[969] Annales Franc. Bertiniani.
[970] Astronom., in Vit. Ludov. Pii.
Anno di CRISTO DCCCXXXVII. Indiz. XV.
GREGORIO IV papa 11.
LODOVICO PIO imperad. 24.
LOTTARIO imperadore e re di Italia 18 e 15.
Tutte le applicazioni dell'_imperadrice Giuditta_, siccome abbiam detto,
erano per ottenere al figliuolo suo _Carlo_ una ricca porzion di stati
in retaggio. E in fatti nell'anno presente gli riuscì di fargli
assegnare dall'Augusto suo consorte la Neustria, cioè un tratto
vastissimo di paese, le cui città son tutte annoverate da Nitardo[971] e
dagli Annali bertiniani[972]. Parigi era fra queste. Tutti que' vescovi
e popoli gli giurarono fedeltà. Crede il Baluzio[973] che sia da riferir
qui la divisione de' regni espressa in un capitolare da lui pubblicato
fatta da _Lodovico imperadore_ fra i tre minori suoi figliuoli, ad
esclusion di _Lottario_; ma non concorda col racconto degli storici
quell'atto, nè il paese che si dice loro assegnato. Se crediamo
all'Annalista bertiniano, questo assegno di stati al giovinetto Carlo
seguì, _adveniente atque annuente Ludovico_ (re di Baviera) _et missis
Pippini_ (re d'Aquitania) _et omni populo, qui praesentes in Aquis
palatio adesse jussi fuerant_. Ma lo autore della vita di Lodovico
Pio[974] e Nitardo, autori contemporanei, ci assicurano che _Lodovico_ e
_Pippino_, figliuoli di esso Augusto, udita che ebbero tanta esaltazione
del minore lor fratello _Carlo_, se ne risentirono forte, e seguì ancora
un abboccamento fra loro per cercar le vie di disturbare il già fatto.
Ma o per qualche riverenza al padre, oppure perchè conobbero talmente
disposte le cose da non poterle mutare, si tacquero, e fecero vista che
loro non dispiacesse la risoluzion presa dall'Augusto lor genitore.
Aveva già quattordici anni il suddetto principe _Carlo_, o, per dir di
meglio, li avea già compiuti; laonde per testimonianza di Nitardo,
l'imperador suo padre gli diede la corona regale. Intanto i Normanni
sempre più cominciavano ad insolentir contro la Francia, e nell'anno
presente appunto commisero molti ammazzamenti, e fecero gran bottino
nella Frisia. Questo fu il motivo per cui Lodovico Pio non potè eseguire
il desiderio e disegno suo di passare a Roma. Nella Pasqua ancora di
quest'anno si lasciò vedere una cometa, descritta dall'autore anonimo
della vita di esso imperadore, il quale non potè celare il suo sospetto
al medesimo autore, che quello fosse un presagio della sua morte,
secondo la volgare credenza. Tuttavia si fece animo, e servì a lui
questo fenomeno per abbondar di limosine in favor de' canonici e dei
monaci, per accrescere le orazioni, e darsi ad atti di carità e
religione. Sappiamo parimente dagli Annali bertiniani che nell'anno
presente l'_imperador Lottario_ fece fortificar le chiuse dell'Alpi con
sodissime mura. Dio sa, qualora l'Augusto suo padre avesse veramente
impreso il viaggio di Roma, come sarebbe stato ricevuto dal figliuolo,
che tuttavia si mostrava sì alterato e malcontento di lui. Noi troviamo
esso Lottario Augusto nel dì 3 di febbraio di quest'anno nel monistero
di Nonantola sul modenese, dove egli concedette a que' monaci la facoltà
di eleggersi il loro abbate. Il diploma si vede _Actum Nonantula III
nonas februarii anno Domni Hlotharii imperatoris XVIII, Indictione XV_,
senza punto farvi menzione dell'imperador Lodovico suo padre[975]. Dice
di aver loro conceduto questo privilegio, perchè _dum nos caussa
orationis monasterium adissemus Nonantulae tantamque devotionem divino
munere ibidem in divinis cognovissemus_, sperava che le orazioni di que'
monaci gioverebbono alla stabilità del suo regno e alla perpetua sua
felicità.
