[913] Annal. Francor. Bertiniani. Astronom., in Vit. Ludovici Pii.
[914] Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.
[915] Sigonius, de Regno Italiae.
[916] Annales Franc. Eginhard.
[917] Cedren., in Annal. ad ann. 826.
[918] Anonym. Salernit., Paralip., cap. 45. P. II, tom. 2 Rerum Ital.
[919] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., P. II, Tom. 2 Rer. Ital.
[920] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCXXIX. Indiz. VII.
GREGORIO IV, papa 3.
LODOVICO PIO imperadore 16.
LOTTARIO imperadore e re d'Italia 10 e 7.
L'anno ultimo della vita e dell'imperio di _Michele Balbo_ imperadore
de' Greci fu questo. Morì egli nel mese d'ottobre, con lasciare presso i
Cattolici un'abbominevol memoria a cagione de' suoi giudaici ed
ereticali sentimenti, e della persecuzione fatta ai protettori delle
sacre immagini. Gli succedette _Teofilo_ suo figliuolo, che sulle prime
finse mansuetudine e zelo della giustizia, e poi, cavatasi la maschera,
non sì lasciò vincere dal padre ne' vizii. Intanto l'_imperador
Lodovico_ continuamente pensava a provveder di stati il picciolo
_Carlo_, cioè il quarto dei suoi figliuoli, a lui nato dall'_imperadrice
Giuditta_; perciocchè dianzi avea divisi i suoi regni fra i tre
maggiori. Nitardo[921] è quello che ci ha conservate tali notizie. Nè
parlò più volte Lodovico con _Lottario_, e questi in fine consentì che
ne fosse assegnata anche a lui una porzione, con giurar anche di
sostenerlo e di difenderlo in tutte le occorrenze. Perciò l'Allamagna
ossia la Suevia, che allora abbracciava l'Elvezia, cioè gli Svizzeri, fu
data in sua parte al regio fanciullo. Tegano[922] vi aggiugne anche la
Rezia ossia i Grigioni, con parte della Borgogna. Di qui prese origine
un'iliade di sconcerti nella famiglia imperiale, che costò tanti
disturbi tanto sangue alla monarchia dei Franchi. Convien nulladimeno
osservare che prima ancora di questo avvenimento non mancavano nella
corte e fuor della corte d'esso Augusto de' cattivi umori contra della
stessa di lui persona. Quei medesimi, a' quali egli avea donata la vita,
o fatti altri benefizii, quegli erano che covavano un mal animo, e
segretamente sparlavano di lui, macchinando anche, o almen desiderando
la di lui rovina; effetti tutti del concetto, in cui egli era d'essere
un principe debole. Poco stettero ancora l'invidia e l'interesse a
maggiormente soffiar nel coperto fuoco. Ora altra via non seppe prendere
il buon imperadore che di costituire aio del figliuolo Carlo un uomo da
lui creduto di polso, cioè _Bernardo duca_ o marchese di quella che
oggidì chiamiamo Linguadoca, con insieme conferirgli il grado di
presidente della sua camera, e una straordinaria balìa nella sua corte.
Ma ad altro non servì una tal risoluzione che a maggiormente inasprire
non meno i figliuoli che i malcontenti, con somministrar loro nuovi
pretesti per le novità che andremo esponendo. Fu celebrato in quest'anno
un concilio di moltissimi vescovi nella città di Parigi, dove furono
formati varii canoni di disciplina ecclesiastica, e dati anche de' saggi
documenti agl'imperadori per governo de' popoli. In quest'anno
l'imperador Lodovico spedì il figliuolo Lottario in Italia, acciocchè
accudisse agli affari di questo regno. Sia lecito a me di rammentar qui
un suo capitolare, che già diedi alla luce fra le leggi
longobardiche[923], quantunque sia incerto l'anno in cui esso fu formato
dal suddetto Lottario Augusto. Dice egli di aver trovato che lo studio
delle lettere, per colpa e dappocaggine dei ministri sacri e profani, è
_affatto estinto_ nel regno d'Italia; e però di aver deputati maestri
che insegnino le lettere, con raccomandar loro di usar tutta la premura
possibile affinchè i giovani ne cavino profitto. Vien poscia annoverando
le città, in cadauna delle quali era destinato un maestro, acciocchè
concorressero colà a studiare gli scolari delle circonvicine città.
_Primieramente_, dice egli, _dovran venire a studiare sotto Dungallo in
Pavia i giovani di Milano, Brescia, Lodi, Bergamo, Novara, Vercelli e
Como_. Questo _Dungallo_ altri non può essere che _Dungalo_ monaco,
autore del trattato contra di Claudio vescovo di Torino, di cui s'è
parlato di sopra, che abitava e faceva scuola in Pavia. Seguita a dire
che _in Ivrea lo stesso vescovo insegnerà le lettere. A Torino
concorreranno da Albenga, da Vado, da Alba. In Cremona dovran venire
allo studio quei di Reggio, Piacenza, Parma_ e _Modena_. Ed ecco
chiaramente comprese queste quattro città nel regno d'Italia, e non già
nell'esarcato conceduto alla santa Sede, come alcuno (non so mai come)
ha preteso ai dì nostri. _In Firenze_ (son parole di Lottario
volgarizzate) _si farà scuola a tutti gli studenti della Toscana: in
Fermo a quei del ducato di Spoleti: a Verona concorreranno da Mantova e
da Trento: a Vicenza da Padoa, da Trivigi, da Feltro, Ceneda ed Asolo.
L'altre città di quelle parti manderanno i lor giovani alla scuola del
Foro di Giulio_, cioè a Cividal del Friuli. Questo bel documento ci fa
intendere tutte le contrade del regno d'Italia dalla parte occidentale.
