[859] Eginh., Annal. Francor.
[860] Anonymus, in Vit. Ludov. Pii.
[861] Annales Franc. Bertiniani, etc.
[862] Paschasius Ratbertus, in vita Wallae Ab. apud Mabill.
[863] Rer. Ital., tom. 2, P. I.
[864] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[865] Pagius, in Crit. Baron., ad ann. 824.
[866] Annales Francor. Metenses. Astronom., in Vit. Ludovici Pii.
[867] Annales Lauresham. Astronom., in Vit. Ludov. Pii.
[868] Renna, Serie de' duchi di Toscana, P. I, pag. 95.
Anno di CRISTO DCCCXXIV. Indizione II.
EUGENIO II papa 1.
LODOVICO PIO imperad. 11.
LOTTARIO imperadore e re di Italia 5 e 2.
Ritornarono a Roma i legati, già spediti da _papa Pasquale_ per
discolparsi presso l'imperador Lodovico[869]; ma trovarono esso papa
gravemente malato; e in fatti da lì a pochi dì accadde la morte sua. Non
se ne sa bene il dì preciso, nè se in gennaio o febbraio, o pure più
tardi. Anastasio[870] scrive ch'egli fece una solenne traslazione del
corpo di santa Cecilia vergine e martire; trasportò quelli d'altri
santi; riscosse molti schiavi cristiani dalle mani degl'infedeli, riparò
molte chiese rovinate; e lasciò dappertutto memorie illustri della sua
pia munificenza verso d'esse chiese e verso de' poveri. Si venne
all'elezion del nuovo pontefice, e non s'accordando il popolo, due ne
furono eletti; ma prevalendo la fazione de' nobili, restò canonicamente
prescelto ed ordinato _Eugenio_, _secondo_ di questo nome, che era prima
arciprete di santa Sabina. Ne fu portata subito la nuova all'imperador
Lodovico da Quirino suddiacono; e non resta sentore che fosse fatta
doglianza alcuna per la sua consecrazione, la qual nondimeno pare
seguita poco dopo l'elezione sua; se non che abbiamo dagli Annali de'
Franchi, avere in questi tempi l'Augusto Lodovico presa la risoluzione
d'inviare a Roma il figliuolo Lottario imperadore, _ut vice sua functus,
ea, quae rerum necessitas flagitare videbatur, cum novo pontifice,
populoque romano, statueret atque firmaret_. Dopo la metà d'agosto si
mise in viaggio esso Lottario, accompagnato da _Ilduino abate_ di s.
Dionisio, e arcicappellano di Francia; e giunto a Roma fu onorevolmente
ricevuto da papa Eugenio. _Cui quum injuncta sibi patefecisset_ (son
parole d'Eginardo) _statum populi romani, jamdudum quorumdam,
perversitate pontificum depravatum, memorati pontificis benevola
assensione ita correxit, ut omnes, qui rerum suarum direptione graviter
fuerant desolati, de receptione bonorum suorum, quae per illius
adventum, Deo donante receperant, magnifice sunt consolati_. Anche
Pascasio Ratberto[871] scrive che il celebre _Walla abbate_ si adoperò
molto perchè fosse eletto e consecrato _Eugenio_, santissimo vescovo
della sede apostolica, _in cujus ordinatione plurimum laborasse dicitur,
si quo modo per eum deinceps corrigerentur, quae diu negligentius a
plurimis fuerant depravata_. Odasi inoltre l'autore della vita di
Lodovico Pio[872], che dopo aver detto il buon accoglimento fatto dal
papa al giovane imperador Lottario, aggiugne: _quumque de his, quae
acciderant, quereretur, quare scilicet hi, qui imperatori et Francis
fideles fuerant, iniqua nece peremti fuerint, et qui superviverent,
ludibrio reliquis forent et haberentur; quare etiam tantae querelae
adversus Romanorum pontifices, judicesque sonarent: repertum est, quod
quorumdam pontificum vel ignorantia vel desidia, sed et judicum caeca et
inexplebili cupiditate, multorum praedia injuste fuerint confiscata.
