[984] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[985] Annales Francor. Bertiniani.
[986] Porphyrogenneta, lib. 3, num. 36.
[987] Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.
[988] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.
[989] Anonym. Salernit., Paralip. P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[990] Ughell., tom. 7 Ital. Sacr. in Episcop. Minorit.
[991] Johann. Diac., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[992] Erchempertus, cap. 12, P. 1, tom. 2 Rer. Italic.
[993] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., P. I, Tom. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCXL. Indiz. III.
GREGORIO IV papa 14.
LOTTARIO imperad. 21, 18 e 1.
Sul principio dell'anno presente si trova l'_imperador Lodovico_ in
Poitiers[994], allorchè gli giunse nuova che _Lodovico_ suo figliuolo re
della Baviera, uscito coll'armi in campagna, ed assistito dai Sassoni e
Turingi, era già entrato nell'Alamagna, e vi si faceva riconoscere per
signore. Amaramente sentì questo colpo il buon imperadore, e tuttochè la
di lui sanità fosse già ridotta in un compassionevole stato, pure si
animò alle fatiche per reprimere l'orgoglio del ribellante figliuolo.
Raunò nello spazio di alquante settimane una buona armata, e dopo di
aver solennizzato in Aquisgrana il santo giorno della pasqua, si mosse
alla volta della Turingia, dove era il re Lodovico, e pervenne nel paese
d'Assia-Cassel. Non volle aspettarlo il figliuolo Lodovico, e
frettolosamente pel paese degli Sclavi si ritirò in Baviera. Allora
Lodovico Augusto intimò una dieta generale in Vormazia, con far sapere
anche al figliuolo Lottario che v'intervenisse per trattare de' mezzi di
mettere in dovere l'inquieto re della Baviera. Stando egli in quelle
parti[995], nel dì 5 di maggio accadde un'ecclisse spaventosa del sole,
che restò quasi tutto scurato, in guisa che si miravano le stelle in
cielo. Secondo l'opinione che correva in quei secoli d'ignoranza, fu
comunemente creduto essere questo un presagio di qualche strepitosa
disgrazia, senza por mente che, secondo le leggi invariabili del corso
dei pianeti avea da succedere quell'oscuramento del sole. Cominciò da lì
a poco l'imperador Lodovico a sentire svogliatezza grande di stomaco,
depression di forze, e frequenza di sospiri e singhiozzi. Ordinò che se
gli preparasse l'abitazione in un'isola del Reno di sotto a Magonza, in
faccia alla villa d'Ingeleim, e quivi si pose in letto. Scrivono che per
quaranta giorni altro cibo non prese, fuorchè il sacratissimo corpo del
Signore, e andava egli chiamando giusto il Signore Iddio, perchè non
avendo fatta quaresima in quell'anno, lo obbligava a farla con quella
malattia. Fece fare un inventario di tutti i mobili suoi preziosi, e ne
assegnò la distribuzione alle chiese, ai poveri e ai figliuoli. Non
gl'incresceva già di dover lasciare il mondo, ma si doleva forte di
averlo a lasciare sì sconcertato, ben prevedendo i fieri disordini che
poi succederono. Mandò al figliuolo _Lottario_ la corona, la spada e lo
scettro ornato d'oro e di gemme, cioè le insegne imperiali, con
ricordargli di mantener la fede a _Carlo_ suo fratello e all'imperadrice
sua matrigna, e di lasciar godere e di difendere la porzion degli stati
ad esso Carlo assegnata. Ammonito da _Dragone vescovo_ di Metz suo
fratello di perdonare al figliuolo _Lodovico_, volentieri protestò di
farlo, ma con ordine agli astanti di avvisarlo che riconoscesse i suoi
falli, e massimamente quello di aver condotto il padre a morirsi di
