[777] Anast. Biblioth., in Leon. III.
[778] Idem, in Vit. Stephani IV.
[779] Astronom., in Vit. Ludov. Pii.
[780] Tegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 16.
[781] Ermold. Nighell., lib. 2, P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[782] Agnell., P. I, tom. 2, Rer. Ital.
[783] Anast., in Vit. Stephani IV.
[784] Annales Franc. Lambec. Annal. Franc. Hildesheim
[785] Ermold. Nigellus, Poemat., lib. 2.
[786] Annal. Franc. Laureshamens. Annal. Fran. Bertin.
[787] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.
[788] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[789] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.
Anno di CRISTO DCCCXVII. Indizione X.
PASQUALE papa 1.
LODOVICO PIO imperadore 4.
BERNARDO re d'Italia 6.
Abbiamo nella Cronica farfense una bolla di _Stefano IV_ papa, che
conferma ad _Ingealdo, abbate_ dell'insigne monastero di Farfa, tutti i
beni spettanti a quel sacro luogo. Fu essa scritta _per manus
Christophori scriniarii in mense januario. Datum X kalendas februarii
per manus Theodori Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante
domno Hludowico Augusto a Deo coronato, magno pacifico imperatore anno
III, et patriciatus ejus anno III, Indictione X._ In vece di
_patriciatus_ crede il p. Pagi[790] che fosse scritto _P. C. ejus_, cioè
_post consulatum ejus_. Impose esso papa ai monaci di Farfa una pensione
annua di dieci soldi d'oro. Ma godendo Farfa il privilegio dei monisteri
imperiali, se crediamo al Cronografo, per cura di _Lottario imperadore_
sotto Pasquale successore nel pontificato, fu levato l'obbligo di tal
pensione. Poco stette dipoi a dar fine ai suoi giorni il suddetto buon
papa _Stefano_, essendo egli stato rapito dalla morte il dì 24 di esso
mese di gennaio. Appena fu egli passato a miglior vita, che di piena
concordia restò eletto da tutto il clero e popolo romano il sommo
pontefice _Pasquale_ romano, rettore del monistero di santo Stefano,
situato presso la basilica vaticana, alle cui virtù Anastasio
bibliotecario[791], o qualunque sia l'autore della sua vita, tesse un
illustre elogio. Riferisce il suddetto autore della Cronica farfense una
bolla conceduta da lui in favore di quel monistero, e data _kal.
februarii per manus Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante
domno Hludowico piissimo perpetuo Augusto a Deo coronato magno pacifico
imperatore anno III, Indictione X,_ cioè nell'anno presente. Non si
truova in questa bolla menzione alcuna della pensione suddetta, e
vedremo poscia che ne' diplomi susseguenti di Lottario I Augusto essa
viene abolita. Ma ciò che potrebbe far sospettare della legittimità di
tal documento, si è, ch'esso è scritto nel primo giorno di _febbraio da
Teodoro nomenclatore della santa Sede apostolica_, quando
l'Astronomo[792], scrittore di quei tempi, ci fa sapere che papa
Pasquale _post expletam consecrationem solemnem_ (nel dì 25 di gennaio)
_legatos, ec. imperatori misit. Hujus legationis bajulus fuit Theodorus
nomenclator,_ ec. Se terminata che fu la consecrazione del nuovo papa,
_Teodoro_ fu spedito in Francia, come potè egli stendere quella bolla?
Ma dagli Annali lauresamensi si ha[793] che il papa dopo la
consecrazione spedì solamente lettera di scusa, e dipoi inviò Teodoro.
