[1107] Anastas. Bibliothec., in Vita Leon. IV.
[1108] Annales Franc. Bertiniani.
[1109] Annal. Franc. Fuldenses.
[1110] Erchempertus, Hist., cap. 20.
[1111] Mabillonius, in Annal. Benedictin. lib. 34, cap. 72.
[1112] Chron. Volturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCLV. Indizione III.
BENEDETTO III papa 1.
LODOVICO II imper. 7, 6 e 1.
Avvenne in quest'anno in Roma un accidente fastidioso, di cui ci ha
informati il solo Anastasio bibliotecario[1113]. Daniello maestro de'
militi, ossia uno dei generali delle milizie, andò a trovare lo
_imperador Lodovico_, e gli rivelò che Graziano superista della città di
Roma, creduto da esso Augusto uomo fedele nel di lui servigio, nella
propria casa di esso Daniello avea detto a lui solo: _Che i Franchi_
(ossia _Franzesi_) _niun bene faceano, niun aiuto davano al popolo
romano_ (maltrattato o minacciato tutto dì dai Saraceni), _e che
piuttosto colla forza lo spogliavano delle loro sostanze. Perchè non
chiamiamo piuttosto i Greci, trattando con esso loro un accordo di pace,
e non ci leviamo di sotto al regno e alla signoria de' Franchi e della
sua gente? Quare non advocamus Graecos, cum eis foedus componentes, et
Francorum regem et gentem de nostro regno et dominatione non
expellimus?_ Di più non occorse perchè l'Augusto Lodovico andasse nelle
furie, e senza perdere tempo s'incamminasse alla volta di Roma con delle
soldatesche, come si può credere, ma senza far precedere, giusta il
costume, le lettere di avviso al papa e al senato romano. Contuttociò il
buon papa _Leone IV_ il ricevette coi soliti onori sopra le scalinate
della basilica di san Pietro; e udite le sue querele, cercò di placarlo
colle più dolci parole che seppe adoperare. In uno dei giorni appresso
lo stesso imperadore, assiso col pontefice e con tutti i baroni romani e
franzesi, tenne un solenne giudizio nella sala già fabbricata da papa
Leone III. Quivi Daniello pubblicamente disse: _Iste Gratianus habuit
mecum consilium, hanc romanam terram de vestra tollere potestate, et
Graecis tradere illam._ Allora non solamente Graziano, ma i nobili
romani tutti, alzatisi in piedi davanti all'imperadore, gridarono che
costui mentiva, e non essere vero in conto alcuno ciò ch'egli diceva.
Mancavano a Daniello i testimoni per provare l'accusa; e però come
calunniatore secondo le leggi romane fu giudicato reo, ed egli stesso
confessò il fallo; dopo di che fu dato in mano a Graziano, acciocchè ne
facesse quel che gli parea. Ma avendolo poi l'imperadore chiesto in
grazia, ed essendosene contentato Graziano, costui restò liberato dal
pericolo della morte. Se ne tornò a Pavia l'imperadore, e tal fine ebbe
un sì delicato affare, dal quale, siccome avvertirono il padre Pagi e
l'Eccardo chiaramente si deduce la sovranità degl'imperadori di que'
tempi in Roma stessa e nel suo ducato. Poco stette dipoi il sommo
pontefice _Leone IV_ ad essere chiamato da Dio al premio delle fatiche
da lui sostenute in un sì affannoso pontificato. Accadde la morte sua
nel dì 17 di luglio; ma dura e durerà la memoria di questo papa, insigne
per tante opere della sua pia munificenza descritte lungamente da
Anastasio, ossia dall'autore della sua vita, ma più per la santità del
viver suo, per cui meritò di essere registrato nel catalogo de' santi. A
questo pontefice (piuttosto che a papa Leone terzo) credono gli eruditi,
che si abbiano a riferir due squarci di lettere scritte, secondo
Graziano[1114], a _Lottario_ e _Lodovico imperadori_, nel primo de'
quali son le seguenti parole: _De capitulis vel praeceptis imperialibus
vestris vestrorumque praedecessorum irrefragabiliter custodiendis et
conservandis, quantum valuimus et valemus, Christo propitio, et nunc et
in aevum nos conservaturos, modis omnibus profitemur. Et si fortasse
quilibet alter vobis dixerit, vel dicturus est, sciatis, eum pro certo
mendacem._ Nel secondo si leggono quest'altre: _Nos si incompetenter
aliquid egimus, et subditis justae legis tramitem non conservavimvs,
vestro, ac missorum vestrorum cuncta volumus emendare judicio. Inde
magnitudinis vestrae magnopere clementiam imploramus, ut tales ad haec,
quae diximus, perquirenda missos in his partibus dirigatis, qui Deum per
omnia timeant, et cuncta (quemadmodum si vestra praesens fuisset
imperialis gloria) diligenter exquirant. Et non tantum haec sola, quae
superius diximus, quaerimus, ut examussim exagitent, sed sive minora,
sive etiam majora illis sint de nobis indicata negotia, ita eorum cuncta
legitimo terminentur examine, quatenus in posterum nihil sit, quod ex
eis indiscussum vel inde finitum remaneat._ Passi tali servono anche
essi per farci sempre più intender il sistema del governo temporale
d'allora in Roma.