dolore. Finalmente in mezzo alle orazioni de' sacerdoti, con somma
umiltà e rassegnazione passò a miglior vita nel dì 20 di giugno
dell'anno presente in età quasi d'anni sessantaquattro, e il corpo suo
fu seppellito nella basilica di santo Arnolfo di Metz: principe glorioso
per l'insigne suo amore e zelo della santa religione e della disciplina
ecclesiastica, per la premura della giustizia, per la costanza nelle
avversità, per la munificenza verso i poveri e verso il clero secolare e
regolare: principe che non ebbe pari nella clemenza e nella
mansuetudine, ed in altre virtù, per le quali si meritò ben giustamente
il titolo di _Pio_; ma stranamente sfortunato ne' figliuoli del primo
letto, tutti ingrati a così buon padre, cui fecero provar tanti affanni,
e troppo amante della seconda moglie e dell'ultimo dei figliuoli, onde
ebbero origine tanti sconcerti, de' quali s'è fatta menzione. Allorchè
succedette la morte del padre, stava _Lottario_ imperadore in Italia, ed
avvisato di quel funesto avvenimento, spedì tosto, secondo la
testimonianza di Nitardo[996], dei messi per tutta la Francia, con far
sapere ch'egli a momenti andrebbe a posseder l'imperio, un pezzo fa a
lui assegnato, con promessa di confermare, anzi d'accrescere a cadauno i
governi, i benefizii e gli onori che prima godevano, e con varie minacce
ai disubbidienti. Diede egli principio ad un'epoca nuova, che s'incontra
spesso ne' suoi diplomi. Poscia si accostò alle Alpi; ma prima
d'inoltrarsi volle sapere come fossero disposti gli animi dei nobili e
de' popoli oltramontani. Nulla meno meditava l'ambizioso principe che di
assorbire tutta la monarchia dei Franchi, senza curarsi delle promesse e
dei giuramenti fatti al padre. Colla spedizione di alcuni ambasciatori
al _re Carlo_ suo fratello, ch'era passato in Aquitania, si studiò di
addormentarlo, con ispacciarsi pronto a mantenere quanto dianzi egli
avea promesso, ma con pregarlo che per allora desistesse dal
perseguitare _Pippino II_ figliuolo del defunto _Pippino_ re
dell'Aquitania. Il primo nondimeno a cominciar la nuova tragedia fu
_Lodovico re di Baviera_ suo fratello. Questi colla sua armata venne ad
occupar gli stati assegnati dal padre all'imperador Lottario nella
Germania, ed arrivò sino a Vormazia, dove lasciata guarnigione, attese a
conquistar altri paesi. Intanto passò Lottario le Alpi colle sue truppe,
e trovò gran concorso di gente che venne a riceverlo. Cacciò da Vormazia
il presidio di Lodovico, e continuò il viaggio sino a Francoforte. A
fronte sua in quelle vicinanze comparve con tutte le sue forze anche
Lodovico, e s'era per venire ad un fatto d'armi; ma Lottario propose una
tregua sino al dì undici di novembre, in cui si farebbe un abboccamento
fra loro, e si tratterebbe di concordia; e, mancante questa, si
deciderebbe coll'armi l'affare, e così si restò. Erano i disegni di
Lottario di guadagnar questo tempo, per la speranza di poter frattanto
occupare gli stati di Carlo suo fratello, creduto per la sua età non
molto atto a difendersi; nè mancò di dar buone parole agli ambasciatori
mandati da esso Carlo per precedenti capitolazioni, promettendogli dal
canto suo quella fedeltà ed ubbidienza che dee un fratello minore al
maggiore. Ma non curante Lottario de' giuramenti, poco stette a passar
la Mosa e ad entrar negli stati di Carlo. Arrivato alla Senna, cioè
verso Parigi, _Gerardo_ conte governatore di quella città, _Ilduino
abbate_ di s. Dionisio, e _Pippino_ figliuolo del già re d'Italia
_Bernardo_, per paura di perdere i lor beni e governo, andarono a
sottomettersi a lui.
