NOTE:

[885] Baron., Annal. in Eccl.

[886] Mabill., Praef. p. 1. Saecul. IV, Benedictio.

[887] Pagius, in Crit. Baron. ad hunc annum.

[888] Baluz., Capitular. Reg. Franc. tom. 1.

[889] Part. II, tom. 2 Rer. Ital.

[890] Dandolus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[891] Antiquit. Italic., Dissertat. XXXVII, p. 577.

[892] Antiquit. Italic., Dissert. XXXVII, pag. 577.

Anno di CRISTO DCCCXXVI. Indizione IV.

EUGENIO II papa 3.

LODOVICO PIO imperadore 13.

LOTTARIO imperadore e re di Italia 7 e 4.

Tenne in quest'anno _papa Eugenio_ un concilio in Roma riferito in parte

dal cardinal Baronio[893] ed interamente poi dall'Olstenio e dal

Labbe[894]. Si dice ivi raunata quella sacra assemblea, _imperante

domino nostro piissimo Augusto Hludovico a Deo coronato magno

imperatore, anno XIII, et post consulatum ejus anno XIII, et Hlothario

novo imperatore ejus filio anno X, Indictione IV_ (probabilmente sarà

stato ivi scritto _Indictione V_, cominciata nel settembre) _mensis

novembris die XV_. Si vede qui praticato per gl'imperadori d'Occidente

lo stesso stile che si usava nei tempi addietro per gli greci Augusti,

allorchè erano padroni di Roma. Merita anche osservazione l'epoca di

Lottario Augusto presa non già dall'anno della coronazione romana 823,

ma bensì dalla sua prima elezione dell'anno 817. A questo concilio

intervennero sessantatrè vescovi, e furono fatti trentotto canoni. Fra

l'altre cose dice il pontefice d'aver inteso come in alcuni luoghi non

si trovavano maestri di lettere, e che di ciò niuno prendeva cura. Il

perchè ordina che in tutti i palazzi dei vescovi e in tutte le pievi,

cioè nelle case de' parrochi di villa e negli altri luoghi, dove occorra

il bisogno, vi sia chi insegni le lettere e l'arti liberali, e spieghi

la divina Scrittura. C'era quest'obbligo anche prima, e Carlo Magno ebbe

anche egli a cuore che non meno in Francia e Germania, che in Italia

rifiorisse lo studio delle lettere. Ma in che stato fosse allora per

questo conto l'Italia, e ciò che allora insegnassero i maestri, lo

vedremo all'anno susseguente. In esso concilio ancora fece premura il

papa perchè dappertutto s'introducesse l'istituto dei canonici, e della

vita loro comune in chiostro unito alle cattedrali. Sappiamo eziandio

dagli Annali de' Franchi[895], che nell'anno presente furono spediti da

papa Eugenio _all'imperador Lodovico_ due nunzii, cioè _Leone vescovo_

di Selva Candida e Teofilatto nomenclatore; ma senza essere a noi

pervenuto il motivo e soggetto di quest'ambasceria. Vi tornò ancora un

legato del re de' Bulgari, e questi, giacchè non era anche decisa la

controversia de' confini, fece nuove istanze per determinarle senza

maggior dilezione, altrimente protestava che cadauno difenderebbe

coll'armi ciò che possedeva. Andò l'imperadore tirando in lungo le

risposte, perchè v'era qualche sentore che il re suddetto in questo

mentre fosse stato ucciso o cacciato dal regno; e per chiarirsene inviò

_Bertrico_, conte del palazzo, a _Baldrico, duca_ o marchese del Friuli,

e a _Geroldo, conte_ della Carintia, con ordine d'informarsene. Si trovò

falsa la voce: però l'imperadore rispedì quel legato, ma però senza

lettere.

