[943] Anast. Bibliothec., in Vit. Gregor. IV.
[944] Part. I, tom. 2 Rer. Italic.
[945] Erchempertus, Hist., cap. 10.
[946] Anonymus Salernitan., P. II. edit. Peregr.
[947] Agobardus de Comparat. utriusq. Regimin.
[948] Paschasius, Ratbertus in Vit. Walae, lib. 1.
[949] Nithardus, Hist., lib. 1.
[950] Anonymus, in Vit. Ludov. Pii.
[951] Theganus, de Reb. est. Ludovici, cap. 42.
[952] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[953] Ughell., tom. 5, Ital. Sacr. de Episcop. Veronens.
Anno di CRISTO DCCCXXXIV. Indiz. XII.
GREGORIO IV papa 8.
LODOVICO PIO imperadore 21.
LOTTARIO imperadore e re di Italia 15 e 12.
L'aspro ed indegno trattamento fatto da _Lottario_ all'_imperador
Lodovico_ suo padre induceva ogni dì più a compassione chi non aveva
avuta parte nel di lui abbassamento, e svegliava pentimento in chi avuta
ve l'avea[954]. Fra gli altri _Lodovico re di Baviera_ suo figliuolo,
prima ancora che terminasse l'anno precedente, tornato in sè stesso,
cominciò ad assumere la di lui difesa, e venuto a Francforte, spedì
ambasciatori a Lottario pregandolo di usar più umanità verso del padre.
Lottario li ricevè assai freddamente. Altri successivamente ne mandò
esso re di Baviera, nè a questi fu permesso di vedere l'imperador
prigioniere. Venuto poi Lottario a Magonza, quivi con lui si abboccò il
fratello Lodovico, ma senza neppur riportarne buone parole, per gli
cattivi consiglieri che Lottario aveva ai fianchi. Questa durezza di
Lottario e le premure di molti nobili fautori dell'oppresso imperadore e
massimamente di _Dragone vescovo_ di Metz, indussero il suddetto re di
Baviera a trattare col _re Pippino_, altro suo fratello, una lega contra
di Lottario, per procurar la liberazion del padre. In fatti amendue coi
loro eserciti da due parti si mossero per andare a trovare ostilmente il
fratello; e crebbero per via le loro forze, concorrendo di qua e di là
gente a questo pio uffizio; di modo che Lottario giunto a Parigi,
veggendo sì gran turbine che minaccioso si appressava, lasciato quivi il
padre in libertà nel monistero di s. Dionisio, si diede alla fuga sul
fine di febbraio, seguitato da alcuni vescovi suoi aderenti, fra' quali
specialmente si contò _Agobardo arcivescovo_ di Lione[955]. Non volle il
buon imperador Lodovico ripigliare il cingolo militare e le insegne
imperiali, se prima non venne assoluto dai vescovi e da loro rimesso in
possesso del primiero comando con incredibil giubilo del popolo.
Ritiratosi Lottario Augusto nella Provenza, recò non pochi aggravii a
quelle contrade; e perchè la città di Cavaglione ricusò
d'ubbidirlo[956], la espugnò e diede alle fiamme; e presi quei conti che
la difendevano, tre ne fece morire e gli altri cacciò in prigione. Colà
inviò l'imperador suo padre degli ambasciatori per significargli come
gli perdonava tutti i passati eccessi, esortandolo a venirsene a lui
pacificamente, che sarebbe ben ricevuto. Non fidandosene Lottario,
continuò nelle risoluzioni di prima. Stava intanto confinata in Tortona
l'_imperadrice Giuditta_, ed era stato secretamente inviato in Italia un
certo Rodberto laico, menzionato da Walafrido Strabone in uno dei suoi
poemi, per procurar la sua liberazione; nè mancavano in Italia dei gran
signori fedeli all'imperador Lodovico. Sparsasi poi voce che esso
Augusto era stato rimesso in libertà e che si macchinava contra la vita
della medesima imperadrice, per attestato dell'Annalista bertiniano,
_Ratoldo_ vescovo, _Bonifazio_ conte e _Pippino_ parente
dell'imperadore, ed altri non pochi con gran prestezza inviarono persone
che destramente, o pure per forza la misero in salvo, e menaronla
felicemente ad Aquisgrana, dove la presentarono sana all'imperador suo
consorte. Ma egli non volle ripigliarla, se prima ella in pubblico non
si purgò dai reati che le venivano apposti col giuramento. Quel
_Ratoldo_ vien creduto dal padre Pagi[957] _vescovo di Soissons_. La
verità è ch'egli era _vescovo di Verona_, appellato da altri _Rataldo_.
