NOTE:

[1042] Annal. Francor. Bertiniani.

[1043] Mabillonius, in Annal. Benedictin.

[1044] Annal. Francor. Metenses.

[1045] Johann. Diac. in Vit. Episcop. Neapol. P. II, tom. 1 Rerum

Italicarum.

[1046] Antiquit. Ital. Dissert. pag. XXXI, 97.

Anno di CRISTO DCCCXLVI. Indiz. IX.

SERGIO II papa 5.

LOTTARIO imper. 27, 24 e 7.

LODOVICO II re d'Italia 3.

Cresceva ogni dì più la superbia dei Saraceni, dacchè ebbero conquistata

la Sicilia e la Calabria; e tanto più perchè miravano i due emuli

principi di Benevento andarsi rodendo tra loro le viscere. A tanto

vennero, che in quest'anno partiti dall'Africa, o pure dal castello di

Miseno, dove già s'erano annidati, con un potente stuolo di navi, ed

entrati nel Tevere, arrivarono fin sotto Roma. Negli Annali

bertiniani[1047] son chiamati _Saraceni_, _Maurique_. Col nome di

_Saraceni_ vuol quell'autore significar gli Arabi maomettani,

conquistatori e padroni allora dell'Africa; e col nome di _Mori_ gli

Africani stessi lor sudditi, che aveano nondimeno abbracciata la falsa

legge di Maometto. Si tenne forte la città di Roma fortificata allora

abbastanza; però sfogarono que' Barbari la lor crudeltà nei contorni, e

spezialmente a la loro ingordigia sopra la sacra basilica di s.

Pietro[1048], ch'era in questi secoli fuori della città, con asportarne

tutti gli ornamenti, e quanto di prezioso vi trovarono; ma senza far

male alla fabbrica. Se vogliam credere a Leone Ostiense[1049], allo

stesso crudel trattamento soggiacque anche la basilica di s. Paolo.