Però può egli aver tardato fin dopo il primo di febbraio a mettersi in
viaggio. Una particolarità poi si ricava dalle parole del medesimo
Astronomo, che così scrive del suddetto papa: _Legatos cum epistola
apologetica, et maximis muneribus imperatori misit, insinuans, non se
ambitione, nec voluntate, sed electione et populi acclamatione, huic
succubuisse potius quam insiluisse dignitati._ Odansi ancora gli Annali
lauresamensi: _Stephanus papa, postquam Romam venerat, mense, sed nondum
expleto, circiter VIII kalendas februarii diem obiit. Cui Paschalis
successor electus, post completam solemniter ordinationem suam, et
munera, et excusatoriam imperialem misit epistolam in qua sibi non solum
nolenti, sed etiam plurimum renitenti, pontificatus honorem veluti
impactum asseverat._ Questa lettera di scusa d'essere stato consecrato
papa Pasquale contra sua voglia, fa abbastanza intendere che ne' patti
della signoria di Roma conferita da Carlo imperadore e da Lodovico suo
figliuolo a Leone III e a Stefano IV sommi pontefici, vi doveva essere,
che per consecrare il nuovo papa eletto si dovesse aspettare
l'approvazione e il consenso dell'imperadore _pro tempore_. Abbiam
veduto che esso Stefano IV, il primo che dopo fatta la rinnovazion
dell'imperio romano nella persona di Carlo Magno, fu eletto papa e
consecrato immantenente, per attestato del medesimo autore della vita di
Lodovico, _praemisit legationem, quae super ordinatione ejus imperatori
satisfaceret_. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto il costume,
continuato poi per più secoli dai greci imperadori (chiamisi anche
abuso, che non importa), di non venire alla consecrazione del papa
eletto, se prima non era giunto l'assenso dell'imperadore, padrone
allora e sovrano di Roma, o almeno dell'esarcato de' Ravennati. Carlo
Magno e Lodovico Pio, succeduti nel dominio di Roma, non volendo essere
da meno dei precedenti Augusti, imposero questa medesima obbligazione ed
aggravio al clero e popolo romano. Ma ai Romani quest'obbligo e peso
parve sempre grave ed ingiusto; e giacchè era passato qualche tempo,
dappoichè essi Romani si erano staccati dall'ubbidienza de' greci
imperadori, che liberamente aveano consecrati i papi, non sapevano
accomodarsi sotto Lodovico Pio a questo giogo. Però senz'altro riguardo
vennero all'ordinazione di Stefano IV e di Pasquale, confidati nella
pietà e bontà di Lodovico Pio, che accetterebbe le scuse del loro
operato: nel che non s'ingannarono. Ma andando innanzi, vedremo
sostenuto con forza questo, chiamato dagl'imperadori diritto della
corona, e dai Romani abuso.
Aggiugne il suddetto Astronomo che _hujus legationis_ (di papa Pasquale)
_bajulus fuit Theodorus nomenclator, qui negotio peracto, et petitis
impetratis, super confirmatione scilicet pacti et amicitiae more
praedecessorum suorum, reversus est_. Altrettanto abbiamo dagli Annali
lauresamensi, ne' quali _missa alia legatione, pactum, quod cum
praedecessoribus suis factum fuerat, et secum fieri et firmari rogavit.
Hanc legationem Theodorus nomenclator et detulit, et ea quae petierat,
impetravit._ E qui non si può di meno di non rammentare la famosa
costituzione _Ego Ludovicus_, accennata da Leone Ostiense, riferita da
Graziano[794], e rapportata più ampiamente negli Annali
ecclesiastici[795]. Vien questa creduta un'impostura dal padre Pagi[796]
e da altri che ne recano le pruove; laonde a me pure non dee essere
disdetto l'esporre onoratamente il sentimento mio intorno ad essa, non
mosso da veruna passione, ma guidato dal solo amore della verità, la
quale, chiunque ancora ha sommo rispetto per la santa Sede, dee preferir
sempre alla bugia. Col voler sostenere opinioni inverisimili uno
scrittore non giova ad altrui; fors'anche gli nuoce e solamente può
guadagnare a sè stesso lo svantaggioso titolo di adulatore oppur quello
di sciocco. Ora io dico non potersi mai sostenere per documento
legittimo e veramente uscito dalla cancelleria di Lodovico Pio quella
costituzione. Vi manca la data: segno che ne resta una sola copia
informe, e non autentica, la quale non può far pruova sicura. Contiene
essa veramente molti stati che erano in dominio della Chiesa romana e
de' sommi pontefici. Ivi è confermata al papa la città di Roma col suo
ducato, ma colla giunta di queste parole: _Sicut a praedecessoribus
vestris_ (dovrebbe dire nostris) _usque nunc in vestra potestate et
ditione tenuistis et disposuistis_. S'è veduto in addietro, se con
sovranità, oppure con dipendenza i papi governassero Roma e il suo
ducato, e continueremo anche a vederlo. Ma non può stare che Lodovico
Pio confermasse o donasse a papa Pasquale _Siciliam sub integritate cum
omnibus adjacentibus, et territoriis maritimis,_ ec. La _Sicilia_ era
allora dell'imperator greco, con cui durava la pace e concordia,
confermata anche nell'anno presente, come si ha dagli Annali bertiniani.