Poco potè godere del ricuperato suo governo _Giovanni_ doge di
Venezia[976], perciocchè, formata contra di lui una congiura, fu preso
nella chiesa di s. Pietro, dove egli s'era portato nel dì della sua
festa, e tagliatagli la barba e i capelli, fu per forza fatto ordinar
cherico nella chiesa di Grado, dove a suo tempo terminò la carriera de'
suoi giorni. In luogo suo fu dal popolo alzato al trono ducale _Pietro_
cognominato _Tradonico_, originario di Pola, ed allora abitante in
Rialto, il quale dopo non molto tempo ottenne dal medesimo popolo che
_Giovanni_ suo figliuolo fosse dichiarato collega nel ducato. Per
attestato di Giovanni Diacono, autore contemporaneo, a _Buono_ console,
ossia duca di Napoli, uomo cattivo, mancato di vita nell'_indizione
XII_, cioè nell'anno 834, succedette in quel dominio Leone suo
figliuolo. Ma questi, appena passati sei mesi, fu abbattuto e scacciato
da Andrea suo suocero, il quale si fece eleggere _console_. Cavò egli di
prigione il già carcerato _Tiberio_ vescovo, e il confinò sotto buona
guardia in una camera davanti alla chiesa di s. Gennaro. Ora avvenne che
_Sicardo_ principe di Benevento, non men di quel che facesse _Sicone_
suo padre, mosse aspra guerra ai Napoletani. Andrea, non avendo altro
ripiego per salvarsi, mandò in Sicilia a far venire una grossa flotta di
Saraceni. Allora Sicardo intimorito diede ascolto ad un trattato di
pace, per non poter di meno, e restituì tutti i prigionieri ad Andrea.
Ma non sì tosto furono partiti verso la Sicilia i Saraceni, che Sicardo
ruppe la pace fatta, e più che mai si diede a perseguitare il popolo e
la città di Napoli. Racconta l'Anonimo salernitano[977], che la rottura
fra Sicardo e i Napoletani procedette dall'avere il duca di questi
ultimi differito di pagare al primo i tributi secondo le convenzioni
precedenti. Però infuriato Sicardo, nel mese di maggio dell'anno 856,
come consta dalla vita di _santo Anastasio vescovo_ di Napoli[978], si
portò con tutte le sue forze all'assedio di Napoli, e per tre mesi diede
il guasto al paese, e ne asportò i corpi de' santi e gli ornamenti delle
chiese. Era già a mal partito il popolo della città, specialmente per
mancanza di viveri, quando si pensò alla maniera di placare lo sdegnato
principe loro nimico. Spedirono dunque nel mese di luglio un monaco di
buona fama, il quale arrivato alla tenda di Sicardo, subito ch'egli
spuntò, s'inginocchiò piangendo a' suoi piedi, con chiedere misericordia
per i suoi concittadini, e fargli credere ch'essi non avrebbono
difficoltà ad arrendersi. Intenerito Sicardo, ordinò a Roffredo suo
favorito di entrare nella città per vedere se aveano pur voglia di
sottomettersi. Ammesso, diede una girata per Napoli, ed avendo osservato
nella piazza una picciola montagna di grano, ne dimandò il perchè. Gli
fu risposto, che avendo le lor case piene di frumento, il rimanente lo
aveano gittato colà; ma quella montagna non era che di sabbia, sulla cui
superficie aveano fatta una coperta di grano, il quale già cominciava a
rinascere. In questa maniera restò deluso Roffredo. La comune credenza
nondimeno fu che i Napoletani il regalassero d'alcuni fiaschi creduti di
vino, ma pieni di soldi d'oro, che fecero secondo il solito, un mirabile
effetto; perchè Roffredo con significare a Sicardo la gran quantità di
grano da lui osservata nella città, il trasse a contentarsi d'una
capitolazione, in cui i Napoletani salvarono la lor libertà, ma con
obbligarsi al puntual pagamento del tributo al principe di Benevento. La
carta dell'accordo scritta nell'indizione 14, cioè nell'anno precedente,
è fatta con _Giovanni vescovo_ eletto di Napoli, e con _Andrea_ maestro
de' militi, ossia duca di quella città; e tuttavia si conservava ai
tempi dell'Anonimo suddetto nell'archivio della città di Salerno; e per
buona ventura parte d'essa è stata pubblicata da Camillo Pellegrino,
scrittore diligentissimo e giudizioso della storia dei principi
longobardi. Da essa apparisce che Amalfi e Sorrento erano allora città
sottoposte al ducato di Napoli e quivi si leggono varii riti
considerabili per l'erudizion di quei tempi. Ma, siccome dissi, non durò
gran tempo questa pace e convenzione, e forse in quest'anno Sicardo
ricominciò di bel nuovo a far delle prepotenze contro dei Napoletani, e
in fine ripigliò l'armi contro la loro città. Potrebbe anch'essere
ch'egli in quest'anno occupasse la città d'Amalfi; del che parleremo
all'anno 839. Anche l'autore della vita di santo _Antonino abbate_ di
Sorrento[979] fa menzione (senza accennarne l'anno) dell'assedio di
Sorrento, fatto dal medesimo Sicardo. Se vogliam prestar fede a quello
storico, egli se ne ritornò, perchè il santo abbate apparendogli in
sogno, non solamente lo sgridò, ma gli lasciò anche un buon ricordo con
delle bastonate. Che i santi vogliano o possano venire dal paradiso in
terra per menare il bastone, non c'è obbligazione di crederlo fuori
delle divine Scritture.