Parrebbe che no, perchè lo Annalista di s. Bertino scrive che una parte

di essi infedeli, andando per dare il sacco a quel sacro luogo, restò

tagliata a pezzi dalle genti di campagna di Roma. Ma Giovanni Diacono,

poco dianzi da me allegato, scrittore troppo autentico, perchè di questi

medesimi tempi, asserisce che costoro _Romam supervenerunt, ecclesias

Apostolorum, et cuncta, quae extrinsecus repererunt, lugenda pernicie et

horribili captivitate diripuerunt_. Con questo scrittore va d'accordo

ancora Anastasio nella vita di Leone IV papa. Partiti dalle vicinanze di

Roma, secondo il suddetto Ostiense, e per la via Appia arrivati alla

città di Fondi, la presero, la diedero alle fiamme, trucidarono parte di

quel popolo, e il resto condussero in ischiavitù. Andarono poi a

fermarsi ed attendarsi sotto Gaeta. Portate sì funeste nuove a _Lodovico

II_ re d'Italia, diede solleciti ordini alle milizie di Spoleti di

marciare contra di sì nefandi masnadieri. Il conte Campelli[1050], come

se si fosse trovato presente a que' fatti, ci descrive i viaggi, i

disagi e il conflitto dell'esercito spoletino. Giovanni Diacono narra

che Lottario _re de Franchi_, sotto il cui nome tutto si operava dal re

Lodovico suo figliuolo, inviò una feroce armata contra de' suddetti

Saraceni, che li perseguitò fino a Gaeta. Ma i furbi Africani, messi in

aguato molti de' loro ai passi stretti delle montagne, stettero

aspettando i Cristiani; e sbucando all'improvviso sopra i poco

avvertiti, uccisero l'alfier sulle prime: il che bastò perchè andasse

vergognosamente in rotta tutto l'esercito de' Fedeli, e ne restassero

assaissimi estinti nella fuga. Peggio anche avveniva, se _Cesario_,

figliuolo di _Sergio duca_ di Napoli, ch'era accorso colle brigate di

Napoli e di Amalfi, non avesse attaccata battaglia anch'egli coi

Saraceni, con obbligarli a desistere dal perseguitare i fuggitivi

Cristiani. Negli Annali di s. Bertino noi leggiamo _Hludovicus Hlotharii

filius rex Italiae cum Saracenis pugnans, victus vix Romam pervenit_. Ma

Giovanni Diacono, che ne sapea più di quell'Annalista, nulla parlando

del re Lodovico in questa occasione, e parlandone poi ad un'altra

spedizione, fa assai conoscere ch'egli punto non intervenne a quella

sfortunata azione. Nell'inseguire i fuggitivi Cristiani arrivarono le

brigate saracene, secondochè avvertì Leone Ostiense, fin presso al fiume

Garigliano, in vicinanza del monistero Cassinese. Non era loro ignota la

ricchezza di quel sacro luogo (l'abbiam già veduto fieramente pelato da

Siconolfo), e già la divoravano coi desiderii; ma colti dalla notte, si

fermarono alla riva del suddetto fiume con pensiero di fare un buon

sacco la mattina seguente. Stettero i monaci, scorgendo il pericolo

imminente, tutta la notte in orazione, e furono poi rincorati

dall'_abbate Bassacio_, uomo di santa vita, che disse d'aver avuta una

rivelazione della lor sicurezza. Erano nel dì innanzi l'acque del

Garigliano sì basse, che dappertutto si poteano guadare a piedi; era il

ciel sereno. Quella notte venne un temporale con folgori e pioggia tale,

che nella seguente mattina si trovò sì gonfio il fiume, che usciva fuor

del suo letto. Restarono ben beffati i Saraceni, quando, fatto giorno,

andarono per valicarlo, e mordendosi le dita per la preda che loro era

fuggita dalle mani, se ne tornarono al loro campo sotto Gaeta. Restò

quella città assediata, e fecero quei Barbari ogni sforzo per entrarvi;

ma, per testimonianza di Giovanni Diacono, il soprallodato Cesario,

figliuolo di Sergio duca di Napoli, colle sue navi e con quelle degli

Amalfitani venne a stanziare nel porto di Gaeta, e saldo alla difesa di

quei cittadini, non lasciò mai prevalere la forza e rabbia degl'infedeli

cani. Avvenne in questi tempi, che mentre l'imperador Lottario dimorava

in Aquisgrana[1051], _Giselberto_, soldato, o pur vassallo del re _Carlo

Calvo_, rapì una figliuola d'esso Augusto, e condottala in Aquitania, la

prese per moglie. Il nome di questa principessa nol dicono gli antichi

storici. Per tale insolenza concepì Lottario non poco odio contra d'esso

re Carlo, il quale informatosene, scrisse intorno a ciò a _Lodovico_ re

di Germania, affinchè placasse il fratello. Pubblicamente protestarono

amendue di non avere avuta parte in quel rapimento, e ne scrissero anche

al fratello Lottario; ma egli continuò nella sua amarezza. Abbiamo poi

dal Dandolo[1052], che bramando _papa Sergio_ di comporre le differenze

tuttavia bollenti tra _Venerio patriarca di Grado_, e _Andrea patriarca

di Aquileia_, scrisse ad amendue, con ordinar loro di comparire al

concilio ch'egli avea proposto di tenere, e vi doveva assistere

l'imperadore. Ma non ebbe effetto il suo piissimo disegno, perchè la

morte il rapì nell'anno seguente, siccome diremo. Rapì essa nel presente

anche _Pacifico_ arcidiacono della cattedral di Verona, di cui feci

menzione nell'anno 789. Il suo epitaffio, pubblicato dall'Ughelli, ma

più corretto ed intero dal marchese Maffei[1053], tuttavia si legge in

quella città. E n'era ben degno, perchè uomo di mirabil industria in

questi tempi. Di lui spezialmente quivi è detto:

QVICQVID AVRO VEL ARGENTO

ET METALLIS CETERIS,

QVICQVID LIGNIS EX DIVERSIS

ET MARMORE CANDIDO,

NVLLVS VMQVAM SIC PERITVS

IN TANTIS OPERIBVS.

HOROLOGIVM NOCTVRNVM

NVLLVS ANTE VIDERAT.

ET INVENIT ARGVMENTVM

ET PRIMVM FVNDAVERAT.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 188 / 339 题