[766] Rer. Ital. P. I, tom. 2.
[767] Anastas. Bibliothecar., in Vita Leonis III.
[768] Astronomus, in Vita Ludovici Pii. Eginhardus, Annal. Franc.
Annales Franc. Bertiniani.
[769] Annal. Fuldens. Lambec.
[770] Theganus, de Gest. Ludovici Pii, n. 14.
[771] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[772] Pagius, ad Annal. Baron.
[773] Eccard., Rer. Franc., lib. 27.
[774] Ante Chronic. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[775] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[776] Erchempertus, Hist. Princip. Langobard., n. 7.
Anno di CRISTO DCCCXVI. Indizione IX.
STEFANO IV papa 1.
LODOVICO PIO imperadore 3.
BERNARDO re d'Italia 5.
Durò il pontificato di _Leone III_ papa fino al presente anno, in cui fu
chiamato da Dio a miglior vita nel dì 11 di giugno, o in quel torno.
Anastasio bibliotecario[777], qualunque sia l'autore della sua Vita, è
assai digiuno nel racconto delle sue azioni, ma diffusamente poi parla
delle tante fabbriche e de' risarcimenti da lui fatti alle chiese in
Roma e fuori di Roma, e dei doni ed ornamenti preziosi ch'egli alle
medesime contribuì. In questo, più che in altro sfoggiava in questi
tempi la divozion de' Cristiani, e papa Leone profuse in ciò assaissimi
tesori. Dopo dieci giorni di sede vacante fu eletto in suo luogo
_Stefano_, _quarto_ di questo nome[778], diacono della santa romana
Chiesa, che dianzi co' suoi piissimi costumi, con una vita veramente
ecclesiastica, e con predicare al popolo la parola di Dio, s'era
guadagnato l'affetto e la venerazione di tutto il clero e popolo romano.
Siccome abbiamo dall'autore della vita di Lodovico Pio[779], consecrato
ch'egli fu, si lasciò intendere di voler passare in Francia, per
abboccarsi collo imperadore, dovunque a lui piacesse. _Praemisit tamen
legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret_: parole
che indicano già nata in Lodovico Augusto la pretensione che non
s'avesse a consecrare il papa eletto senza il consentimento suo. Oltre a
ciò, siccome abbiam da Tegano[780], scrittore contemporaneo, _statim
postquam pontificatum suscepit, jussit omnem populum romanum fidelitatem
cum juramento promittere Ludovico_: parole che presso gl'intendenti non
han bisogno di spiegazione. Fu sommamente caro al pio imperadore d'udire
che il sommo pastor della Chiesa volesse venir a trovarlo; sebbene
Ermoldo Nigello suppone essere stato chiamato in Francia da Lodovico
esso pontefice. Comunque sia, mandò tosto l'imperadore ordine a
_Bernardo re d'Italia_ di accompagnarlo nel viaggio. Altri messi inviò
ad incontrarlo, allorchè fu entrato in Francia, ed egli si fermò nella
città di Rems ad aspettarlo. Quando poi fu in vicinanza di alquante
miglia dalla città, furono a riceverlo _Ildebaldo arcicappellano_ del
sacro palazzo, _Teodolfo vescovo di Orleans_, _Giovanni vescovo
d'Arles_, ed altri sacri ministri, tutti vestiti co' sacri abiti
sacerdotali. Un miglio poi fuori della città lo stesso imperadore con
isplendido accompagnamento l'accolse. Smontato da cavallo, tre volte
s'inginocchiò davanti al papa. Dice di più Tegano, che _princeps_ (cioè
_Lodovico_, dopo essere scesi amendue da cavallo) _se prosternens omni
corpore in terram tribus vicibus ante pedes tanti pontificis, et tertia
vice erectus, salutavit pontificem_. Ermoldo Nigello[781], che più
diffusamente degli altri descrive la andata in Francia di papa Stefano,
succeduta ai suoi tempi, racconta che il pontefice alzò da terra
l'imperadore, e il baciò. Dopo di che, preceduto da tutto il clero
cantante il _Te Deum_, andarono alla chiesa, dove il clero romano intonò
le acclamazioni consuete all'Augusto Lodovico, e il papa terminò
coll'orazione l'allegrissima funzion di quel dì. Nel giorno seguente fu
accresciuta l'allegria da un solennissimo convito, che l'imperador diede