Poco si tardò dopo la morte del santo pontefice Leone a venire
all'elezion del successore: e questi fu _Benedetto III_, cardinale del
titolo di san Calisto. Non già la papessa Giovanna, come una volta fu
creduto, allorchè per l'ignoranza de' popoli si poteano spacciare ed
erano buonamente ricevute anche le più spallate favole. Tale in fatti è
ancor questa, nata solamente nel secolo decimoterzo, ma oggidì talmente
confutata, e riconosciuta fin dai nemici della religion cattolica, che
si renderebbe ridicolo chi assumesse di più sostenerla, o di
maggiormente screditarla ed abbatterla. Ma l'assunzione di esso papa
Benedetto non passò senza contrasto. Eravi una fazion contraria di
Romani che segretamente teneva per Anastasio prete cardinale, già
scomunicato e deposto nel concilio romano, e adoperò quante cabale potè
per innalzarlo in questa congiuntura. Racconta Anastasio che eletto papa
Benedetto, _Clerus et cuncti proceres decretum componentes propriis
manibus roboraverunt, et ut consuetudo prisca poscit, invictissimis
Lothario ac Ludovico destinaverunt Augusti_; il che ci fa sempre più
intendere ch'era antico il costume, e tuttavia si osservava, di non
consecrare il papa eletto, se non dappoichè informatone l'imperadore,
prestava l'assenso suo. L'incarico di portar questo decreto alla corte
imperiale fu dato a _Niccolò vescovo_ di Anagni e a _Mercurio_ maestro
de' militi, cioè generale dell'armi, i quali arrivati a Gubbio trovarono
il vescovo di quella città _Arsenio_, che li guadagnò in favore dello
scomunicato Anastasio. Pervenuti alla corte di Lodovico Augusto, in vece
di promuovere gli interessi di Benedetto eletto, si studiarono di
guadagnar la protezion di lui per mettere esso Anastasio nella cattedra
di san Pietro, con rappresentargli probabilmente che la seguita elezione
era stata o simoniaca, o violenta, contuttochè il vero fosse che
Benedetto avea fatta gran ripugnanza ad accettare il peso del
pontificato. Spedì l'imperadore i suoi messi, i quali non sì tosto
furono giunti alla città di Orta, che videro venir varii nobili de'
primarii di Roma, tutti fautori di Anastasio; e poscia in vicinanza di
Roma con loro si unirono _Rodoaldo vescovo di Porto ed Agatone vescovo_
di Todi. Intanto l'eletto papa Benedetto inviò incontro ai ministri
imperiali due vescovi, ma questi contra l'intenzione dell'imperadore
furono ritenuti e consegnati alle guardie. Nel giorno seguente andò
ordine per parte di essi ministri a tutto il clero, senato e popolo
romano di venir loro incontro sino a Ponte Molle, per intendere i
comandamenti dell'imperadore. Così fecero, senza sapere che inganno
fosse preparato. Con questo solenne accompagnamento l'accecato dalla sua
ambizione Anastasio entrò nella basilica vaticana, poscia occupò il
palazzo lateranense, e fatto spogliar Benedetto degli abiti pontificali,
con istrapazzi non pochi il fece ritener sotto buona guardia. Allora
furono incredibili gli urli e i pianti del clero e popolo, il quale nel
giorno appresso si raunò nella chiesa di santa Emiliana, dove si
portarono anche i ministri imperiali con grande alterigia, accompagnati
da una copiosa frotta di armati, sperando pure o procurando d'indurli ad
eleggere il suddetto miserabil Anastasio. Ma si trovò ne' vescovi
specialmente, e poi nel resto del clero e popolo tal costanza in quel
giorno e nel seguente, gridando tutti di voler Benedetto, e di essere
pronti piuttosto a morire che ad accettare l'indegno personaggio loro
proposto, che gli uffiziali dell'imperadore convennero nel loro
sentimento, e fatto cacciar fuori del palazzo Anastasio suddetto,
rimisero in libertà Benedetto. Dopo tre giorni di digiuno fu
solennemente confermata l'elezion di esso Benedetto, ed egli
susseguentemente nel dì 24 di settembre consecrato, diede l'assoluzione
a chiunque pentito la dimandò, fuorchè al vescovo di Porto.