Questi favorevoli avvenimenti servirono a gonfiar maggiormente l'animo
di _Lottario Augusto_, e tanto più perchè la sua armata andava di dì in
dì crescendo; il duca e i popoli della Bretagna si dichiararono in suo
favore, _Pippino II_ pretendente il regno d'Aquitania, benchè più di una
volta messo in fuga dal _re Carlo_, valorosamente sosteneva la guerra, e
se l'intendeva con esso imperador Lottario. Contuttociò Carlo animato
dai suoi fedeli, con quelle milizie che potè aver dalla sua, venne a
postarsi ad Orleans, nel mentre che Lottario meditava di avanzarsi alla
volta del fiume Loire. Bastò questo a fermare i passi di Lottario,
ancorchè troppo superiore di forze. Andarono innanzi e indietro de'
mediatori per trattar qualche accordo, e si conchiuse per allora una
tregua, consentendo Lottario di lasciare a Carlo l'_Aquitania_, la
_Settimania_, la _Provenza_, e dieci _contadi_ tra la Senna e la Loire,
a condizione che nell'anno susseguente si terrebbe una dieta in Attigny,
dove si stabilirebbe una piena pace e concordia. Fu accettato dai baroni
del re Carlo questo per altro disgustoso ripiego, per salvare il lor
principe in sì grave pericolo di perdere tutto. Sicchè, per attestato
degli antichi Annali de' Franchi[997], Lottario sul fine del corrente
anno restò padrone della Francia orientale, di Parigi, della Alamagna,
Sassonia e Turingia, e fu riconosciuto per signore anche dai popoli
della Borgogna, o almeno da una parte di essi. Per attestato del
Dandolo, _Pietro_ doge di Venezia spedì Patricio suo inviato
all'imperadore Lottario, ed ottenne per cinque anni la conferma de'
patti già stabiliti fra il suo popolo e i vicini sudditi dell'imperio,
fra' quali erano i _Comacchiesi_, _Ravegnani_ ed altri; e fece
distinguere i confini del suo ducato nelle terre del regno d'Italia,
secondo l'accordo, già fatto fra Paoluccio doge e Marcello maestro de'
militi de' Veneziani. Parimente _Sicardo abbate_ di Farfa ottenne da
esso imperadore un riguardevole privilegio rapportato nella Cronica di
quel monistero[998] colla seguente data: _XVIII kalend. januarii, anno,
Christo propitio, imperii, domni Lotharii pii imperatoris in Italia XXI,
in Francia I, Indictione III. Actum Caliniaco, villa comitatus
cabillonensis._ Di qui abbiamo dove dimorasse Lottario verso il fine
dell'anno. Vedemmo nell'anno addietro, dopo _Sicardo_, creato principe
di Benevento _Radelgiso_: tempo è ora di raccontare ciò che appresso ne
avvenne. Abbiamo dall'Anonimo salernitano[999] che gli Amalfitani, già
passati ad abitare in Salerno, udita che ebbero la morte di esso
Sicardo, fatta insieme una congiura, mentre nel mese di agosto i
principali di Salerno villeggiavano pe' loro poderi, diedero il sacco a
varie chiese e case di Salerno, e poi tutti carichi di bottino tornarono
ad abitare la desolata lor patria di Amalfi. Intanto il nuovo principe
Radelgiso, non fidandosi di _Dauferio_ soprannominato _muto_, o pure,
come scrive Erchemperto[1000], _balbo_ dall'impedimento della lingua,
perchè suocero dell'ucciso principe Sicardo, il mandò in esilio co' suoi
figliuoli, appellati Guaiferio e Maione. Erchemperto dice ch'erano
quattro, cioè Romoaldo, Arigiso, Grimoaldo e Guaiferio; e pare, secondo
lui, che mal animati contra del nuovo principe, spontaneamente si
ritirassero da Benevento per fare delle novità. O sia che questi
andassero ad abitare nel contado di Nocera, e di là segretamente
scrivessero ai Salernitani; o pure che passati a Salerno, a dirittura
trattassero con quel popolo: la verità è che ordirono coi Salernitani un
trattato di cavar dalle carceri di Taranto _Siconolfo_ fratello dello
estinto Sicardo. Tirarono i Salernitani dalla sua anche gli Amalfitani,
e scelti dell'uno e dell'altro popolo i più scaltri, gl'inviarono a
Taranto. Finsero costoro di essere mercatanti, seco portando varie merci
da vendere; e girando per le strade di quella città, ch'era allora
ricchissima, perchè non per anche presa dai Saraceni, quando furono in
vicinanza delle carceri, cominciarono ad alta voce a dimandare chi
volesse dar loro alloggio per la notte: segno che in quei tempi erano
poco in uso le osterie pubbliche, come ai dì nostri, e per questo si
mettevano dappertutto spedali per gli pellegrini. Gl'invitarono i
carcerieri nella loro abitazione, nè altro che questo bramava l'astuta
brigata. Fatta comperare buona quantità di vin generoso e varii cibi,
ubbriacarono i carcerieri, e dopo averli veduti immersi nel sonno,
trovarono la maniera di entrar nella prigione e di trarne _Siconolfo_.