Ideoque reddendo, quae injuste fuerant sublata, Lotharius magnam populo
romano creavit laetitiam. Statutum est etiam JUXTA ANTIQUUM MOREM, ut EX
LATERE IMPERATORIS mitterentur, qui judiciariam exercentes potestatem,
justitiam omni populo facerent, et tempore, quo visum foret imperatori,
aequa lance penderent_. Sicchè ai disordini passati si rimediò
coll'obbligare la camera pontificia alla restituzion dei beni
indebitamente confiscati; e si provvide all'avvenire col deputar giudici
_ex latere imperatoris_, che amministrassero giustizia a tutto il
popolo, e durassero nell'impiego per quel tempo che paresse
all'imperadore medesimo. Atti tali non credo che abbiano bisogna di
spiegazione. E probabilmente fu in tal congiuntura che l'imperadore
Lottario, trovati in Roma dei giudici rei di concussioni ed ingiustizie,
li gastigò con inviarli alle prigioni in Francia. Ma col tempo papa
Eugenio tanto si adoperò che riebbero la libertà. Nella vita breve
d'esso papa scrive Anastasio[873]: _Hujus diebus romani judices, qui in
Francia tenebantur captivi, reversi sunt, quos in parentum propria
ingredi permisit, et eis non modicas res ex patriarchio lateranensi
praebuit, quia erant pene omnibus facultatibus destituti_. Oltre a ciò,
pel buon governo di Roma Lottario Augusto pubblicò alcune costituzioni,
pubblicate dal cardinal Baronio[874], ma più copiose presso
l'Olstenio[875]. Nella prima egli ordina che chiunque ha spezial
privilegio, dipendenza e patrocinio del papa e dell'imperadore (_sub
speciali defensione domni apostolici, seu nostra_), inviolabilmente ne
goda, sotto pena della vita a chi li molestasse. Vedemmo di sopra il
monistero farfense posto _sub defensione regum langobardorum et Caroli
Magni_, e sopra d'esso niun dominio per conto del temporale avea il
papa. Ivi similmente comanda che si presti in tutto una giusta
ubbidienza al romano pontefice e ai suoi duchi (governatori delle città)
e ai giudici da lui deputati a far giustizia. Nella seconda son vietate
le ruberie fatte in addietro, tanto vivente il papa, come nella sede
vacante. Nella terza si prescrive, sotto pena d'esilio, che niuno
impedisca l'elezion del pontefice, e ad eleggerlo concorrano quei soli
Romani che v'hanno diritto. Nella quarta vuole che sieno deputati dei
messi dall'imperadore, che ogni anno informino esso Augusto, come si
portino i giudici nell'amministrazion della giustizia, e come sia
osservata l'imperial costituzione. Decreta inoltre che in prima istanza
le querele contra i duchi o giudici negligenti sieno portate al papa,
acciocchè egli tosto vi provvegga per mezzo de' suoi deputati; o lo
faccia sapere all'imperadore, che manderà suoi messi per provvedere.
Nella quinta vuole che s'interroghi tutto il senato e popolo romano, per
sapere con che legge voglia vivere, avvertendo ognuno che se commetteran
delitto contra la legge da loro eletta e professata, secondo quella
saran gastigati per ordine del pontefice e dell'imperadore. Va inteso
delle leggi romane, saliche, bavaresi, ripuarie e longobarde, che tutte
aveano allora corso in Italia ed anche in Roma, dove concorrevano tanti
Longobardi e Franzesi. Nella sesta trovandosi dei beni occupati alla
Chiesa romana da alcuni potenti di Roma, sotto pretesto d'averli
ottenuti dai precedenti papi, vuole i ministri imperiali, il più presto
che si possa, li facciano restituire. Nella settima comanda che non si
facciano dai Romani ruberie ne' confini delle provincie suggette al
regno d'Italia; e che le già fatte ed ogni altra ingiustizia occorse di
qua e di là sia corretta secondo le leggi. Nell'ottava dà ordine, che
compariscano alla sua presenza, finchè egli si trova in Roma, tutt'i
duchi, giudici ed altri uffiziali del governo; perchè ne vuol sapere il
numero e i nomi, e fare a cadauno un'ammonizione intorno al ministero
che gli è appoggiato. In ultimo comanda ed esorta ciascuno che portino
in tutto ubbidienza e riverenza al romano pontefice, se loro sta a cuore
di goder la grazia di Dio e d'esso imperadore. Da queste ordinazioni
risulta la signoria de' papi in Roma e nel suo ducato, ma insieme la
superiore degli Augusti. Tornò poscia Lottario in Francia, e notificato
al padre come erano stati eseguiti in Roma i di lui ordini, se ne
rallegrò forte il buon imperadore, e specialmente del bene fatto agli
oppressi sotto i precedenti pontificati.