al papa, con regalarlo ancora da par suo. Nel terzo giorno fu invitato
l'imperadore dal papa ad un somigliante magnifico convito, in cui anche
il papa gli fece de' suntuosi presenti. Venuto il quarto giorno, ch'era
domenica, essendo raunato tutto il clero e popolo nella gran basilica,
papa Stefano con una corona d'oro tempestata di gemme coronò ed unse col
sacro crisma l'_imperador Lodovico_, e similmente l'_imperadrice
Ermengarda_ sua moglie, con aggiugnere dipoi nuovi regali all'uno e
all'altra. Veggasi Ermoldo Nigello, il quale annovera appresso i
donativi fatti da Lodovico a Stefano di vasi d'oro e d'argento, di vesti
e cavalli, conchiudendo poi il catalogo con dire.
_Plura quid hinc memorem? nam centuplicata recepit_
_Munera Romanis quae arcibus extulerat._
Agnello[782] nelle Vite de' vescovi di Ravenna scrive che papa Stefano
andò in Francia all'imperador Lodovico, _et quidquid postulavit ab eo,
accepit_. E dal suddetto Ermoldo abbiamo che l'imperadore confermò i
privilegii alla Chiesa romana, ordinando,
_Ut res Ecclesiae Petri, sedisque perennis_
_Inlaesae vigeant semper honore Dei._
_Ut prius ecclesia haec, pastorum munere fulta,_
_Summum apicem tenuit, et teneat, volumus._
_Addimus at, praesul, tantum eat ut supra locutum,_
_Justitiam recolat, qui sedet arce Petri._
Preso poi congedo dall'imperadore, s'incamminò il papa verso l'Italia;
ma prima di farlo, secondochè avvertì Anastasio[783], avendo trovato in
Francia molti Romani banditi per le enormità da lor commesse contro la
Chiesa romana e contra del suo predecessore Leone, tutti con somma
clemenza e carità seco li ricondusse a Roma. Arrivato _papa Stefano_ a
Ravenna, per attestato del suddetto Agnello, _Martino arcivescovo_ fu ad
incontrarlo, e si baciarono insieme. Nel dì seguente celebrò messa il
pontefice nella basilica orsiana, _et ostendit sandalias Salvatoris,
quas omnis populus vidit_.
Fece l'imperador Lodovico[784] nell'ottobre dell'anno presente (e non
già del seguente, come con errore scrisse lo Astronomo nella di lui
Vita); fece, dissi, raunare un concilio numerosissimo di vescovi ed
abati in Aquisgrana; e siccome principe piissimo e sommamente bramoso di
veder fiorire la pietà e regolatezza del clero secolare e regolare,
ordinò che si stendesse la regola de' _canonici_ e quella delle
_canonichesse_. Fu eziandio stabilito che i _monaci_ esattamente
seguitassero la regola di s. Benedetto. Era già introdotto in varie
chiese cattedrali l'uso de' _canonici_, che viveano nel medesimo
chiostro, annesso alla cattedrale, ad una mensa comune, e in coro
cantavano i divini uffizii, non solamente di giorno, ma anche di notte,
non meno che si facessero i monaci d'allora. Quel solo che li
distingueva dai monaci, era l'abito, e il poter ritenere la proprietà
dei lor beni patrimoniali; e il titolo di _priore_, e non d'_abbate_, si
dava al loro capo. Gran cura si prese il pio imperadore perchè si
dilatasse per tutte le chiese, non solo della Francia e Germania, ma
anche dell'Italia, questo lodevole istituto, per cui si accresceva il
culto di Dio e il decoro delle cattedrali. E a' suoi desiderii tenne
dietro il buon successo, perciocchè a poco a poco s'andò introducendo
anche in Italia, in guisa che in quel secolo poche chiese rimasero in
Italia che non avessero il collegio de' lor canonici, viventi secondo la
regola proposta nel concilio suddetto. Attesta poi Ermoldo Nigello[785],
che venuto l'imperador Lodovico a Compiegne (due parole ne dice anche
l'Anonimo nella vita di lui), quivi fece una spedizione di messi per
tutto il suo imperio a disaminar la vita de' vescovi e del clero
secolare, e parimente de' monaci e delle monache, con ordine di notar
tutto, e di riferire a lui tutto quanto ritrovavano degno di lode e
bisognoso di correzione.
