NOTE:

[754] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[755] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.

[756] Ermold. Nighel., lib. 2, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[757] Theganus, in Vit. Ludovici Pii, cap. 11.

[758] Eginhard., in Annal. Franc.

[759] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.

[760] Chron. Farfense, P. II. tom. 2 Rer. Ital.

[761] Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 814.

[762] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.

[763] Ermold. Nigellus, lib. 2, P. II, tom. 2, Rer. Italic.

[764] Annal. Francor. Lambecii.

[765] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

Anno di CRISTO DCCCXV. Indiz. VIII.

LEONE III papa 21.

LODOVICO PIO imper. 2.

BERNARDO re d'Italia 4.

Racconta Agnello nelle Vite degli arcivescovi di Ravenna[766], che

_Martino_ fu eletto arcivescovo di quella città, e consecrato in Roma

dalle mani di _papa Leone_; e ciò prima che mancasse di vita _Pippino re

d'Italia_, cioè prima dell'anno 810. Ch'egli ritornato a Ravenna, spedì

tosto in Francia i suoi messi a notificar la sua assunzione, e che

questi furono ben veduti da Carlo Magno. Esso arcivescovo fu che diede a

godere allo stesso Agnello, che era in questi tempi tuttavia fanciullo,

il monistero di _s. Maria ad Blachernas_, con averne ricevuto in regalo

dugento soldi d'oro, perchè allora la simonia non era cosa forestiera in

Italia. Di quest'oro colla giunta di altro egli fabbricò un vaso a guisa

di chiocciola marina, che serviva al sacro crisma. Aggiugne quello

storico, che dopo la morte di Carlo Magno, papa Leone mandò a Ravenna

Crisafio suo cameriere, e molti muratori per rifare il tetto della

basilica di s. Apollinare. Contribuì il papa molto di sua borsa per

cotal fabbrica; ma costò eziandio di molte spese ai cittadini di

Ravenna, e di grandi aggravii anche alle altre città dell'esarcato.

Parimente Anastasio[767] fa menzione di questa pia liberalità del papa

verso la basilica suddetta, e racconta altri doni ad essa fatti dal

memorato pontefice. Ora avvenne per attestato del medesimo Agnello, che

questo arcivescovo cadde in disgrazia di papa Leone, senza addurne a noi

il motivo. Perciò il pontefice mandò un suo legato in Francia

all'_imperador Lodovico_ per chiedere licenza di poter procedere contra

d'esso prelato, e l'ottenne. Spedì Lodovico apposta _Giovanni vescovo

d'Arles_ con ordine di presentarlo al papa. Venuto a Ravenna questo

prelato, fece l'intimazione all'arcivescovo, che mostrò prontezza ad

ubbidire; e fecero sigurtà di duemila soldi d'oro alcuni cittadini

ravegnani, che egli andrebbe a Roma, a riserva dell'infermità di corpo.

Pertanto da lì a dieci dì Martino si mise in viaggio; ma giunto che fu

_ad Novas_, quasi quindici miglia lungi da Ravenna, _ubi olim fuit

civitas nunc dirupta_, di cui si ha menzione anche nelle Tavole

itinerarie, e che dal Cluverio vien creduta _Porto Cesenatico_, quivi

finse di cader malato, e mandò questa scusa al papa, che al riceverla

battè i piedi. Tuttavia ebbe licenza di tornarsene a Ravenna, dove

trattò in Apolline il vescovo d'Arles, probabilmente guadagnato prima da

lui, e gli donò varii vasi di argento e le alape d'oro (forse le

coperte) dei santi Evangelii. Non è improbabile che desistesse papa

Leone dal procedere ulteriormente contra del suddetto arcivescovo,

perchè ad esso ancora toccarono in quest'anno delle traversie assai

pericolose e disgustose. Non si sa perchè Anastasio bibliotecario

trasandasse questa rilevante partita della vita d'esso pontefice. Abbiam

solamente gli Annali de' Franchi, i quali ne fanno menzione. Durava

tuttavia il mal animo di alcuni principali e potenti fra i Romani contra

di papa Leone, verisimilmente fin qui tenuti in dovere dalla paura di

Carlo Magno, fedel protettore della santa Sede[768]. Morto lui,

tramarono una congiura per levar di vita esso pontefice; ma avutone egli

sentore, li fece prendere e li diede in mano della giustizia. Convinti

di questo reato, secondo le leggi romane furono sentenziati a morte, e

la sentenza ebbe esecuzione. Giuntone l'avviso all'imperadore, se lo

ebbe forte a male, parendogli troppo rigorosamente gastigati i rei da un

papa primo vescovo della Cristianità. Può eziandio conghietturarsi

ch'egli temesse per questo fatto delle rivoluzioni, onde venisse a

perdere non men egli che il papa il dominio di Roma. Per questo spedì

immantinente a _Bernardo re d'Italia_ ordine di portarsi a Roma

unitamente con _Geroldo conte_, affin di prendere le informazioni di

questo strepitoso fatto. Andò Bernardo, ma appena fu in Roma, che restò

preso da alcune febbri. Nondimeno Geroldo in sua vece raccolse quanto

occorreva, e rimessosi in cammino, ne portò le notizie all'imperadore.