Se vogliamo prestar fede al continuatore anonimo della storia di Paolo
Diacono[876], già pubblicato dal Freero, Lottario imperatore solennizzò
in Roma la festa di san Martino, e fece fare tanto egli come papa
Eugenio al clero e popolo romano il seguente giuramento: _Promitto ego
ille per Deum omnipotentem, et per ista quatuor Evangelia et per hanc
Crucem Domini nostri Jesu Christi, et per corpus beatissimi Petri
principis Apostolorum, quod ab hac die in futurum ero fidelis dominis
nostris imperatoribus Hludovico et Hlothario, diebus vitae meae, juxta
vires et intellectum meum, sine fraude atque malo ingenio, salva fide,
quam repromisi domino apostolico. Et quod non consentiam, ut aliter in
hac sede romana fiat electio pontificis, nisi canonice et juste secundum
vires et intellectum meum; et ille, qui electus fuerit, me consentiente
consecratus pontifex non fiat, priusquam tale sacramentum faciat in
praesentia missi domini imperatoris et populi eum juramento, quale
dominus Eugenius papa sponte pro conservatione omnium factum habet per
scriptum._ Ma noi non possiam dare questo per documento sicuro, stante
il dirsi da quello scrittore che _anno DCCCXXV Lotharius imperator
iterum ad Italiam veniens, missam sancti Martini Romae celebravit_.
Bensì nell'anno presente 824 venne a Roma l'imperador Lottario, e si può
credere che vi si trovasse nella festa di san Martino, perchè solamente
nel seguente anno tornò in Francia; ma non sussiste la sua venuta
nell'anno 825. Anche il padre Pagi[877] per altre ragioni tien
quell'autore per molto posteriore a' tempi di Paolo Diacono.
Giovan-Giorgio Eccardo[878] crede errato qui l'anno per colpa de'
copisti. Tolto ciò, non è inverisimile quell'atto per i motivi che
addurremo più abbasso. Lo stesso padre Pagi lo riferisce come cosa
certa; e veramente papa Eugenio, considerata la discordia accaduta nella
propria elezione, potè condiscendervi, per rimediare ai disordini
dell'avvenire. Tuttavia lecito è a ciascuno di sentire qui ciò che gli
pare più verisimile. Prima che il suddetto Augusto Lottario imprendesse
di quest'anno il viaggio in Italia, trovandosi in Compiegne, diede un
diploma in favore di _Leone vescovo_ di Como, che si legge presso
l'Ughelli[879], dove conferma alla di lui chiesa i privilegii conceduti
da Ansprando, Cuniberto, Bertarido, Ariberto, Liutprando, Rachisio,
Astolfo e Lodovico suo padre, e nominatamente _res quas Waldo abbas
praedicto Petro episcopo quaesivit, quae erant sitae in Valle Tellina in
ducatu mediolanense_. Degno è d'osservazione questo nome di _ducato di
Milano_, e che la Valtellina fosse in esso compresa. Per altro quel
diploma è pieno di spropositi, e v'ha qualche giunta che non può venir
dall'originale, come è il dirsi sul principio _Lotharius primus
Augustus_. Quel _primus_ è stato aggiunto da qualche sciocco, e così
_Ludovicus secundus_ e _Ludovicus tertius_ ne' susseguenti, quasichè gli
imperadori d'allora usassero i riti dei tempi nostri. Negli Annali sacri
del padre Tatti[880] non compariscono così macchiati que' diplomi. La
data è questa: _III nonas januarii anno, Christo propitio, undecimo
imperii domni Ludovici piissimi Augusti, Lotharii filii ejus
gloriosissimi regnantis secundo, indictione secunda, anno DCCCXXIV.
Actum Compendio, palatio regio_. Ma quell'anno dell'era cristiana
anch'esso è una giunta, non essendo per anche stato in uso di questi
monarchi ne' loro diplomi, come risulta da tanti altri esempli. _L'anno
secondo_ di Lottario, corrente nel dì 3 di gennaio del presente anno,
suppone una epoca incominciata nell'anno 822. Un altro diploma d'esso
Lottario vien riferito dal medesimo padre Tatti sotto il precedente anno
con queste note: _Datum III nonas junii anno imperii domni Hludovici
serenissimi imperatoris X, regnique Hlotharii gloriosissimi Augusti in
Italia I, Indictione prima. Actum Venonica Villa Unfredi comitis, in Dei
nomine feliciter. Amen. Anno DCCCXXIII_. Si dee credere aggiunto l'anno
cristiano, perchè è fuor di sito e non usato allora.