Secondo Erchemperto, questi per qualche tempo si tenne ascoso presso di
_Orso conte di Consa_, che era suo cognato; poi quando se la vide bella,
passò a Salerno, dove da quel popolo e da quei d'Amalfi fu proclamato
per loro principe. Accadde ne' medesimi tempi, cioè, a mio credere,
nell'anno precedente, che _Radelgiso principe_ regnante di Benevento,
avendo conceputo dei sospetti contro di Adelgiso figliuolo di Roffredo,
e veggendolo venire a palazzo accompagnato da una schiera di molti
giovani, montò in collera, e ordinò alle sue guardie di gittarlo giù
dalle finestre. Lo ordine fu eseguito. _Landolfo conte di Capua_,
segreto fautore di Adelgiso, trovandosi presente a questo spettacolo,
finse di essere sorpreso da un dolore, e licenziatosi dal principe, se
n'andò via mostrando gran difficoltà di reggersi in piedi. Montato poi a
cavallo con quanta diligenza potè se ne tornò a Capua, e ribellatosi si
fortificò nella città di Sicopoli, e fece stretta lega con _Siconolfo_,
il quale seppe ancora unire al suo partito i conti di Consa e di
Aggerenza, ed altri signori. Stabilì eziandio Landolfo pace e lega coi
Napoletani, che non si fecero pregare per vendetta dei principi di
Benevento, dai quali aveano ricevuto tante molestie e danni. E questo fu
il principio della decadenza dell'insigne ducato beneventano, perchè in
tale occasione venne poi esso a dividersi in tre diverse signorie, cioè
nei principi di Benevento, in quei di Salerno e ne' conti di Capua. Nè
si dee tacere che, per attestato di Erchemperto, prima ancora che
Siconolfo entrasse a comandare in Salerno, quel popolo dovea aver mossa
ribellione contra di Radelgiso, ad istigazione probabilmente di Dauferio
e de' suoi figliuoli. Perciocchè avendo Radelgiso spedito un certo
Adelmario, o Ademario, a Salerno, per guadagnare e ricondurre esso
Dauferio alla sua ubbidienza, non solamente nulla fece di questo, ma
segretamente unitosi con Dauferio e coi Salernitani, manipolò una
solenne burla allo stesso Radelgiso: cioè lo invitò a venir sotto
Salerno, facendogli credere di aver disposte le cose in maniera, che gli
sarebbe facile il prendere la città. V'andò Radelgiso con un picciolo
esercito, e si attendò fuori di Salerno; ma eccoti all'improvviso uscir
di Salerno il medesimo Adelmario coi figliuoli di Dauferio e col popolo,
e così fieramente dar addosso ai Beneventani, che ne uccisero molti, e
gli altri ebbero bisogno delle gambe. Radelgiso stesso ebbe per grazia
di potersi salvar colla fuga, avendo lasciato un ricco bottino ai
Salernitani, alle porte de' quali non gli venne più voglia di andar a
picchiare. Forse questo fatto non appartiene all'anno presente.