Il papa, o perchè temesse, o perchè sapesse che non erano molto

favorevoli per lui le relazioni del re Bernardo e di Geroldo, non tardò

a spedire anch'egli alla corte i suoi inviati, cioè _Giovanni vescovo di

Selva Candida_, Teodoro nomenclatore e _Sergio duca_, a' quali riuscì di

giustificare presso dell'Augusto Lodovico tutto quanto aveva in tal

congiuntura operato il papa. Ma non passò gran tempo che il pontefice

Leone cadde infermo di malattia tale, che fu giudicata da molti

disperata la di lui salute. Allora si sollevarono i Romani, ed armati si

portarono a distruggere i poderi e i casali di villa che di fresco egli

avea fabbricato; e senza aspettare sentenza di giudice alcuno, andarono

a ripigliarsi que' beni che esso papa avea lor confiscati, pretendendo

ingiusto un sì fatto confisco. Avvertito di questa commozione il re

Bernardo, diede incontanente commessione a _Guinigiso duca di Spoleti_

di passare a Roma con alcune squadre d'armati, e di smorzar

quell'incendio: il che fu puntualmente eseguito da esso duca. Di tutto

il successo diede avviso il re Bernardo all'imperadore.

Desideroso in quest'anno esso Augusto di rimettere in trono _Erioldo re

di Danimarca_, che s'era ricoverato sotto la ombra del suo patrocinio,

spedì una potente armata di Sassoni e di Sclavi Obotriti verso quel

regno. Ma venuto ad accamparsi contra di loro uno non men poderoso

esercito di Danesi, giudicarono i Sassoni più sicuro partito il

ritirarsi a casa, contentandosi del sacco dato ad un tratto di paese, e

di aver seco condotti alcuni ostaggi. Fu nondimeno cagione questo

armamento che i Danesi inviarono legati a trattar di pace. Secondo altri

Annali[769], tenne l'imperadore una dieta in Paderbona nel primo dì di

luglio, alla quale intervennero _Lottario re di Baviera_ e _Pippino re

d'Aquitania_, suoi figliuoli: dal che si può dedurre ch'egli avesse già

conceduto loro il titolo di re. Giunse colà anche _Bernardo re

d'Italia;_ e Tegano[770] scrive: _Bernardus ibi ad eum venit, quem

dimisit ire iterum in Italiam_. Tornarono ancora da Costantinopoli i

legati colà spediti, seco portando la concordia, di nuovo e

vantaggiosamente assodata con _Leone imperador de' Greci_, il quale in

questi tempi risvegliò e sostenne la setta degl'iconoclasti, con passar

anche a perseguitare i monaci ed altri che proteggevano il culto delle

sacre immagini, fra' quali _s. Teodoro Studita_ ed altri santi uomini

furono cacciati in esilio. Risulta poi dalle memorie del monistero di

Farfa[771], che Scatolfo e Formosa sua moglie fecero una donazion di

beni a quel sacro luogo _anno II Ludovici imperatoris, II Bernardi

regis, XXVI Guinichis ducis, mense januario, Die XVII, Indictione VIII_,

cioè nell'anno presente. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non reggere

l'opinione del p. Pagi[772] e dell'Eccardo[773], che stimarono

_Guinigiso duca di Spoleti_ poco fa nominato, da cui fu quetato il

tumulto di Roma, diverso da _Guinigiso_ creato duca di quella provincia

nell'anno 789, perchè nel catalogo dei duchi spoletini[774] all'anno 814

si legge _Guinichus dux_, quasichè questi sia stato figliuolo del primo.

La carta suddetta ci fa conoscere che un solo _Guinigiso_ continuava

tuttavia a reggere il ducato di Spoleti, nè sussistere l'immaginazione

di due diversi duchi di questo nome. In vece di _anno II Bernardi

regis_, probabilmente quivi si leggerà anno III, per le ragioni che

altrove[775] addussi; potendo nulladimeno essere che due diverse epoche

di questo re si usassero, l'una dall'anno 812 in cui egli venne in

Italia, e l'altra dal susseguente, allorchè ebbe il titolo di re. Forse

nell'anno presente accadde ciò che narra Erchemperto[776] di _Grimoaldo

Storesaiz_, principe ossia duca di Benevento. Mentre egli andava a

Salerno, Dauferio, uomo fra' suoi di gran possanza, gli avea tese delle

insidie ad un ponte. Se ne avvide Grimoaldo, e rinforzato dalla gente

sua passò oltre senza molestia. Fece poi mettere in prigione gli

artefici di tal cospirazione. Dauferio ebbe la sorte di salvarsi colla

fuga a Napoli, e fu ben ricevuto dai Napoletani. Ciò mise in gran

collera Grimoaldo, e però senza perdere tempo corse colla sua armata

addosso a Napoli, e quella assediò, con fare strage dei Napoletani,

qualunque volta osavano di uscire contra di lui. Il duca di Napoli, che

probabilmente era _Antimo_, tanto s'ingegnò, che con lo sborso di

ottomila soldi d'oro il placò, e rimise in grazia di lui Dauferio: il

che diede fine alla guerra.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 157 / 339 题