Non si può mai credere che il papa chiedesse e l'imperador d'Occidente
donasse la roba altrui. Gli conferma ancora Lodovico _Patrimonia ad
potestatem et ditionem nostram pertinentia, sicut est patrimonium
Calabriae inferioris et superioris, et patrimonium neapolitanum._ Ma
evidente cosa è che l'imperadore non istendeva allora la sua podestà e
dominio sopra la _Calabria_, nè sopra _Napoli_, che erano allora sotto
la giurisdizione dell'imperador d'Oriente, e ciò senza contrasto alcuno.
Almeno non toccava a Lodovico Pio di confermare al papa degli allodiali
situati sotto il dominio altrui. Più sotto si lascia ai Romani la
libertà di consecrare il nuovo papa eletto, senza obbligo di attendere
l'approvazion dell'imperadore. E i fatti precedenti e i susseguenti,
siccome vedremo, convincono d'insussistenza una tal concessione. Lascio
andare altre riflessioni, bastando queste per conchiudere che non merita
d'essere attribuita quella costituzione, almeno tal quale essa è oggidì,
a Lodovico Pio; e potersi con tutto fondamento sospettare che nascesse
quella carta, oppur fosse alterato ed interpolato il vero documento, nel
secolo undecimo, dappoichè i pontefici cominciarono a muovere delle
pretensioni sopra la Sicilia, e a non voler sofferire che gli imperadori
avessero mano nella creazion de' papi: tempo appunto in cui Leone
Ostiense cominciò a farne menzione. Una costituzione diversa da questa
viene accennata dal Dandolo nella sua Cronica[797].
Bollivano intanto delle controversie di confini nella Dalmazia tra i due
imperadori d'Occidente e d'Oriente, perchè la Dalmazia mediterranea
apparteneva al primo, la marittima al secolo. Forse ancora verso il
Levante non erano per anche bene stabiliti i confini[798]. Niceforo
ambasciatore di Leone imperador dei Greci spedito ad Aquisgrana
nell'anno presente, trattò di questo affare; ma perchè non si trovava
allora alla corte _Cadaloo_, ossia _Cadolaco_, a cui spettava la cura di
que' confini, bisognò aspettare. E da ciò possiam dedurre che Cadaloo
fosse in questi tempi duca o marchese della marca del Friuli, ed avere
unita al suo governo la Dalmazia franzese. Venuto poi Cadaloo ad
Aquisgrana, e conoscendosi necessaria l'ispezione de' siti, fu egli col
greco ambasciatore inviato in Dalmazia, e datogli per aggiunta Albigario
nipote d'Unroco, uno probabilmente degli antenati della famiglia di
Berengario, che fu poi re d'Italia sul fine di questo secolo. In
quest'anno ancora, quantunque i Danesi dessero a credere di voler pace,
Lodovico Augusto fece lor guerra in aiuto di _Erioldo re_ scacciato da
essi. Ma la più solenne azione fatta nel presente anno dall'imperadore
Lodovico fu l'aver egli in tempo di state adunata in Aquisgrana la
general dieta de' suoi stati[799], dove propose di dichiarar imperadore
e suo collega nell'imperio _Lottario_ suo primogenito. _Tunc omni populo
placuit, ut ipse se vivente, constitueret unum de suis filiis imperare,
sicut pater ejus fecerat ipsum_. Restò in fatti proclamato e coronato
imperador dei Romani ed Augusto esso Lottario, con gran giubilo e festa
del popolo; e dal giorno di questa sua esaltazione alcuni cominciarono a
contar l'epoca del di lui imperio. I due suoi fratelli, cioè _Pippino_ e
_Lodovico_, amendue, o prima o allora dichiarati re, furono mandati dal
padre l'uno in Aquitania, l'altro in Baviera, cioè ne' regni destinati
per loro porzione. Confessa Tegano[800] che _ob hoc_, cioè per la
dignità imperiale conferita a Lottario _ceteri filii indignati sunt_;
perchè l'essere d'imperadore portava superiorità non solo d'onore, ma di
comando e di giurisdizione sopra dei re, e sopra tutta la monarchia
franzese.