La funzione più riguardevole dell'anno presente nella corte dell'augusto

Lodovico fu la venuta di _Erioldo_ ossia _Exoldo_, re di Danimarca,

colla moglie ed un figliuolo ad Ingeleim, presso al Reno, dove esso

imperadore tenne una gran dieta. Aveva _Ebbone, arcivescovo di Rems_,

esortato questo re pagano ad abbracciar la fede di Gesù Cristo, e a

questo fine venne egli a trovar l'imperadore; ma vel trassero anche dei

riguardi politici, mentre non si sentiva egli sicuro sul trono per la

concorrenza de' figliuoli del _re Gotifredo_, e potea molto giovargli la

protezione e l'aiuto dell'imperadore. _Ermoldo Nigello abbate_, il cui

poema, ricavato dalla biblioteca cesarea, ho io dato in luce[896],

descrive minutamente questo avvenimento, di cui sembra essere stato

spettatore, cioè tutta la solennità del ricevimento d'esso Erioldo: il

battesimo a lui conferito, alla moglie ed al figliuolo; la sua

coronazione, e i regali a lui presentati da Lodovico, a sua moglie

dall'_imperadrice Giuditta_, e a suo figliuolo da _Lottario Augusto_; e

una sontuosa caccia fatta in tal occasione col convito di campagna

preparato dall'imperadrice. Terminate queste funzioni, Erioldo sottopose

il regno suo danese all'imperio romano, con giurar fedeltà all'Augusto

Lodovico. Finalmente accompagnato da _Anscario_ monaco, il quale col

tempo divenne vescovo di Amburgo ed apostolo del Settentrione, ed ora

veniva destinato a predicar la religione di Cristo nelle di lui

contrade, s'incamminò verso la Danimarca, dove, per quanto si ha

dall'antico storico di quel regno[897], da lì a qualche tempo abiurò la

credenza e i riti del Cristianesimo, mancando di fede a Dio e

all'Augusto suo benefattore; Degnissima ancora di memoria, e non senza

ragione, parve agli scrittori d'allora l'introduzione in Occidente di

far gli _organi_ da fiato. Fin qui era stata ristretta nei Greci, che

forte se ne gloriavano; e chi volea degli organi anche in Italia, li

facea venir fatti di colà. Fin dall'anno 757 _Costantino imperador_ de'

Greci ne inviò uno in dono a _Pippino re_ di Francia: e questo sonato

empiè di maraviglia i Francesi. Noi, avvezzi ad udir sì fatte

ingegnosissime macchine, non ce ne stupiamo ora punto; ma se per la

prima volta ne udissimo una, tasteggiata da qualche buon maestro,

l'ammireremmo ancor noi al pari di quelli. Dissi che il saper fabbricare

di questi organi era mestiere allora affatto ignoto in Occidente.

Accadde, che tornando alla corte imperiale _Baldrico duca_ del

Friuli[898], per informar l'imperadore delle diligenze da sè praticate

per risaper lo stato dei Bulgari, menò seco un prete veneziano, per nome

Giorgio, il quale si esibì pronto a lavorar di questi organi. Accettata

ben volentieri una tal proposizione, l'imperadore il mandò ad

Aquisgrana, con ordine di somministrargli tutto il bisognevole. L'opera

fu compiuta, e perciò essendosi in quelle parti introdotta quest'arte,

che s'andò poi sempre più dilatando, non ci fu più bisogno da lì innanzi

di ricorrere alla Grecia per arricchir d'organi i sacri templi. Ebbe il

suddetto Giorgio prete in ricompensa una badia in Francia. Siccome fu

detto di sopra, era divenuto duca, ossia principe di Benevento _Sicone_.

_Radelchi_, o vogliam dire _Radelgiso_, che tanto avea cooperato alla di

lui esaltazione, per qualche tempo fu uno de' suoi favoriti. Nulla

d'importante, per quanto scrive l'Anonimo salernitano[899], si faceva in

quella corte senza il parere di esso Radelgiso. Ma ritrovandosi egli al

suo governo di Conza, e venutogli all'orecchio che Sicone senza

partecipazione sua avea presa non so qual risoluzione, se l'ebbe a male,

e gli scappò detto: _Poco fa io ho tolto di mezzo il falcone_ (cioè

_Grimoaldo Storesaiz_ duca, da lui ucciso), _mi resta anche la volpe_

(cioè Sicone). Non cadde in terra questo motto, e fu rapportato ben

tosto al principe Sicone, che con grande amarezza l'ascoltò, e cominciò

a pensar le vie di fortificarsi con delle parentele contro ai disegni di

Radelgiso. Per questo maritò tre sue figliuole con tre de' più nobili e

potenti beneventani.

Allora fu che Radelgiso, il quale dianzi si teneva in pugno le nozze

d'una di quelle principesse con un suo figliuolo, non solamente conobbe

perduta per lui questa fortuna, ma eziandio si avvide di essere caduto

di grazia, e si riputò come perduto. Però si appigliò al partito di

abbandonare il mondo, per motivo, diceva egli, di far penitenza

dell'omicidio commesso nella persona del suo principe, e ne ottenne

licenza da Sicone, il quale fece vista di concederla mal volentieri.

