, stracciava
gli strumenti degli affitti o livelli della Chiesa romana, e gli
appropriava a quella di Ravenna. Quei preti e diaconi che non solo in
Ravenna, ma in altre città dell'Emilia erano immediatamente sottoposti
alla santa Sede, li deponeva senza giudizio canonico, e li faceva
mettere in prigione, o in fetenti ergastoli; senza sapersi ben capire
come, se comandavano in quella città gli uffiziali del papa, si
potessero dall'arcivescovo commettere tante oppressioni, e tener birri e
prigioni. Fu pertanto esso arcivescovo più volte ammonito con lettere e
messi dal papa a desistere da sì fatte violenze e novità; ma egli faceva
il sordo. Citato a comparire in Roma al concilio, si vantava di non
essere tenuto ad andarvi. In fine fu scomunicato nel concilio romano. Ci
è stata conservata parte d'un concilio tenuto appunto in Roma per questo
affare in un antichissimo codice della cattedrale di Modena; e questa fu
poi pubblicata dal padre Bacchini nelle giunte ad Agnello[1149]. Dicesi
quivi celebrato esso concilio, _pontificatus domni Nicolai summi
pontificis, et universalis papae anno IIII imperii piissimi augusti
Lodovici anno XI, die octavodecimo mensis novembris, Indictione decima_:
note che non so se sieno corrette, o se riguardino l'anno presente. Ivi
l'epoca dell'imperadore è presa dalla sua coronazione dall'anno 850.
Ascoltiamo ora di nuovo il suddetto Anastasio. Racconta egli che
quell'arcivescovo, udito ch'ebbe l'anatema contro di lui fulminato,
corse ad implorar l'aiuto dell'imperador Lodovico, e da lui ottenne due
legati che per lui parlassero al papa. Con questi se ne andò egli a Roma
pien d'alterigia, persuadendosi di far col loro braccio tremare il papa.
Ma il papa, perchè assistito dalla ragione, si trovò più forte d'una
torre. Con buon garbo il santo padre fece dei rimproveri ai legati,
perchè comunicassero con uno scomunicato, e da lui altro non poterono
essi capire, se non che Giovanni si presentasse al concilio che si dovea
tenere in Roma nel primo dì di novembre, per dar le dovute soddisfazioni
dei suoi eccessi. Senza volerne far altro, egli se ne tornò indietro.
Allora i senatori di Ravenna, ed altra gente dell'Emilia, gittatisi ai
piedi del pontefice, lo scongiurarono di venire in persona a Ravenna per
dar sesto a tanti disordini. V'andò egli infatti, e restituì il suo ad
ognuno, e tornossene di poi a Roma.
Intanto l'arcivescovo ricorse di bel nuovo a Pavia per ottenere il
patrocinio dell'imperadore. Ma quivi trovò che il vescovo della città
_Liutardo_ e i cittadini non volevano commercio con lui, neppure lo
stesso Augusto, che solamente gli fece dire che, deposta la sua
alterigia, si umiliasse al papa, a cui gli stessi imperadori e tutta la
Chiesa prestano sommessione ed ubbidienza, altrimenti non intendeva
assisterlo, nè di favorirlo. Tanto nondimeno si adoperò, che ottenne di
essere accompagnato a Roma da due ambasciatori dell'imperadore; ma
questi giunti colà, si accorsero di non aver parole bastevoli a muovere
la fermezza dello zelantissimo papa. Perciò l'arcivescovo si gittò alla
misericordia, promise quanto gli fu prescritto, e fu assoluto. Nel dì
seguente avendo i vescovi suoi suffraganei dato un libello contra di
lui, fu risoluto: ch'egli non potesse consecrar vescovo alcuno, se non
precedeva l'elezione fattane dal _duca_, cioè dal governatore della
città, dal _clero_ e _popolo_. Che non impedisse ai vescovi l'andata a
Roma. Che non esigesse da loro alcuna sorta di danaro o di doni. Che si
levasse via l'uso cattivo della trentesima. Questa probabilmente erano
costretti i vescovi di pagarla agli arcivescovi di Ravenna delle rendite
delle lor chiese. Soleva Giovanni ogni due anni far la visita dei
vescovati a lui sottoposti, e tanto si fermava colla sua corte addosso
ai vescovi, che divorava tutte le lor rendite. Gli obbligava ancora
(aggravio non praticato in alcuna altra parte del mondo) a contribuire
ogni anno alla mensa archiepiscopale, all'arciprete, all'arcidiacono, e
ad altre dignità della chiesa di Ravenna, un determinato numero di
castrati, di oblate, cioè dell'ostie, del vino, dei polli e dell'uva.