Più nondimeno di que' due fratelli se l'ebbe a male _Bernardo_ re
d'Italia. Non gli mancarono dei cattivi consiglieri che gli persuasero
di non sofferir la risoluzione presa dall'Augusto suo zio,
rappresentandogli, come si può credere, che a lui, siccome figliuolo di
_Pippino_ già re d'Italia, maggiore d'età che Lodovico Pio di lui
fratello, competeva maggior diritto all'imperio, e tanto più, perchè chi
era re d'Italia, parea più conveniente che fosse anche imperadore.
Pertanto lo sconsigliato giovinetto principe, senza considerare che la
sua nascita pativa delle eccezioni, e che le forze sue non poteano
competere col monarca delle Gallie e della Germania, e che massimamente
per l'interposizione di Lodovico Pio, Carlo Magno l'avea fatto re
d'Italia: si diede a far gente e a meditar ribellione[801]. Fu inviata
all'imperador Lodovico, nel mentre che tornavava in Aquisgrana, questa
nuova da più d'uno, ma principalmente da _Rataldo_ vescovo di Verona
(chiamato da altri _Rotaldo_) e da _Suppone_ conte di Brescia, con
supporgli che Bernardo avesse già preso tutti i passi alle Chiuse
dell'Italia, e messe ivi delle guarnigioni, e che tutte le città
d'Italia avessero mano in questa congiura: il che in parte era vero e in
parte falso. Però l'Augusto Lodovico con somma prestezza raccolto un
potente esercito da tutta la Gallia e Germania, s'inviò senza dimora
alla volta d'Italia. Non ci volle di più per far rientrar in sè stesso
il mal accorto Bernardo, che scorto oramai di non aver possanza da
contrastare coll'Augusto zio, perchè di dì in dì s'andavano ritirando da
lui e desertando le truppe italiane, prese finalmente il partito di
ricorrere alla clemenza dell'irritato imperadore. Deposte dunque l'armi,
andò fino alla città di Sciallon in Borgogna a gittarsi ai di lui piedi.
Gli tennero dietro altri che avevano avuta parte nella congiura, fra'
quali specialmente sono menzionati _Eggideo_, uno dei più confidenti
d'esso re Bernardo, _Rinaldo_ cameriere d'esso re, e _Reginario_ già
conte del palazzo dell'imperadore e figliuolo di Meginario conte.
Trovaronsi inoltre mischiati in questo trattato _Anselmo_ arcivescovo di
Milano, _Wolfoldo_ vescovo di Cremona, e, quel che è più da stupire,
_Teodolfo_ vescovo d'Orleans in Francia, sedotti forse dall'amore verso
l'Italia sua patria. Questi personaggi, non solamente dopo la deposizion
dell'armi spontaneamente si misero nelle forze dell'imperadore, ma anche
ai primi interrogatorii scoprirono tutta l'orditura della lor tela. Noi
non abbiamo se non gli autori franzesi che parlano di questo affare. Per
buona ventura, pochi anni sono, Gian Burcardo Menchenio diede alla luce
una Cronichetta longobarda, composta da Andrea prete italiano[802] in
questo medesimo secolo, e da me ristampata[803], che scrive essere stato
fraudolentemente chiamato in Francia l'infelice Bernardo
dall'_imperadrice Ermengarda_, e ch'egli dopo aver ricavato dagli
ambasciatori che doveano averne sufficiente mandato, un giuramento di
sicurezza o salvocondotto per la sua persona, v'andò: e male per lui.
_Conjux ejusdem Ludovici, Hermengarda nomine, inimicitiam contra
Bernardum Langobardorum regem gerens, mandavit ei, quasi pacis gratia,
ad se veniret. Ille ab his nobilibus legatis sacromenta fidei suscepit,
in Franciam ivit_. Comparirà molto probabile un tal racconto. Fu intanto
messo in prigione il misero re, e tutti i complici di quella congiura.
