[1001] Annales Franc. Fuldenses. Nithard., lib. 2.
[1002] Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1003] Annales Franc. Metenses.
[1004] Annales Franc. Bertiniani.
[1005] Monach. Fontenell. apud Du-Chesne, tom. II Rer. Franc.
[1006] Erchempertus, Hist., cap. 15.
[1007] Antiquit. Ital. Dissert. XXXV, pag. 77.
Anno di CRISTO DCCCXLII. Indiz. V.
GREGORIO IV papa 16.
LOTTARIO imperad. 25, 20 e 3.
Durando tuttavia la guerra e gli sconcerti in Francia tra _Lottario
Augusto_ e i due re suoi fratelli, seguirono varii movimenti dall'una e
dall'altra parte, minutamente descritti da Nitardo[1008]. Fra l'altre
cose con piacere si legge presso di lui la conferma della lega stabilita
fra i suddetti due fratelli _Lodovico_ e _Carlo_ in Argentina, o vogliam
dire in Strasburg. L'uno fece il suo giuramento in lingua tedesca, e
l'altro in lingua romanza, che era fin d'allora la volgare franzese, e
s'accostava più alla nostra italiana di quel che faccia oggidì. Sarebbe
da desiderare che fosse restato un pezzo simile della lingua nostra
italiana di que' tempi, per conoscere in che stato essa allora si
trovasse; ma finora nulla di ciò s'è veduto, perchè tutte le scritture
che restano sono di lingua latina, mischiata nondimeno di molti
solecismi e barbarismi. I Tedeschi e gl'Inglesi hanno interi opuscoli di
que' secoli nella lor lingua. Nulla ne ha l'Italia. Ora io non mi
fermerò a descrivere le vicende della guerra di Francia, perchè furono
di poco momento. Basterà qui dire, che incalzato l'_imperadore Lottario_
dai fratelli[1009], dopo avere spogliato il palazzo d'Aquisgrana di
tutte le cose più preziose, si ritirò a Lione, e quivi dopo aver finora
rifiutato di dare orecchio a progetti di pace, finalmente la debolezza
delle forze sue il consigliò ad ascoltarli. Si convenne tra i tre
fratelli di fare un abboccamento presso alla città di Mascon in un'isola
del fiume Sona che divideva le armate. Questo seguì verso la metà di
giugno, e vicendevolmente tutti e tre dimandarono perdono del passato,
giurarono di conservar tra loro una buona pace e fratellanza; e
determinarono di tenere un congresso nella città di Metz nel primo dì di
ottobre, per regolare la division della monarchia franzese, di cui si
andò poi seriamente trattando da lì innanzi. Ma questo congresso si
differì fino a' cinque di novembre, e per varii impedimenti o pretesti
trasportato fu al giugno dell'anno seguente. Per altro i due fratelli
_Lodovico_ e _Carlo_, dappoichè ebbero costretto l'augusto _Lottario_ a
ritirarsi da Aquisgrana, colà si portarono essi, e ordinata quivi una
raunanza di molti vescovi, fecero loro decidere che Lottario per
gl'insulti fatti al padre, per la mancanza ai giuramenti, per l'indebita
guerra fatta ai fratelli avea provato il flagello della vendetta di Dio,
ed era decaduto dai regni di Francia e di Germania, de' quali erano
divenuti giusti possessori i re Lodovico e Carlo. Ciò fatto, i due
fratelli divisero tra loro i regni; ma per l'accordo che nell'anno
susseguente seguì tra essi e l'imperadore Lottario, si fece una più
stabil divisione. Terminò i suoi giorni nel gennaio dell'anno presente
_Teofilo imperador de' Greci_, con lasciare successor nell'imperio
_Michele_ suo figliuolo in età di soli tre anni. Una malattia pericolosa
sopraggiunta a questo novello Augusto diede occasione ai monaci di
Studio di promovere la restituzione delle sacre immagini con promessa
della di lui guarigione. Risanato egli in fatti, con giubilo de'
Cattolici furono rimesse in uso ne' sacri templi le immagini; e cacciato
via Janne falso patriarca di Costantinopoli, in luogo suo fu eletto
_Metodio_, uomo di santa vita e di sentimenti ortodossi. La divisione e
guerra tra i principi di Benevento seguitava più che mai vigorosa,
quando i _Saraceni_ africani, chiamati da altri _Agareni_, o pure
_Mori_, padroni della vicina Sicilia, seppero ben prendere pe' capelli
la buona fortuna, con passare forse prima di quest'anno in Calabria,
dove a man salva s'impadronirono di alcune città e terre, e vi si
radicarono talmente, che l'Italia tutta ne ebbe a piagnere dipoi per
lungo tempo. Sotto quest'anno Nitardo[1010] e gli Annali
bertiniani[1011] mettono l'entrata di costoro nel ducato di Benevento.
_Radelgiso principe_ di quelle contrade veggendo prosperar sì forte gli
affari dell'emulo _Siconolfo_, da cui or una, or una altra città gli
veniva occupata, senza trovar maniera da potere resistere, s'appigliò ad
un consiglio dettato dalla disperazione: cioè chiamò in aiuto suo
alquante brigate de' Saraceni postati nella Calabria[1012]. Ebbe ordine
da lui Pandone governatore di Bari di dar quartiere a quegl'infedeli
fuori della città dalla parte del mare. Ma i Saraceni, gente la più
furba del mondo, andarono tanto spiando le fortificazioni della città,
che trovarono modo una notte di arrampicarsi e di entrarvi dentro senza
resistenza d'alcuno. Misero a fil di spada una parte del misero
innocente popolo, l'altra la fecero schiava, e Pandone fra gli altri
dopo molti tormenti fu gittato ed affogato nel mare.