Gli astringeva a dimorare or l'uno, ora l'altro in Ravenna, un mese sì e
un mese no, per farsi servir da loro. A suo capriccio ancora toglieva
loro quei cherici che sarebbero stati più utili alle loro chiese. Questi
ed altri abusi, ch'io tralascio, abolì il saggio papa; e dal concilio
suddetto apparisce che fu posto fine alle avanie di questo tiranno
arcivescovo, con essere intervenuti settantadue vescovi a quella sacra
raunanza. Abbiamo da Erchemperto[1150] che in quest'anno (per quanto
crede Camillo Pellegrino) il vecchio _Landone conte_ di Capua, cedendo
alla contratta paralisia, si sbrigò dai guai del mondo presente. Pria
nondimeno di morire, caldamente raccomandò il giovinetto suo figliuolo
_Landone_ a _Landolfo vescovo_ di quella città, e a _Pandone_ suoi
fratelli e zii del giovane, senza prevedere che raccomandava l'agnello
ai lupi. Era Landolfo uomo dimentico affatto del sacro suo carattere, e
tutto dato alle cabale secolaresche. Quand'anche era in vita il suddetto
Landone seniore (credesi in questo medesimo anno), egli segretamente
istigò _Guaiferio_, figliuolo di Danferio Balbo, a formare una congiura
contra di _Ademario_ principe di Salerno. Poco ben voleva ad esso
Ademario il popolo, per testimonianza dell'Anonimo salernitano[1151], a
cagion dell'avarizia non men sua che di _Guimeltruda_ sua moglie, donna
che ad altro non attendeva se non ad accumular denari. Preso egli
adunque dai congiurati, fu cacciato in una scura prigione, e il suddetto
Guaiferio costituito principe di Salerno. Era stato eletto vescovo
d'essa città di Salerno _Pietro_ figliuolo del medesimo Ademario.
Questi, udita la rovina del padre, se ne fuggì a Sant'Angelo; e
spontaneamente poi datosi al nuovo principe, fu condotto a Salerno, nè
si sa cosa ne divenisse. Ora _Landolfo vescovo di Capua_, quantunque
avesse giurata sopra tutte le cose più sacre fedeltà a Guaiferio, come a
suo principe, pure stette poco ad alienarsi da lui e a fargli guerra.
Barbaramente ancora cacciò di Capua Landone gli altri suoi nipoti, che
si misero sotto la protezion di Guaiferio. Dopo di che usurpò il dominio
di quella città, e vi restò solo signore, perchè suo fratello Pandone
lasciò la vita in un combattimento contra de' Salernitani. In quest'anno
ancora dai diplomi rapportati dal Margarino[1152] impariamo che _Gisla_
figliuola dell'_imperador Lodovico_ era in educazione nel monistero
appellato nuovo, ed ora di santa Giulia di Brescia; e che l'Augusto suo
padre, secondo gli abusi di que' tempi, che tuttavia durano in qualche
paese della Cristianità, le conferì quel sacro luogo da signoreggiare,
usufruttare e governare per tutta la sua vita, secondo la regola di san
Benedetto. Il diploma è dato in Brescia. Con un altro diploma, dato in
Marengo confermò esso imperadore tutti i privilegii e beni del monistero
di san Colombano di Bobbio ad _Amalarico vescovo_ di Como, chiamato ivi
_abbas monasterii bobiensis_; giacchè, siccome fu avvertito di sopra,
s'era già introdotta la biasimevol usanza di conferir le badie ai
vescovi, e talvolta fino ai secolari, i quali, lasciata una parte delle
rendite pel magro sostentamento de' monaci, si divoravano, senza
mettersi scrupolo, il resto.