_Nunc nunc, o missi, certis insistite rebus,_
_Atque per imperium currite rite meum;_
_Canonicumque gregem, sexumque probate virilem,_
_Femineum nec non, quae pia castra colunt._
_Qualis vita, decor, qualis doctrina, modusque,_
_Quantaque religio, quod pietatis opus._
_Pastorique gregem quae convenientia jungat,_
_Ut grex pastorem diligat, ipse ut oves._
_Si sibi e laustra, domos, potum, tegimenque, cibumque_
_Praelati tribuant tempore sive loco._
Ebbe l'imperador Lodovico in quest'anno da impiegar le sue armi contro
agli Slavi, o Sclavi Sorabi, che pareano disposti alla ribellione. Un
esercito[786] raunato dalla Franconia e Sassonia li mise tosto in
dovere. S'erano anche apertamente ribellati i popoli della Guascogna
abitanti nella falda orientale de' Pirenei. Due spedizioni furono fatte,
per le quali tornarono all'ubbidienza con poco lor gusto. Trovandosi in
Compiegne, diede un diploma con varie esenzioni[787] al monistero di s.
Salvatore di monte Amiate in Toscana nel territorio di Chiusi, e ad
_Andoaldo abbate_, con lasciar ai monaci la libertà di eleggersi i di
lui successori, _per nostram auctoritatem et consensum, vel dilecti
filii nostri Bernardi regis_. Fu dato quel privilegio _XV kal. decembr.
anno, Christo propitio, III domni Ludovici piissimi Augusti, Indictione
X. Actum Compendio palatio_. Nel catalogo dei duchi di Spoleti[788],
posto avanti alla Cronica del monistero di Farfa, si legge sotto questo
anno _Geraldus dux_: il che ha fatto credere che in quest'anno egli
fosse eletto duca di Spoleti, quantunque, siccome vedremo all'anno 821,
_Guinigiso_ seguitasse ad essere duca di quella provincia. Di questo
parleremo più abbasso. Il conte Campelli[789] francamente scrive che
questo _Geraldo_, appellato altrove più rettamente _Gerardo_, era
figliuolo del suddetto Guinigiso, e che dal padre fu _dichiarato suo
compagno nel ducato_, mentre vivea tuttavia _Romano_ altro suo
figliuolo, già creato duca. Ma non sappiam di certo che Gerardo fosse
figliuolo di Guinigiso; nè sussiste che Guinigiso godesse l'autorità di
dichiararsi un collega nel ducato, perchè ciò apparteneva
all'imperadore, o pure al re d'Italia; e meno qui sussiste (siccome si
osservò all'anno 806) che quel _Romano_ fosse figliuolo di Guinigiso, e
duca anche egli vivente di Spoleti. Può ben l'accurato storico produrre
le sue conghietture intorno ai fatti antichi che egli descrive, ma non
dee già spacciare come fatti indubitati i suoi sogni, perchè facilmente
si fabbrica un inganno ai lettori.