NOTE:

[980] Nithardus, Hist. lib. 1.

[981] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.

[982] Annales Franc. Bertiniani.

[983] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

Anno di CRISTO DCCCXXXIX. Indiz. II.

GREGORIO IV papa 13.

LODOVICO PIO imperadore 26.

LOTTARIO imperadore e re di Italia 20 e 17.

Pacificò bensì l'_imperador Lodovico_ ed unì per quanto potè i due suoi

figliuoli _Lottario_ e _Carlo_, con isperanza che tal unione terrebbe in

briglia _Lodovico re di Baviera_ dopo la sua morte[984]. Ma questi

sdegnato non poco per la divisione sopraccennata di stati, non volle

aspettar tanto a risentirsene. Nella quaresima dell'anno presente,

uscito egli in campagna con quante forze potè, occupò tutta la parte

della monarchia franzese di là dal Reno. A tale avviso l'imperadore suo

padre, raunato un poderoso esercito, marciò incontro al figliuolo

ribello, passò il Reno a Magonza, e dappoichè col fermarsi ebbe

maggiormente ingrossata l'armata sua, continuò il viaggio per andare a

fronte della nemica[985]. Ma accadde che le milizie della Sassonia,

Franconia, Turingia ed Alamagna, che s'erano poste sotto le insegne del

giovane Lodovico, non solamente abbandonarono lui, ma vennero a

schierarsi all'ubbidienza dell'Augusto suo genitore: colpo che fece

ritirar nella Baviera disingannato e confuso lo sconsigliato principe

suo figliuolo. Ma il buon imperadore, non mai dimentico d'essere padre,

mandò a chiamarlo; ed egli, veggendosi al disotto, benchè a suo

dispetto, v'andò. Lo accolse Lodovico Augusto con aria di sdegno, e

sulle prime lo sgridò, ma poi con amorevoli parole gli parlò e gli

perdonò: dopo di che lasciollo tornare in Baviera, con avere ricuperato

tutto il paese perduto. E qui è più probabile che accadesse quanto

abbiamo inteso di sopra dagli Annali bertiniani intorno alla cessione

fatta dal giovane Lodovico al padre. Dagli stessi Annali abbiamo sotto

quest'anno il racconto di questa guerra. Nel maggio del presente anno

vennero a trovar l'imperador Lodovico, dimorante in Ingeleim, gli

ambasciatori di _Teofilo imperadore dei Greci_, che gli presentarono

varii regali e una lettera assai cortese. Secondo i suddetti Annali

bertiniani, d'altro non trattarono, se non di confermar l'amicizia e

lega che passava fra i due imperii. Ma Costantino Porfirogenneta[986]

attesta che il principal motivo di tale spedizione fu per chiedere

soccorso all'imperador latino contra dei Saraceni che aveano occupate le

isole di Creta e di Sicilia, e varie città dell'Asia, con aver inoltre

dato varie rotte a più d'un esercito di Greci spedito contra di loro.

Non si mostrò Lodovico Augusto alieno da questa impresa; ma essendo

mancato di vita _Teodosio patrizio_, capo di quella ambasciata nel

presente anno, e nel susseguente lo stesso imperadore de' Greci, si

sciolse in fumo tutto il trattato. Intanto per la morte del _re Pippino_

era tutto in confusione il regno di Aquitania. Lodovico Pio fece tosto

intendere a que' popoli, che per concessione sua quelle contrade erano

state aggiunte al regno di Carlo, minimo tra i suoi figliuoli. Ma di

Pippino erano restati due figliuoli maschi leggittimi, cioè _Pippino II_

e _Carlo_; e una parte di que' popoli avea già acclamato per re lo

stesso Pippino II, perchè primogenito del re defunto: l'altra parte si

trovò favorevole al re Carlo. Perciò l'imperador Lodovico, per sostenere

gl'interessi dell'amato figliuolo, mosse l'armi nell'autunno contra del

nipote Pippino, prese qualche fortezza, e tirò nel suo partito alquanti

di que' nobili. Ma l'esercito suo infestato dalle febbri, e faticato

dalle scorrerie de gli Aquitani, giacchè cominciava ad inasprirsi la

stagione, stimò meglio di ritirarsi e di passare ai quartieri di verno.