Fu costretto ancora in quest'anno l'imperador Lodovico, per domare gli
umori inquieti de' popoli della minore Bretagna, di portarsi con un
potente esercito in quella provincia, insieme coi suoi due figliuoli
_Pippino_ e _Lodovico_. Secondo gli abusi di que' tempi, anche i
vescovi, gli abati ed altri ecclesiastici, che aveano de' vassalli,
erano obbligati ad intervenirvi coll'armi. E v'intervenne appunto anche
_Ermoldo Nigello_ monaco, anzi per quanto portano le conghietture,
abbate di Aniana, che racconta[881] quella guerra, con protestar
nondimeno di non aver combattuto, nè sparso il sangue d'alcuno, e con
aggiungere un motto faceto del _re Pippino_, che al vedere la bella
figura di questo buon monaco guernito d'armi, non potè contener le risa,
e gli disse che andasse a studiar lettere; che questo era il suo
mestiere, e non già il maneggiar armi. Ecco le sue parole:
_Hic egomet scutum humeris ensemque revinctum_
_Gessi, sed nemo me feriente dolet._
_Pippin hoc aspiciens, risit, miratur et infit:_
_Cede armis, frater, literam amato magis_.
Questi erano i bei costumi d'allora, che durarono anche dipoi gran tempo
al dispetto di tutte le doglianze de' sommi pontefici e de' concilii, e
benchè Carlo Magno avesse promesso di esentar gli ecclesiastici della
guerra. Per più di quaranta giorni fu devastata la minore Bretagna,
tanto che quel popolo s'indusse alla sommessione e a dar degli ostaggi
per sicurezza delle loro promesse. Vennero nel novembre di quest'anno
all'udienza dell'imperador Lodovico[882] in Roano i legati di _Michele
Balbo_ imperadore d'Oriente, per confermar la pace fra l'uno e l'altro
imperio, e gli presentarono varii regali per parte del loro padrone. Si
servì di questa congiuntura _Fortunato patriarca di Grado_ per venire
anch'egli da Costantinopoli a trovar lo imperadore desideroso d'essere
rimesso in sua grazia. Ma quegli ambasciatori nulla parlarono in favore
di lui; ne parlò ben egli; ma l'imperadore il rimise al papa, come a
giudice competente dei suoi pari. Secondochè scrive il Dandolo[883]:
questo patriarca terminò il corso della sua instabile vita in Francia, e
lasciò per testamento alla chiesa di Grado molti ricchi arredi ch'egli
aveva acquistati nelle varie sue vicende. Suo successore nel patriarcato
di Grado fu _Venerio_, nato in Rialto, ossia nella nuova Venezia, che
rifabbricò in Grado molte chiese malcondotte dalla lor vecchiaia.
_Suppone_, già da noi veduto duca di Spoleti, godè per poco tempo della
sua fortuna, perchè per attestato degli Annali de' Franchi, mancò di
vita in quest'anno. Trovavasi allora in Italia a rendere giustizia ai
popoli per ordine degl'imperadori _Adalardo conte del palazzo_,
appellato il Minore. A lui fu conferito quel ducato; ma appena passarono
cinque mesi che anch'egli sloggiò da questa vita. In suo luogo venne
dichiarato duca di Spoleti _Mauringo ossia Moringo_, conte di Brescia,
che vedemmo nell'anno precedente delegato anch'esso dall'imperador
Lodovico insieme col suddetto Adalardo. Strana cosa parve che appena
ricevuta la nuova della dignità a lui conferita, cadde infermo, e passò
similmente al paese dei più. Pensa il conte Campelli[884] che a lui
succedesse nel governo di Spoleti _Guido I, ossia Guidone_ o _Widone_;
ma di ciò parleremo più abbasso. Nè vo' lasciar di dire che i legati
dell'imperador greco portarono all'Augusto Lodovico lettere del loro
padrone, dove si trattava del culto delle sacre immagini, contra le
quali esso Michele imperadore palesemente s'era dichiarato, per veder di
tirare nel suo partito il regno de' Franchi. Lodovico poscia inviò tutti
costoro a Roma, acciocchè di questo affare risguardante la Chiesa ne
fosse giudice il solo romano pontefice. Se vogliam credere ad essi
Greci, molte superstizioni e molti abusi s'erano introdotti nella
venerazion delle immagini. Ora Lodovico a cui dispiaceva la dissension
della Chiesa per questo affare, spedì anch'egli al papa i suoi legati,
con chiedergli licenza di tener delle conferenze coi vescovi per
disaminar questo punto, benchè già deciso nel concilio niceno II.