[1113] Anastas. Biblioth., in Vita. Leonis IV.
[1114] Gratian., cap. 9, Dissert. X, et cap. 14, 2, n. 17.
[1115] Labbe, Concil., tom. 8.
[1116] Rer. Ital., Part. II, tom. 1 Leg. Langobard.
[1117] Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 55.
[1118] Eccard., Rer. Franc., lib. 30.
[1119] Annal. Franc. Metenses. Erchemp., Hist., cap. 19.
[1120] Blanc, des Monnoyes de Rois.
[1121] Eccard., Rer. Franc., lib. 31, cap. 2.
[1122] Dandulus, tom. 11 Rer. Italicar.
Anno di CRISTO DCCCLVI. Indizione IV.
BENEDETTO III papa 2.
LODOVICO II imperad. 8, 7 e 2.
Ci fan sapere gli Annali di san Bertino[1123] che l'imperator _Lodovico
II_ restò mal soddisfatto della division fatta dal padre dei suoi stati.
Pretendeva egli che l'Italia fosse a lui pervenuta per donazione
dell'avolo suo _Lodovico Pio_: però chiedeva, qual fosse la parte che
gli dovea toccare della eredità paterna, quando gli altri due fratelli
aveano assorbito tutti gli stati d'oltramonti. Ne fece querela presso
dei re suoi zii, cioè di _Lodovico re di Germania e di Carlo Calvo re di
Francia_; ma indarno la fece. Erano prima di lui ricorsi i primati della
Lorena ad esso re Lodovico, per assicurar quel regno nella persona del
giovane re _Lottario_, e il trovarono, o il renderono favorevole ai lor
desiderii. Nel maggio di quest'anno, per gli diplomi rapportati dal
Margarino[1124], si conosce che il suddetto imperadore fu in Brescia,
dove confermò a _Gisla_ sua sorella, dimorante nell'insigne monistero di
santa Giulia, la signoria ossia il governo di quel sacro luogo, e
ratificò eziandio i privilegii del medesimo. Abbiamo anche da Andrea
Dandolo[1125] ch'egli si trovava in Mantova, allorchè _Pietro_ doge di
Venezia gli spedì per suo legato un certo Deusdedit, ed ottenne la
conferma dei privilegii e delle esenzioni de' beni che il clero e popolo
di Venezia possedevano negli stati dell'imperio, ossia del regno
d'Italia. E perciocchè anche allora si considerava qual cosa rara essa
città di Venezia, fabbricata in mezzo all'acque del mare, il medesimo
Augusto coll'_imperadrice Angilberga_ sua moglie volle visitarla.
Vennero loro incontro i due dogi, cioè il suddetto _Pietro_ e _Giovanni_
suo figliuolo, sino a san Michele di Brondolo con suntuoso
accompagnamento, e fecero loro quanto onore poterono. In segno poi di
amore e di pace esso Augusto tenne al sacro fonte un figliuolo del
medesimo doge Giovanni. Non so io l'anno preciso in cui succedette un
fatto narrato dall'Anonimo salernitano[1126]. Certo fu dappoichè
_Adelgiso_ fu divenuto principe di Benevento. Ora egli racconta che
_Pietro_ (non è chiaro, se allora o se poi) _principe di Salerno_
confermò l'amicizia e lega coi Beneventani. Raunato poscia un copioso
esercito di Salernitani, insieme coll'oste di Benevento condotta dal
suddetto principe Adelgiso, amendue passarono alla volta di Bari con
pensiero di formarne l'assedio, e di levare ai Saraceni quel nido,
occasione di tante sciagure alle lor contrade. Ma vennero loro incontro
con grande strepito quelle barbare schiere, e in un momento attaccarono
la zuffa. Riuscì questa assai calda, e in fine tal fu il valore de'
Longobardi, che i Saraceni furono obbligati a piegare e a prendere la
fuga. Quand'ecco giugnere una fresca e poderosa brigata d'altri
Saraceni, che dando addosso agli stanchi Cristiani, gli sbaragliò. Molti
restarono nel campo estinti; gli altri, e parte d'essi feriti, si
diedero alle gambe. Orgogliosi per questa vittoria i Saraceni, scorsero
dipoi per gli principati di Benevento e di Salerno, uccisero non poche
persone, menarono in ischiavitù le lor mogli e figliuoli; e carichi in
fine d'immenso bottino, se ne ritornarono a Bari. In quest'anno poi,
secondo i conti di Camillo Pellegrino[1127], la città di Sicopoli
fabbricata dai Capuani, o per accidente, oppure per iniquità di taluno,
interamente fu desolata da un incendio, di maniera che non vi restò in
piedi se non il palazzo del vescovo, cioè di _Landolfo vescovo di
Capua_, fratello di Pandone conte ossia principe di quella città. Allora
Landone e gli altri suoi fratelli presero la risoluzione di abbandonar
quel sito montuoso, e di calare al piano col popolo. Diedersi infatti a
fabbricare presso il ponte Casalino del fiume Volturno una città nuova,
a cui posero il nome di _Capua nuova_, che è la Capua di oggidì, lontana
tre miglia dall'antica desolata Capua. Potrebbe nondimeno essere che più
tardi succedesse la fabbrica di questa città, scrivendo Giovanni monaco,
autore della Cronaca di Volturno, che _Landolfo conte di Capua_
nell'anno 841, abbandonata Capua vecchia, portossi ad abitare nel monte
Triflisco, con altro nome chiamato Sicopoli, e da lì a tre anni morì,
cioè più tardi di quel che suppose Camillo Pellegrino. Poscia _Landone_
conte suo figliuolo abitò in Sicopoli per anni tredici ed otto mesi,
dopo i quali rimase quella città affatto consumata dal fuoco. Il perchè
avendo tenuto consiglio co' suoi fratelli _Landenolfo_, _Pandone_ e
_Landolfo_ vescovo, edificarono Capua nuova al piano, dove signoreggiò
esso Landone per anni tre e mesi otto. Ed allora i Capuani cominciarono
ad avere infinite guerre coi Napoletani. Nè si dee tacere che in
quest'anno venne a Roma per sua divozione[1128] _Etelvolfo_ re dei
Sassoni occidentali in Inghilterra, e portò dei gran regali alla
basilica di san Pietro. Passando poi nel suo ritorno per la Francia,
prese per moglie _Giuditta_ figliuola del re _Carlo Calvo_, e la
condusse ai suoi paesi. Ma poco sopravvisse, perchè nell'anno 858 fu
rapito dalla morte. Patì la città di Roma nel gennaio di quest'anno una
fiera inondazione del Tevere, alla quale tenne dietro la pestilenza, per
cui perì una gran quantità di persone. Abbiamo anche dagli Annali di san
Bertino che in quest'anno _Saraceni de Benevento Neapolim fraude
adeuntes, vastant, diripiunt, et funditus evertunt_. Probabilmente vuol
dire che toccò questo flagello al territorio, ma non già alla città di
Napoli.