[936] Annal. Franc. Bertiniani.
[937] Thegan., de Gest. Ludovici Pii, cap. 39.
[938] Astronomus, in Vita Ludov. Pii.
[939] P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[940] Johann. Diac., in Vit. Episcop. Neapol., P. II, tom. 1 Rerum
Italicarum.
[941] Bollandus, in Act. Sanct. ad diem 13 februarii.
[942] Mabill., Saecul. IV Benedict.
Anno di CRISTO DCCCXXXIII. Indiz. XI.
GREGORIO IV papa 7.
LODOVICO PIO imperadore 20.
LOTTARIO imperadore e re di Italia 14 e 11.
Intorno a questi tempi si può credere accaduto ciò che narra Anastasio
bibliotecario[943]. Quasi tutta la Sicilia era già caduta in mano de'
Saraceni africani, e cominciarono tosto a provarsi i funesti effetti
della maggiore loro vicinanza all'Italia, facendo quei barbari corsari
delle scorrerie per tutto il litorale del Mediterraneo. Questa calamità
diede molto da pensare al sommo _pontefice Gregorio_, per la giusta
apprensione che le città di Porto e d'Ostia potessero un dì restar preda
degl'infedeli. Tanto maggiore era la di lui ansietà, perchè se coloro
avessero presi quei due luoghi alla sboccatura del Tevere e peggio se vi
avessero fermato il piede, Roma non era sicura, o certo correva gran
pericolo la venerata basilica vaticana coi corpi de' santi Apostoli,
giacchè era essa in questi tempi fuori di Roma. Però il vigilante papa
determinò di fabbricare una nuova città nel sito d'Ostia. Vi si portò
egli in persona e diede principio con vigore alle mura, che riuscirono
alte, con porte ben fortificate, troniere e petriere e con buona fossa
all'intorno. Questa nuova Ostia ordinò egli che in avvenire si nomasse
dal suo nome _Gregoriopoli_. Cessò di vivere secondo i conti di Camillo
Pellegrino[944], nel presente anno _Sicone_ principe di Benevento, il
cui epitaffio resta tuttavia e vien registrato nella storia de' principi
longobardi del suddetto Pellegrino. Quivi è detto ch'egli regnò _per
quinos annos_, anni quindici, i quali dedotti dall'anno 817, ci possono
far dubitare che la sua morte accadesse piuttosto nell'anno precedente.
Comunque sia, fra le sue lodi si conta ch'egli difese il ducato
beneventano dall'ira de' Franchi; assediò vigorosamente Napoli, ed
obbligò quel popolo a pagargli il tributo, e di là condusse a Benevento
il corpo di san Gennaro vescovo e martire, in onore del quale fabbricò
un tempio e fece grandi donativi d'argento. A proposito dell'assedio di
Napoli narra Erchemperto[945], aver egli talmente stretta e bersagliata
quella città con arieti e mangani, che diroccato un buon pezzo di muro
vicino al mare, i Beneventani erano già alla vigilia di entrarvi per
forza. Allora il duca di Napoli mandò a trattar della resa per ischivare
il sacco, e diede per ostaggio la madre e due suoi figliuoli.
Impetrarono i legati che Sicone entrasse solamente nel giorno appresso
nella città; ma non v'entrò già egli mai, perchè nella notte stessa i
Napoletani alzarono bravamente nella parte smantellata un nuovo muro, e
sul far del giorno comparvero sopra di esso coll'armi più che mai
risoluti di difendersi. L'Anonimo salernitano[946] aggiugne che fu
inviato _Orso_, eletto vescovo di Napoli, ad implorar misericordia e
pace da Sicone, il quale, cedendo alle esortazioni e preghiere del
prelato, venne ad un accordo; cioè si obbligò il duca napoletano di
pagare ogni anno tributo al principe di Benevento. Abbiamo inoltre dal
prefato Salernitano che _Landolfo_ seniore conte di Capua per ordine di
esso Sicone fabbricò una nuova forte città nel monte Trilisco non lungi
dalla medesima città di Capua. Fu pregato Sicone di venirla a vedere e
giunto colà chiese parere a' suoi baroni, qual nome si potesse porre a
questa nuova città. Tutti ad una voce risposero _Sicopoli_, fuorchè uno
il qual disse: piuttosto che Sicopoli, chiamiamola _Rebellopoli_. Montò
in collera Sicone a questo motto, e gli dimandò perchè parlasse così.