Raccomandatogli il figliuolo, si cinse al collo una catena; e presa

questa da un suo famiglio, si fece condurre al monistero di Monte

Casino, e quivi con assai gemiti e lagrime chiese l'abito monastico, che

non gli fu negato. Sì l'Anonimo salernitano che Erchemperto[900], monaci

amendue, raccontano cose grandi della sua penitenza, e v'aggiungono

anche de' miracoli. Fecesi monaca anche sua moglie in un monistero fuori

di Conza, e menò vita santa. Ora Sicone, che da Erchemperto ci vien

dipinto per uomo bestiale e troppo pesante ai Beneventani, e dal

suddetto Anonimo, per lo contrario, uomo mansueto e liberale: attaccò

lite coi Napoletani, che tutta la potenza de' Longobardi non avea mai

potuto sottomettere, e fece loro un'aspra guerra per più anni, con

assediar Napoli per mare e per terra. Convien credere che già questa

cominciasse molto prima dell'anno presente, e che quel popolo si

trovasse anche a mal partito, perchè sappiamo dal sopraddetto

Erchemperto che i Napoletani furono costretti a ricorrere a Lodovico

imperadore. Gli Annali dei Franchi appunto notano sotto quest'anno che

in Aquisgrana sì presentarono all'udienza dell'imperadore i _legati dei

Napoletani_, i quali, ricevuta che ebbero la risposta, se ne tornarono a

casa loro. Forse ottennero qualche lettera di raccomandazione al duca di

Benevento. Ma che non per questo cessasse la guerra, o la molestia al

loro territorio, lo conosceremo andando innanzi. Non si può ben chiarire

la cronologia dei _duchi di Napoli_; tuttavia sappiamo da Giovanni

Diacono[901], scrittore di questi tempi, che _Teofilatto_ circa il

principio di questo secolo governava quella anche allora potente città.

A lui succedette _Antimo_, dopo la cui morte non accordandosi i

Napoletani nell'elezione del duca (ed aveano essi il gius di eleggerlo),

stimarono meglio di prendere uno straniero che un lor cittadino pel

governo. Spediti dunque dei messi in Sicilia, fecero venire di colà un

greco _Teottisto_, e il costituirono maestro de' militi, cioè generale

dell'armi loro. I rettori di Napoli erano in que' tempi chiamati ora

_duchi_, ora _consoli_, ora _maestri de' militi_: tre nomi che

significavano il governatore, ossia principe di Napoli, il quale

nondimeno riconosceva per sovrano l'imperadore de' Greci. Teottisto ebbe

per successore _Teodoro_, decorato del titolo di _protospatario_ da esso

imperadore. Costui fu cacciato via dai Napoletani, e sustituito in suo

luogo _Stefano_ nipote di _Stefano_ dianzi vescovo di quella città. Per

attestato del medesimo Giovanni Diacono, ai tempi di questo _duca

Stefano_, Sicone principe di Benevento mosse guerra a Napoli, ansioso di

conquistare quella nobilissima città ed arrecò infiniti danni a quei

contorni. Fingendo poscia di dar mano ad un trattato di pace, inviò

entro la città i suoi legati con ordine di guadagnar con danari alcuni

de' principali del popolo: il che loro venne fatto. Presentatosi Stefano

davanti alla chiesa di santa Stefania, per conchiudere il trattato,

quivi fu ucciso dai congiurati su gli occhi dei legati beneventani. Ma

costoro ne furono ben pagati dalla giustizia di Dio, perchè creato

immantinente duca _Buono_, cioè uno degli stessi uccisori, egli da lì a

poco parte de' suoi complici fece abbacinare, e parte ne cacciò in

esilio. Era costui Buono di nome, scellerato di fatti. Cominciò tosto ad

aggravare e malmenare il clero e i beni delle chiese di Napoli: e

perciocchè _Tiberio_, vescovo della città, gli minacciava l'ira di Dio,

il fece prendere e confinare in una dura prigione, dove il tenne vivo

gran tempo a pane ed acqua. Forzò dipoi _Giovanni_ ad accettar

l'elezione di lui fatta di successore nel vescovato, minacciandolo che,

se ricusava, avrebbe fatto mozzare il capo al tuttavia vivente Tiberio

vescovo. Non durò il ducato di Buono se non che un anno e mezzo; e

tuttavia esiste l'epitaffio suo rozzissimo presso Camillo Pellegrino,

che il fa morto nell'anno 834. Epitaffio nondimeno composto da qualche

poeta col privilegio di poter dire delle bugie.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 168 / 339 题