Con Erchemperto va d'accordo l'Anonimo salernitano[1013] intorno a
questi fatti. Racconta egli che _Radelgiso_ principe di Benevento con
un'armata di ventiduemila persone tra cavalleria e fanteria si portò
all'assedio di Salerno; ma _Siconolfo_ principe colla gente di Salerno,
Capua, Aggerenza, Consa ed Amalfi, venne a battaglia, e sbaragliò i
Beneventani. Questa probabilmente è la rotta, di cui all'anno 840 s'è
fatta menzione coll'autorità di Erchemperto. Seguita poi a dire, che
Siconolfo, raunato un buon esercito, si portò anch'egli addosso ai
Beneventani; ma questi, usciti dalla città, sì valorosamente gli
assalirono, che li misero in fuga. Dopo questo i Saraceni con grandi
forze calarono in Calabria; presero Taranto con facilità, ed entrati
nella Puglia, diedero il sacco a quasi tutte le città con uccidere le
persone che erano cresciute a guisa delle biade. Per attestato poi di
Erchemperto, Radelgiso trovandosi impotente a cacciar fuori di Bari que'
barbari ospiti, cominciò a trattar con loro amichevolmente e a valersi
del loro aiuto. Comandò ad _Orso_ suo figliuolo di menarli all'assedio
di un castello, e v'andarono con una potente oste. Ma ciò saputo da
Siconolfo, arditamente andò a trovarli, e gli sconfisse con istrage di
chi non potè ben menar le gambe. Il re d'essi per nome Calfo, cadutogli
sotto per la stanchezza il cavallo, stentò a giugnere coi suoi piedi a
Bari. Crebbero poi le miserie di quelle contrade, perchè, secondo
l'Anonimo salernitano, Radelgiso prese al suo soldo il principe de'
Saraceni abitante in Bari, per nome _Saotan_, o _Saudan_, come altri
hanno scritto. Tengo io che questo fosse non il proprio suo nome, ma
quello bensì della sua dignità, e lo stesso sia che _Soldano_, o
_Sultano_, come han detto dipoi gl'Italiani. Veggasi il d'Erbelot[1014]
alla parola _Solthan_. Col rinforzo di costui e delle sue masnade, i
Beneventani passarono addosso ai Salernitani, e non meno agli uomini che
alle case e ai poderi recarono infiniti danni. Furono costoro appena
ritornati indietro, che pervenuta tosto a Siconolfo signoreggiante in
Salerno la notizia che Radelgiso aveva spogliata la cattedrale di
Benevento di buona parte del suo tesoro per ingaggiare e pagare i
Saraceni del suo partito: anch'egli si prevalse di questo scellerato
esempio, e presa per forza dalla cattedrale di Salerno gran copia d'oro,
se ne servì per impegnare alla difesa de' suoi stati il comandante
saraceno di Taranto, chiamato Apollafar. Ben volentieri costui passò con
buon nerbo di gente al servigio di Siconolfo, e poscia unito coi
Salernitani al guasto dei Beneventani. Accadde poi che tornato Apollafar
da quella spedizione con Siconolfo a Salerno, mentre amendue con festa
salivano le scale del palazzo, Siconolfo per ischerzo il prese colle
braccia e portollo di peso sopra, e nel posarlo giù l'abbracciò e baciò.
Ma il superbo e delicato Saraceno se l'ebbe forte a male; e tuttochè
Siconolfo dicesse d'aver fatto ciò per burla e non per inganno, pure
giurò di non volerlo più servire, ed immantinente con tutti i suoi si
partì da Salerno e tornossene a Taranto. Quivi trattò con Radelgiso,
esibendosi ai suoi servigi. Nè potea giugnere a lui nuova più cara di
questa. Accettato e venuto coll'esercito suo, tosto fu spedito contra
de' Salernitani, nel paese de' quali commise enormità e danni
incredibili. Così gl'infedeli andavano profittando della discordia de'
principi cristiani colla rovina de' popoli innocenti. Ottenne in
quest'anno, se pur non fu nel precedente, il doge di Venezia Pietro da
_Lottario_ imperadore la conferma delle esenzioni dei bani goduti dai
Veneziani nel regno d'Italia. Il diploma, rapportato dal Dandolo[1015],
fu dato _kalendis septembris anno, Christo propitio imperii domni
Lotharii piissimi Augusti in Italia XXII, in Francia II. Indictione
VIII. Actum termis villa palatioregio._ Queste note cronologiche non
sussistono. Fors'anche tale spedizione la stessa è, di cui s'è fatto
troppo presto menzione di sopra all'anno 840. Terminò in quest'anno,
secondo i conti di Camillo Pellegrino[1016], i suoi giorni _Landolfo_
conte ossia principe di Capua[1017]. Restarono di lui quattro figliuoli,
cioè Landone, che signoreggiò in Capua, _Pandone_ in Sora, e
_Landonolfo_ in Tiano. Il quarto figliuolo _Landolfo_ seguitò la via
ecclesiastica, con divenir poi vescovo di Capua, e personaggio famoso
per le sue iniquità. Lasciò il vecchio Landolfo per ricordo a' suoi
figliuoli, che non permettessero mai la riunione de' principati di
Benevento e Salerno, e tutti da lì innanzi cominciarono a tirar de'
calci contra del principe di Benevento, e a poco a poco stabilirono
l'indipendenza del principato di Capua da Benevento e da Salerno.