Perchè, disse colui, dappoichè i Capuani hanno un luogo sì ben
fortificato, dureran fatica ad ubbidirvi; e questo vi succederà quando
non si formi una buona lega d'animi fra i Beneventani e Capuani col
mezzo di varii matrimoni. Non cadde in terra questo avvertimento; e
Sicone da lì innanzi procurò varie parentele fra que' due popoli. A
Sicone defunto succedette nel principato di Benevento _Sicardo_ suo
figliuolo, già dichiarato suo collega, principe, al dire di Erchemperto,
anch'esso divoratore de' suoi sudditi.
L'anno fu questo in cui si vide una scandalosa rivoluzion di stato, che
non si può rammentar senza orrore e senza obbrobrio della Francia e di
que' tempi. Tornarono peggio che prima a rivoltarsi contro l'_imperador
Lodovico_ i suoi tre maggiori figliuoli _Lottario, Pippino_ e
_Lodovico_. Le cagioni di sì fatti abbominevoli movimenti non sono ben
registrate dagli storici. Per quel ch'io credo, e per quanto si può
dedurre da _Agobardo_[947], celebre arcivescovo di Lione, l'invidia e
gelosia di stato rimise l'armi in mano a que' principi dimentichi della
riverenza dovuta ad un padre. Si lasciava pur troppo il buon imperadore
menar pel naso dalla _imperadrice Giuditta_ loro matrigna, e si può in
parte prestar fede a quanto di lei in questo proposito lasciarono
scritto Pascasio Ratberto[948] ed Agobardo. Le mire dell'ambiziosa donna
tendevano tutte ad ingrandir l'unico suo figliuolo Carlo; e in
quest'anno ancora le era riuscito di fargli assegnar l'Aquitania, con
levarla al figliastro Pippino, come attesta Nitardo[949], _Aquitania,
Pippino demta, Carolo datur, et in ejus obsequio primatus populi, qui
cum patre sentiebat, jurat_. Questi passi sì svantaggiosi agli altri
figliuoli e il timore di peggio, fecero perdere la pazienza a Lottario,
Pippino e Lodovico; e tanto più perchè non mancavano segreti istigatori
che malignamente accendevano il fuoco e nulla più desideravano che di
veder discendere dal trono il cristianissimo e clementissimo loro
monarca. Passata dunque intelligenza fra i tre suddetti fratelli, dopo
aver trattato indarno di concordia col padre in lontananza, _Lottario_
dall'Italia, _Pippino_ dall'Aquitania, _Lodovico_ dalla Baviera,
marciarono coi loro eserciti per andarlo a trovare in persona. L'Augusto
Lodovico, subodorati questi movimenti, anch'egli s'armò come potè, e
venne in Alsazia, dove a fronte di lui arrivarono anche i figliuoli,
risoluti di dare alla monarchia quel regolamento che al loro senno, o,
per dir meglio, alla loro detestabile ambizione parea più proprio. Quel
sito acquistò da lì innanzi il nome di _Campo della bugia_, o di _Campo
mendace_. Avea Lottario fatto venire d'Italia e condotto seco _papa
Gregorio IV_, figurandosi che niun personaggio fosse atto più di lui,
siccome padre comune e di tanta autorità, a maneggiar un trattato di
pace fra un padre e i suoi figliuoli. Ma fu presa in sospetto
dall'imperador Lodovico la venuta del romano pontefice, quasichè egli si
fosse unicamente mosso per favorire i disegni del figliuolo Lottario,
cioè di chi era arbitro dell'Italia. Fece in oltre delle doglianze
perchè egli fosse venuto, senz'averne preventivamente avuto da lui
ordine alcuno, ed anche dopo essere venuto, tardasse tanto a lasciarsi
vedere da lui. Anzi gli stessi vescovi franzesi del partito d'esso
imperador Lodovico, essendosi sparsa voce che il papa per troppa
parzialità nudrisse pensiero di scomunicar l'imperadore e i vescovi, se
alcun di loro si mostrasse disubbidiente al volere di lui e de'
figliuoli di esso Augusto, si lasciarono trasportare all'eccesso con
fargli sapere, secondochè narra l'autore della vita di Lodovico[950],