_Bonifazio_ era _conte di Lucca_, e probabilmente marchese della
Toscana, come abbiam veduto di sopra all'anno 828. _Pippino_ parente
dell'imperador Lodovico altro non fu che Pippino _figliuolo di Bernardo_
giù re d'Italia, del quale parimente abbiam fatta menzione di sopra. Ma
Andrea prete italiano[958], e scrittore di questo secolo, lasciò scritto
essere stato Lottario stesso quegli che, pentito dei passati trascorsi,
ed infuriato contra chi gli avea dato di sì cattivi consigli (perlochè
molti per ordine suo furono uccisi, ed altri mandati in esilio),
restituì egli stesso la matrigna al padre. E parrebbe assai verisimile
questo racconto, non sapendosi intendere come i tre suddetti personaggi
si arrischiassero senza permissione o comando d'esso Lottario a levar
dalla guardia e ricondurre l'imperadrice in Francia. Ma all'anno 836
vedremmo che non s'accorda con questo supposto la più autentica storia
d'allora.
Continuava _Lottario Augusto_ nel suo furore, per cui trovata in
Cavaglione _Gerberga_ monaca, sorella di _Bernardo_ già duca della
Settimania[959], la fece affogare nel fiume Sona, e dopo avere riportato
qualche vantaggio contra le milizie del padre, passò coll'esercito suo
fino ad Orleans. Lodovico imperadore, chiamati in suo aiuto gli altri
due figliuoli Pippino e Lodovico colle lor truppe, andò a postarsi con
una potentissima armata nel mese d'agosto in faccia a Lottario.
_Marquardo abbate_ di Prumia, da lui spedito prima al figliuolo per
ricordargli i comandamenti e lo sdegno di Dio, ed esortarlo a
sottomettersi, se n'era tornato indietro, altro non riportando che un
cattivo trattamento e delle minacce. Ma il misericordioso imperadore,
non ributtato per questo, mandò altri ambasciatori al pertinace
figliuolo per vincerlo pur colle buone, e per risparmiare il sangue de'
suoi popoli. Furono questi _Baradado_, o pur _Badurado_ vescovo di
Paderbona, _Gebeardo_ nobilissimo duca, e _Berengario_ uomo saggio e
parente suo, il quale, secondo l'Eccardo[960], fu figliuolo di _Unroco_
conte, e fratello di _Eberardo_ marchese del Friuli, ch'era marito di
_Gisela_ figliuola d'esso imperador Lodovico. Egli da Tegano è chiamato
_duca fedele e saggio_; ed essendo mancato di vita nell'anno seguente,
la morte sua lungamente fu pianta dallo stesso imperadore e da' suoi
figliuoli. Ora ammessi questi legati all'udienza di Lottario, il vescovo
animosamente gli comandò da parte di Dio che si levasse da' fianchi i
malvagi consiglieri suoi seduttori, ed ascoltasse le proposizioni di
pace. Chiese Lottario un po' di tempo per pensarvi: e richiamatili,
domandò loro parere. Il consigliarono di venire a' piedi del suo buon
padre, con assicurarlo di pace e di perdono e con presentargli, come si
può conghietturare, un salvocondotto. Andò in fatti Lottario, e trovato
il padre Augusto sotto un alto padiglione alla vista di tutta la sua
armata, con gli altri suoi due figliuoli a lato, si gittò a' suoi piedi
con _Ugo_ suocero suo e cogli altri complici, confessando d'aver
stranamente fallato. Contentossi il pio imperadore che Lottario gli
giurasse di nuovo fedeltà, e di ubbidire a tutti gli ordini suoi, e che
se ne venisse in Italia, da dove non si avesse a muovere giammai senza
sua licenza. Giurarono anche gli altri, e a tutti fu conceduta, non
solamente la vita, ma anche il possesso de' loro beni patrimoniali.
Lottario se ne tornò in Italia; e a tal fine ebbe quella memorabil
tragedia, in cui non si può abbastanza ammirare l'insolenza d'un figlio
e la pazienza e carità di un padre. Secondo i conti di Camillo
Pellegrino[961], _Deusdedit abbate_ di Monte Casino uomo di molta
santità, cacciato in prigione da _Sicone_ principe di Benevento, fu
chiamato da Dio in quest'anno dalle miserie della carcere all'eterno
riposo. Erchemperto[962] è testimonio che al sepolcro suo succedevano
molte miracolose guarigioni. Nel Martirologio romano[963] si celebra la
di lui memoria. Il suddetto Erchemperto, dopo aver narrata la morte di
Sicone, ci accenna il tempo, in cui questo abbate fu sacrilegamente
cacciato in carcere, con iscrivere: _Prius enim quam obiret, ut cumulus
suae perditionis justius augeretur, pro amore pecuniae, spectabilem et
Deo dignum virum, sanctitate conspicuum Deusdedit nomine, beatissimi
Benedicti vicarium, a pastorali monasterio monachorum, saeculari magis
potentia, quam congrua ratione, deposuit, et custodiae mancipavit._ Con
questa enormità si preparò Sicone per comparire al tribunale di Dio.