Si sforza l'autore[987] della vita di Lodovico Pio d'inorpellare questa

sua spedizione contro i figli di un suo figliuolo, con dire che non

erano atti al governo i due figliuoli di Pippino per la loro età, e che

que' popoli tumultuanti aveano bisogno di un buon braccio per essere

regolati. Ma niuno lascerà di conoscere e di dire che non fa onore alla

memoria di questo imperadore l'aver voluto spogliare de' loro stati e

diritti que' principi per ingrandir maggiormente il proprio figliuolo

Carlo, già provveduto di una nobilissima porzione di stati. Il troppo

amore, ch'egli portava a questo suo Beniamino, gli dovette ben chiudere

gli occhi, e gli orecchi, per non vedere nè ascoltare in tal congiuntura

le leggi della giustizia.

Dalla storia di Andrea Dandolo[988] impariamo che circa questi tempi

_Pietro_ doge di Venezia, desiderando di far dismettere agli Sclavi, o

vogliam dire agli Schiavoni abitanti nella Dalmazia, il brutto mestiere

della pirateria, colla sua flotta andò a trovarli, e gli riuscì di

conchiudere col principe loro un trattato di pace. Passato dipoi alle

isole di Narenta, confermò la precedente lega con _Drosaico duca_ di

quella contrada; dopo di che con gloria se ne tornò a Venezia. Ed

appunto arrivato da lì a poco ad essa Venezia Teodosio patrizio,

spedito, come dicemmo poco fa, da Teofilo imperadore de' Greci, a nome

dell'Augusto medesimo, dopo aver creato il suddetto doge Pietro

_spatario imperiale_, gli fece istanza di un gagliardo armamento per

mare contra de' Saraceni. Sessanta furono le navi da guerra che in tal

congiuntura i Veneziani armarono, con passare fino a Taranto, dove

trovarono Saba principe di que' Saraceni con un formidabile esercito.

Vennero alle mani con coloro i Veneziani; ma soperchiati dall'eccessivo

numero degl'infedeli, quasi tutti vi restarono o morti o prigioni.

Insuperbiti per questa vittoria quegli infedeli, colla loro armata

navale vennero fino in Dalmazia, e nel secondo giorno di Pasqua avendo

presa la città di Ausera, la diedero alle fiamme. Lo stesso trattamento

fecero alla città d'Ancona, e nel tornarsene col bottino, scontrati per

viaggio alcuni legni mercantili de' Veneziani, li presero, con levare di

vita chiunque entro di essi si ritrovò. Ma alquanto più tardi sembra che

succedessero questi fatti, quantunque il Dandolo li racconti prima della

morte di Lodovico Pio; perciocchè abbiamo dall'Anonimo salernitano[989]

che _Taranto_ non era per anche caduto in mano de' Saraceni allorchè

_Sicardo_ principe di Benevento fu messo a morte dai suoi: del che ora

appunto io debbo favellare. Non durò molto, siccome dissi, la

capitolazione seguita fra Napoletani e il suddetto Sicardo. Narra il

sopraddetto Anonimo, che nata dissensione fra gli Amalfitani, i

principali di quel popolo si sottomisero a Sicardo e passarono ad

abitare in Salerno, città del ducato beneventano. I buoni trattamenti,

che quivi riceverono, servirono di stimolo a parecchi altri Amalfitani

di portarsi per loro maggior quiete a mettere casa in Salerno, di

maniera che fatti varii maritaggi in quella città, di due popoli se ne

formò un solo. Rimasta Amalfi spopolata, vi accorsero le brigate

longobardiche di Sicardo e la devastarono, con asportarne a Benevento il

corpo di santa Trifomene vergine e martire, come consta ancora

dall'antica sua leggenda, data alla luce dall'Ughelli[990]. Seguitò

Sicardo a maggiormente molestare e stringere colle sue armi la città e

il popolo di Napoli. Ora veggendo _Andrea_ duca di quella città di non

potere resistere, giacchè soccorso non si potea sperare dall'imperio

greco troppo avvilito, e continuamente spelato dai Saraceni, rivolse le

speranze, per quanto s'ha da Giovanni Diacono nelle vite de vescovi di

Napoli[991], a _Lottario Augusto_. Gli spedì i suoi ambasciatori, che

dovettero portarsi fino in Francia per trovarlo. Furono questi

graziosamente accolti da Lottario, e rispediti coll'accompagnamento

d'uno de' suoi baroni appellato _Contardo_, affinchè a suo nome

comandasse a Sicardo di desistere dalla persecuzione de' Napoletani:

altrimenti egli avrebbe medicato il di lui furore. Ritornarono gli

ambasciatori, ma non ci fu bisogno della calda parlata di Contardo,

perchè si trovò che in questi giorni Sicardo era stato tolto con

violenza dal mondo. Intorno a che è da sapere che il suddetto _Sicardo_

principe di Benevento, per attestato non men dell'Anonimo salernitano

che di Erchemperto storico[992] più riguardevole, era macchiato di molti

vizii d'incontinenza e d'avarizia, per i quali aggravava forte i suoi

popoli. A renderlo nondimeno peggiore concorse l'essersi egli messo

tutto in mano di Roffredo, figliuolo di Dauferio, sopprannominato

Profeta, ed uno de' più astuti uomini di que' paesi da cui fu ridotto a

tale, che nulla si faceva senza il suo parere e consentimento, e tanto

più perchè lo indusse a prendere per moglie _Adelgisa_ sua parente. Per

i consigli di costui Sicardo mise le mani addosso a _Siconolfo_ suo

fratello, per i sospetti ch'egli aspirasse al principato, e mandollo

prigione a Taranto; costrinse a farsi Monaco _Maione_ suo parente, e

proditoriamente fece impiccare _Alfano_, uno de' più illustri personaggi

di Benevento. In una parola, pochi de' nobili beneventani si contarono

che non fossero uccisi, o posti in prigione, o non eleggessero un

volontario esilio. Credevasi tutto questo operato da Roffredo con

disegno di occupar egli il principato, dacchè i migliori del paese

fossero depressi, e divenuto Sicardo odioso al popolo tutto. Ora non

potendo più reggere i Beneventani a tali iniquità, formata una congiura

da un certo Adalferio, con più ferite un giorno l'uccisero. Crede

Camillo Pellegrino che ciò avvenisse nell'anno presente. Dipoi passarono

all'elezione del nuovo principe. Cadde questa nella persona di

_Radelchi_, ossia _Radelgiso_, dianzi tesoriere del defunto Sicardo; e

quasi tutti si accordarono in proclamarlo principe, perchè era uomo di

buoni e dolci costumi. Ma qui ebbe principio la divisione e

l'abbassamento dell'ampissimo ducato di Benevento: intorno a che mi

riserbo di parlare all'anno seguente. Potrebbe essere che in questo

succedesse quanto narra Agnello[993], autore contemporaneo, di _Giorgio

arcivescovo_ di Ravenna. Destinato avea l'imperador Lottario di fare con

solennità il battesimo di _Rotrude_ sua figliuola. L'ambizioso

arcivescovo tanto si adoperò, che ottenne di poter levare al sacro fonte

questa principessa; onore che costò ben caro alla sua chiesa, perchè

egli la spogliò di parte del suo tesoro, e tutto portò seco a Pavia. Di

grandi regali fece al suddetto imperadore e all'Augusta sua moglie

_Ermengarda_. I soli abiti battesimali della principessa furono da lui

pagati cinquecento soldi d'oro; e al medesimo Agnello scrittore toccò di

vestirla, alzata che fu, secondo i riti d'allora, dal sacro fonte.

Intervenne alla funzione l'imperadrice col volto coperto, riccamente

abbigliata e carica di gioie; e nota Agnello ch'essa prima della messa,

che fu celebrata dall'arcivescovo, sentendosi una gran sete, si fece

portare una buona tazza di vino forestiere, ed occultamente la tracannò,

e ciò non ostante andò in quella mattina a partecipare della mensa

celeste.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 181 / 339 题