_nullo modo se velle ejus voluntati succumbere. Sed si excommunicaturus
adveniret, excommunicatus abiret: quum aliter se habeat antiquorum
canonum auctoritas._ Finalmente fu permesso al papa di andar ad
abboccarsi coll'imperador Lodovico, che il ricevette con poco garbo, e
senza la riverenza usata da' suoi maggiori al vicario di Cristo. Per
testimonianza di Tegano[951], Gregorio gli presentò grandi e
innumerabili regali, si fermò con lui qualche giorno e trattò seco de'
correnti scabrosi affari, per quanto si può conghietturare, con tutta
onoratezza e vera intenzione di rimettere la buona armonia fra lui e i
figliuoli. Da Pascasio Ratberto si può ricavare ch'egli proponeva ed
insisteva che stesse salda la _prima division dell'imperio_ fatta
dall'imperadore, giacchè l'averla egli guasta, per esaltare il fanciullo
quartogenito _Carlo_, avea troppo disgustato i tre maggiori figliuoli. I
seguenti successi ci danno a conoscere che o Lodovico Augusto, o i
figliuoli non vi vollero acconsentire. Però il papa licenziato si
restituì al campo di Lottario, nè gli fu più permesso di tornar a
parlare coll'Augusto Lodovico.
Intanto lavoravano sott'acqua i figliuoli tirando a poco a poco con doni
o con minacce nel loro partito i seguaci del padre, di modo che non andò
molto che esso Lodovico si vide quasi affatto abbandonato dai suoi e
costretto a far sapere ai figliuoli che andrebbe alle lor tende,
persuadendosi bene che non mancherebbono di rispetto verso di lui e
verso la moglie, nè di amore verso il loro fratello Carlo. Andò e fu
ricevuto col figliuolo nel padiglione di Lottario, che era il principal
promotore di questa esecrabil briga. Allora fu che i tre fratelli si
divisero fra loro la monarchia franzese, e si fecero giurar fedeltà dai
popoli. Quindi Lottario mandò in esilio l'imperadrice _Giuditta_ in
Italia, confinandola nella città di Tortona[952], con promessa giurata
fatta al padre di non nuocere al corpo nè alla vita di lei. Fu anche
levato da lato dell'imperadore con suo gran rammarico il tanto da lui
amato figliuolo _Carlo_ e relegato nel monistero di Prumia nella
Germania. _Papa Gregorio_ al vedere cotali sregolate violenze, le
disapprovò, nè soffrendogli più il cuore d'essere spettatore di sì
brutta tragedia, se ne ritornò malcontento a Roma. _Pippino_ e
_Lodovico_ fratelli di Lottario se ne tornarono ai regni loro. Restò
l'infelice _Augusto Lodovico_ nelle mani di _Lottario_, il quale, avendo
già prese le redini del governo, seco il condusse, come privata persona
e a guisa di prigioniere sotto buona guardia, a Soissons, con adoperare
intanto emissarii e segrete esortazioni per indurlo a rinunziare
spontaneamente l'imperio e a monacarsi, siccome altre volte pareva che
avesse avuta intenzione di fare. Per muoverlo più agevolmente, gli fu
dato a credere che l'imperadrice avesse già dato l'addio al secolo con
prender l'abito monastico, o fosse morta, e che il figliuolo Carlo già
fosse tonsurato in un monistero. Ma Lodovico non si arrendè per questo,
e tanto più perchè segretamente fu avvertito della falsità di quelle
voci, ed esortato a tener forte per quanto potesse lo scettro. Non
valendo questi mezzi, si venne al più vigoroso e fu quello di raunare
nel mese di ottobre in Compiegne molti vescovi, alla testa de' quali era
_Ebbone_ arcivescovo di Reims, fazionario di Lottario, uomo di vil
nascita, ma di una crudeltà che non avea pari. Videsi in tal occasione,
con vergogna del nome cristiano, empiamente impiegata dai ministri di
Dio la santissima religione per ispaventare e detronizzare quel misero
principe con indurlo a chiamarsi colpevole delle seguenti imputazioni.