Nel quarto dì di febbraio dell'anno presente fu celebrato in Pavia un
concilio[1115] di molti vescovi, presidenti del quale furono _Angilberto
arcivescovo_ di Milano, _Andrea patriarca di Aquileia_ (quando non si
ammetta _Andrea II_ fra que' patriarchi, questo nome si dee credere
posto in vece di _Teutimaro_; oppure quel concilio appartiene ad altro
anno) e _Giuseppe_ vescovo d'Ivrea, arcicappellano della corte cesarea.
Truovansi in esso pubblicati alcuni bei regolamenti per la disciplina
ecclesiastica. Ed altri in fine ne aggiunse l'Augusto Lodovico,
spettanti al buon governo civile, da me[1116] dati alla luce fra le
leggi longobardiche. Truovasi dipoi esso imperadore da lì a quattro
giorni in Mantova, da che si legge un suo diploma[1117], dato in quella
_città VI idus februarii dell'anno presente_, in favore di _Rorigo
vescovo_ di Padova. Questo poi fu l'anno in cui _Lottario Augusto_ suo
padre cominciò a sentir sopra di sè la mano di Dio, e a riconoscere
ch'era mortale. Assalito da una lenta malattia, cercò indarno medici che
sapessero l'arte di guarirlo. Un tale avviso servì di sprone al suddetto
_imperador Lodovico_ per desiderare un abboccamento con _Lodovico re_ di
Germania suo zio, affine di averlo favorevole, ogni qual volta mancasse
di vita suo padre. Secondo le notizie recate da Gian-Giorgio[1118],
Eccardo seguì il loro congresso in Trento. Ivi si trattò di molti affari
utili alla Cristianità, ed amendue si partirono di là in buona
concordia. Crescendo intanto ogni dì più la infermità dell'imperadore
Lottario, ed accortosi egli di camminare a gran passi verso il sepolcro,
seriamente pensò a prendere congedo dal mondo, e insieme a profittar di
questo poco tempo per far penitenza de' molti suoi eccessi, e poter
comparire in morte diverso da quello ch'era stato in vita[1119].
Convocata una dieta de' suoi baroni, divise i regni fra i tre suoi
figliuoli legittimi. A _Lodovico II_ già dichiarato imperadore, confermò
il dominio dell'Italia. A _Lottario_ suo secondogenito lasciò la Francia
di mezzo, cioè il regno situato fra il Reno e la Mosa, di cui si è
parlato all'anno 843. Dal nome di questo giovane re cominciò poi
quell'ampio tratto di paese ad appellarsi _Lottaringia_, che noi ora
diciamo _Lorena_, se non che la moderna Lorena è una parte picciolissima
dell'antica. A _Carlo_ suo terzogenito lasciò il regno della Provenza.
Questi da Erchemperto vien chiamato _Carletto_. Dopo di questo l'Augusto
Lottario passò al celebre monistero di Prumia, nella diocesi di Treveri,
e quivi preso l'abito monastico con tutta umiltà, rinunziò affatto agli
affari del mondo presente, ed attese a prepararsi per l'altro. Da lì
appunto a sei giorni, nel dì 28 di settembre, finì di vivere; principe
saggio in morte, ma non così in vita, che a molte virtù accoppiò maggior
numero di vizii, nè mai meritò di essere messo nel ruolo de' santi, come
han fatto i buoni monaci, solamente perchè incalzato dalla vicina morte,
per qualche giorno portò le divise di monaco. Fu egli il primo, a mio
credere, che introdusse, oppur dilatò in Italia l'abuso, tanto tempo
prima cominciato in Francia, di dare in commenda i monisteri non men dei
monaci che delle monache, ai vescovi e ad altri ecclesiastici, e insino
alle imperadrici e alle principesse reali, e fino ai secolari di corte o
della milizia: abuso, dissi, che durò poi, anzi smisuratamente crebbe
negli anni susseguenti, più forza avendo i cattivi che i buoni esempli
nel cuore guasto degli uomini. Nell'epitaffio di questo principe si
legge:
_Qui Francis, Italis, Romanis praefuit ipsis._
Anche il Blanc[1120] pubblicò una sua moneta, nel cui diritto sta
HLOTHARIVS IMP. AV., e nel rovescio VENECIA. Pensò l'Eccardo[1121]
bastante questa moneta a farci conoscere che la città di Venezia fosse
in que' tempi sottoposta al dominio dei re franchi. Ma ciò è lontano dal
vero. Dagli stessi diplomi degl'imperadori franzesi, citati dal
Dandolo[1122], chiaramente si ricava che quell'inclita città era esclusa
dal regno d'Italia; e se riconosceva superiore, questi era tuttavia
l'imperador de' Greci. La _Venecia_ di quella moneta altro non è che la
città di Vannes in Francia, appellata dai Latini Venecia. Così nelle
monete d'allora s'incontra VIRDVNVM, CAMERACVS, MEDIOLANVM, perchè quivi
furono esse battute.