In quest'anno ancora attese il pio imperador Lodovico alla riforma dei
monisteri, valendosi specialmente dell'opera di Benedetto abbate già di
Aniana, e allora d'Inda[804], uomo di santa vita, e tale, per sentimento
d'alcuni, che potea gareggiare nelle virtù con san Benedetto patriarca
dei monaci in Occidente. Ordinò ancora l'uniformità del rito benedettino
per tutti i monisteri. Fino a quest'anno _Grimoaldo Storesaiz_,
principe, ossia duca di Benevento, tenne le redini del governo di quegli
stati. Avea fatto ricorso a lui _Sicone_, uomo nobile e riguardevole di
Spoleti, prima dell'anno 810, perchè era incorso nella disgrazia di
_Pippino re d'Italia_. L'Anonimo salernitano lo racconta nella storia da
me data alla luce[805]. Grimoaldo l'accolse umanamente, e il fece conte
di Agerenza. Per cagione di caccia sorse da lì a molto tempo amarezza e
discordia fra i due figliuoli del suddetto Sicone, cioè _Sicardo_ e
_Siconolfo_ dall'una parte, e _Radelchi_ ossia _Radelgiso_ conte di
Conza. Fecene querela Radelchi al duca Grimoaldo, che, per placarlo,
spedì subito ordine a Sicone di comparirgli innanzi senza dimora. Da
questa citazione, ben conoscendo d'onde veniva il vento, spaventato
Sicone, già pensava a fuggirsene per mare a Costantinopoli; ma penetrato
dal popolo di Agerenza questo suo disegno, tanto era l'amore che gli
portavano, che il confortarono a non abbandonarli, esibendosi tutti
pronti di dar la vita per lui. Perciò egli rispose a Grimoaldo di non
poter venire per trovarsi infermo. Da questa risposta, ma più dalle
frange che vi fece Radelgiso, irritato il principe, raunato lo esercito,
si portò all'assedio di Agerenza. Sostenne quel popolo vigorosamente la
difesa di quella città, e riuscì anche un dì ai figliuoli di Sicone di
dare una fiera spelazzata a quei di Conza, in maniera che stentò il loro
conte Radelgiso a mettersi in salvo. Ma perchè scappò detto un giorno a
Grimoaldo che gl'incresceva di far quella guerra ad un nobile straniero,
ricevuto da lui sotto la sua fede, Radelgiso uomo accorto, mutata
massima, si esibì di condur Sicone alla di lui presenza. Entrato in
fatti in Agerenza, e pacificatosi con Sicone, anzi formata lega con lui,
il menò davanti a Grimoaldo, che gli perdonò. Da lì innanzi il gran
pensiero di Radelgiso altro non fu che la rovina del duca, con desiderio
e speranza d'occupar egli il principato: al quale fine andò guadagnando
al suo partito molti del popolo. Ma Dauferio, uomo nobilissimo, co' suoi
due figliuoli Roffrido e Potelfrido si dichiarò per invidia in favor di
Sicone. Pretendendosi poscia un giorno esso Dauferio ingiuriato dal
_duca Grimoaldo_, talmente mise alla punta i suoi figliuoli, che preso
seco un sicario per nome Agelmondo, il misero a morte. Se vogliam
prestar fede al suddetto Anonimo salernitano, Grimoaldo era odiato per
la sua avarizia, per gli affronti e per le minacce che faceva ai grandi,
e per le oppressioni che inferiva al minuto popolo. Ma Erchemperto,
scrittore di maggiore antichità e credito, cel rappresenta per uomo
mansueto e di dolci costumi; e scrive che Radelchi conte di Conza e
Sicone gastaldo di Agerenza, ingrati agli onori ricevuti da Grimoaldo,
cospirarono contra di lui; e che trovandosi egli ridotto agli ultimi
respiri per qualche malattia, gli affrettarono con delle ferite la
partenza dal mondo. Non essendo restata prole di Grimoaldo, si venne dal
popolo all'elezione d'un nuovo principe di Benevento; e son d'accordo
Erchemperto e l'Anonimo salernitano, che specialmente per opera e
persuasione di Radelgiso (che se n'ebbe poscia a pentire) fu alzato al
trono _Sicone_.