Cioè, di aver permessa la morte del re _Bernardo_ suo nipote e fatti
monacare per forza i suoi fratelli naturali, tuttochè di ciò egli avesse
già fatta penitenza. Di aver contro i giuramenti rotta la divisione da
lui già stabilita dell'imperio, ed astretti i sudditi a due contrari
giuramenti: dal che erano venuti spergiuri e gravi turbazioni. Di avere
in tempo di quaresima intimata al popolo una spedizion generale: cosa
che avea cagionata una gran mormorazione. Di aver maltrattato chi dei
suoi fedeli era ito ad informarlo dei malanni correnti e delle insidie a
lui tese, con cacciarli in esilio e confiscar loro i beni; siccome
ancora d'aver cagionato del discredito ai sacerdoti e monaci. Di aver
esatto contro la giustizia varii giuramenti da' suoi figliuoli e popoli.
Di aver fatto varie spedizioni militari che aveano prodotti tanti
omicidii, sacrilegii, adulterii, rapine ed incendii, con oppression de'
poveri: mali tutti, de' quali era reo presso Dio. Di aver fatto delle
divisioni dell'imperio a capriccio, turbata la pace comune, armati i
popoli contra de' suoi figliuoli, in vece di pacificarli coll'autorità
paterna e col consiglio de' suoi fedeli. E finalmente d'aver messo a
pericolo d'infinite uccisioni i suoi sudditi, quando l'obbligo suo era
di procurar loro la salute e la pace. Con questi mal inventati capi di
reati diedero que' vescovi ad intendere al piissimo imperadore ch'era
scomunicato e che gli era d'uopo di farne penitenza, se voleva salvar
l'anima sua. Lasciossi il meschino principe trattar come vollero que'
vescovi che aveano venduta la lor coscienza a Lottario, con deporre la
spada e le insegne imperiali, e vestirsi di cilicio, e vituperar le sue
passate azioni, e con pericolo di verificar l'antico proverbio: _Heroum
filii noxae_. Questo bastò a Lottario per credere decaduto il padre:
benchè non fidandosi di lui, nè del popolo, seguitasse a tenerlo sotto
più rigorosa guardia, senza permettergli di parlare, se non con pochi
destinati al di lui servigio. Il popolo, terminata questa scena, se ne
tornò tutto confuso e mesto a casa. Lottario si fermò in Aquisgrana quel
verno, facendola da padron dell'imperio. _Walla abbate_ di Corbeia, per
levarsi da così deforme spettacolo, avea ottenuto da lui di potersi
ritirare in Italia, e venuto al celebre monistero di san Colombano di
Bobbio, quivi coll'aiuto di Lottario fu eletto abbate. Da un documento
veronese pubblicato dal Panvinio e poi dall'Ughelli[953], che fu scritto
nell'anno 837 pare che nell'anno presente Lottario Augusto mandasse a
Verona _Mario_ (forse nome scorretto) _conte bergense_ (s'ha
verisimilmente da scrivere _bergomense_) ed _Eriberto_ vescovo di Lodi,
_ut muros qui ad portam, quae dicitur Nova, diruebant, sive in castello,
aliisve necessariis locis restituerent_. Dicesi ordinata questa
riparazione _eo anno, quando imperator Lotharius cum exercitu in
Franciam cum fratribus ad patrem perrexit_.