Non vi si parla del ducato di Benevento, perchè que' duchi o principi, a
riserva del tributo, godevano quasi un supremo dominio ne' loro stati. E
neppur si fa parola delle città della Chiesa romana, perchè esse erano
ben sottoposte alla sovrana signoria degl'imperadori, ma escluse dal
regno d'Italia. Si vuol inoltre osservare che i maestri di scuola
d'allora altro non insegnavano che la grammatica, nome nondimeno che
abbracciava un largo campo, cioè, oltre alla lingua latina, anche le
lettere umane, la spiegazion degli antichi scrittori e poeti latini, una
qualche tintura delle sacre Scritture, colla giunta talvolta del computo
per intendere le lunazioni, e simili altre conoscenze. Ci ha contato
delle favole chi ha spacciato delle università di arti e scienze in que'
tempi, come oggidì, e ne ha fatto istitutore Carlo Magno in Italia e in
Francia. Era fortuna in quei secoli rozzi il poter avere un buon maestro
di scuola. Sì fatte scuole in molti monisteri di monaci si trovavano e
in alcune città. Anche i vescovi talora insegnavano, e i parrochi di
villa erano tenuti ad ammaestrar nelle lettere i fanciulli.
Appartiene a quest'anno un celebre placito ossia giudizio tenuto in Roma
dai ministri dell'_imperador Lodovico_, che il padre Mabillone[924] già
diede alla luce, e si legge nell'appendice alla piena esposizione dei
diritti cesarei ed estensi sopra Comacchio. Anche il Du-Chesne[925],
cento anni sono, l'avea comunicato al pubblico negli estratti della
Cronica di Farfa. Il padre Pagi[926] ne fa menzione all'anno 839, perchè
non ne avea veduta la data, che è questa: _Anno imperii domni Hludovici
XVI, mense januario, per Indictione VII_, cioè nell'anno presente. Da
esso placito impariamo che _Giuseppe vescovo_, e _Leone conte, missi
ipsius Augusti ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas_,
erano per ordine del grande imperador Lodovico venuti da Spoleti e dalla
Romagna a Roma, e che _residentibus nobis in judicio in palatio
lateranensi, in praesentia domni Gregorii papae, et una simul nobiscum
aderant Leo episcopus et bibliothecarius sanctae romanae Ecclesiae,
Theodorus episcopus,_ etc., _Petrus dux de Ravenna,_ etc., comparve
Ingoaldo abate del monistero di Farfa col suo avvocato, lamentandosi che
_domnus Adrianus et Leo pontifices per fortia invasissent res ipsius
monasterii, idest curtem cornianianum, etc. unde tempore Stephani,
Paschalis et Eugenii semper reclamavimus, et justitiam minime invenire
potuimus_: perciò chiedeva giustizia dai ministri imperiali, secondo
l'ordine dato loro dall'imperadore. Interrogato l'avvocato del papa,
rispose che la santa Chiesa romana teneva giustamente que' beni. Allora
fu intimato all'avvocato dall'abate di produrre, se ne avea, delle
ragioni. E questi esibì strumento, dal quale appariva che _Anselberga
badessa del monistero di s. Salvatore di Brescia_ (oggidì di santa
Giulia), e figliuola del re Desiderio, avea ceduto quei beni al
monistero farfense, siccome ancora un'altra pergamena, per cui si
chiariva che _Teodicio duca di Spoleti_ glieli avea venduti; e un'altra
comprovante che _Ansa regina_ avea acquistato con un cambio la corte di
s. Vito da _Teutone vescovo di Rieti_, e poi l'avea donata alla suddetta
Anselberga sua figliuola. Produsse ancora i diplomi del re Desiderio e
di Carlo Magno, che aveano confermato quelle corti al suo monistero. E
perciocchè negava l'avvocato pontificio che i monaci ne avessero mai
avuto il possesso, l'abbate si esibì pronto a produrre testimoni
legittimi del possesso, _usque dum praefati pontifices per fortia eas
tollere fecissent_. Nel giorno appresso furono esaminati varii idonei
testimonii che deposero in favore dei monaci; e non avendo l'avvocato
del papa che rispondere a tali testimonianze, i giudici diedero la
sentenza che que' poderi fossero riconsegnati al monistero di Farfa. Ma
l'avvocato pontificio disse di non voler farlo; e il papa protestò di
non accettar quella sentenza, con riserbarsi di trattarne di nuovo coi
medesimi davanti al signor imperadore. Se dal vedere che i ministri
imperiali alzano tribunale in Roma e nello stesso palazzo lateranense, e
ad istanza di chi si pretende gravato, chiamano al loro giudizio il
pontefice per beni temporali, e proferiscono sentenza, non risulti
chiaramente il dominio sovrano tuttavia conservato in Roma dagli
Augusti: io ne rimetto la decisione a chiunque fa profession d'amare le
verità in Roma stessa, con credenza che ognuno ivi l'ami e non
l'abborrisca. Secondo il Dandolo[927], mancò in quest'anno di vita
_Giustiniano Particiaco_, ossia Participazio, doge di Venezia, con
lasciar molti legati ai luoghi pii, e un buon fondo per fabbricare una
chiesa in onore di s. Marco evangelista, il cui corpo, siccome dicemmo,
sotto di lui fu portato a Venezia. Aveva egli richiamato alla patria
_Giovanni_ suo fratello, già relegato in Costantinopoli, ed ottenuto dal
popolo d'averlo per suo collega; laonde, accaduta la di lui morte, esso
Giovanni continuò ad esser doge.