[742] Annal. Franc. Metenses. Annales Francor. Bertiniani. Eginhard., in
Annal. Franc.
[743] Theoph., in Chronogr.
[744] Constantinus Porphyrogenneta, in Vita Basil., lib. 1.
[745] Annales. Francor. Moissiacens. Lambecius, Annales Francor.
[746] Theganus, in Vit. Ludovici Pii, c. 6.
[747] Annal. Franc. Loiselian. Annales Francor. Lauresamens.
[748] Tom. 2 Rer. Franciar. Du-Chesne.
[749] Annal. Franc. Eginhardi.
[750] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[751] Labbe, Concilior., tom. VII.
[752] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[753] Antiquit. Italic., Dissert. LXX.
Anno di CRISTO DCCCXIV. Indizione VII.
LEONE III papa 20.
LODOVICO PIO imperad. 1 e 2.
BERNARDO re d'Italia 3.
L'ultimo anno della vita dell'imperador _Carlo Magno_ fu questo.
Infermatosi egli in Aquisgrana con doglia di costa, nel dì 28 di gennaio
rendè l'anima al suo Creatore nell'anno settantuno della sua età, pieno
di vittorie e di gloria, pieno di meriti presso Dio e presso gli uomini.
Chi prendesse ad uguagliar questo monarca agli Augusti, ai Trajani, ai
Marchi Aurelii, troverebbe facilmente delle ragioni per sostenere il suo
assunto. Ma in una parte possiamo anche dire ch'egli superò
quegl'imperadori eroi del paganesimo. Perciocchè trovarono quegli
Augusti il romano imperio tuttavia florido, tuttavia forte per una
smisurata potenza, pulito ne' costumi, ben disciplinato nella milizia, e
regolato da sagge provvisioni e leggi nel suo governo. Ma Carlo Magno
trovò ne' suoi Franchi e nelle nazioni da lui soggiogate non poca
barbarie, una somma ignoranza ed infiniti altri disordini. Seppe egli
nondimeno colla sua gran mente e indefessa applicazione dare buon sesto
a tutto, ripulire i costumi dei suoi popoli, rimettere in buono stato lo
studio delle lettere, ch'egli medesimo con gran fatica procacciò a sè
stesso, dappoichè cominciò a regnare. Nè solamente si sparse il benefico
influsso del suo mirabil genio sopra de' secolari; ne furono anche a
parte, ed anche più degli altri, gli ecclesiastici, alla riforma e buon
ordine de' quali egli continuamente dimostrossi intento. Leggansi i suoi
Capitolari, ossia le sue leggi: tutte spirano sapienza, pietà e
giustizia. Colle tante sue militari imprese e vittorie accrebbe egli a
dismisura la monarchia franzese. Perciocchè, siccome lasciò scritto
Eginardo[754], egli ebbe sotto il suo dominio tutto quant'è oggidì il
regno di Francia; conquistò nella Spagna la maggior parte della
Catalogna, la Navarra e parte dell'Aragona; stese la sua signoria per la
Fiandra, Olanda e Frisia fino ad Amburgo, e di là dall'Elba. Sottoposte
a lui furono le allora ampie provincie della Sassonia e Baviera colla
Franconia, Svevia, Turingia, con gli Svizzeri e con altre provincie
della Germania. Alle sue mani vennero la due Pannonie colla Dacia e la
Boemia, l'Istria, la Liburnia e la Dalmazia, con varii paesi della
Schiavonia. Finalmente ebbe sotto il suo comando _Italiam totam, quae ab
Augusta Praetoria usque in Calabriam inferiorem, in qua Graecorum et
Beneventanorum constat esse confinia, decies centum et eo amplius
passuum millibus passuum longitudine porrigitur_: parole chiare di
quell'accreditato storico e uffiziale della corte di esso Carlo Magno,
che si oppongono a chi volesse escludere dal suo sovrano dominio Roma
col suo ducato, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, il ducato di
Spoleti, o altra contrada d'Italia. Ma chi vuol pienamente conoscere la
virtù e i pregi di questo gloriosissimo monarca, non ha che da ricorrere
alle vite che lasciarono scritte di lui il suddetto Eginardo, il monaco
di Engoulemme, il monaco di san Gallo, ed altri presso il
Du-Chesne[755]. Però con troppa ragione a lui fu dopo morte dato dai
popoli e dagli scrittori il titolo di _Magno_; e le imprese sue
s'andarono da lì innanzi cantando per le città, con aver forse preso di
là il loro nome i _ciarlatani_, e con aver esse certamente servito di
base ad alcuni famosi poemi, romanzi degli ultimi secoli, composti in
Italia, pieni sì di favole, tutti nondimeno tendenti ad onorar la
memoria di questo eroico imperadore. Allorchè venne a morte Carlo Magno,
trovavasi in Aquitania _Lodovico_ suo figliuolo, già re ed imperadore
dichiarato. Ricevuta che egli ebbe non senza lagrime la nuova del padre
mancato di vita, s'incamminò alla volta d'Aquisgrana. Vedesi descritto
il suo viaggio da Ermoldo Nigello, autore di questi tempi nel suo
poema[756] da me tolto alle tenebre, siccome ancora l'esecuzione da lui
data al testamento del padre, e le grazie fatte al popolo. L'epoca
ordinaria di questo imperadore vien dedotta dal dì suddetto 28 di
gennaio, in cui egli succedette al padre. Una delle prime applicazioni
di questo imperadore fu quella di congedar le ambascerie, già
indirizzate al defunto Augusto. Aveva il nuovo imperador dei Greci
_Leone_ inviati a Carlo Magno due suoi legati, cioè Cristoforo spatario
e Gregorio diacono, per confermar la pace stabilita fra i due imperii, e
questi contenti se ne tornarono al loro paese. Lodovico vicendevolmente
spedì a Costantinopoli i suoi, cioè _Norberto_ vescovo di Reggio, che
l'Ughelli ed altri hanno creduto vescovo di Reggio in Lombardia, ma con
potersene dubitare, perchè di lui niuna memoria si conserva in quella
città per questi tempi, e potrebbe egli essere stato vescovo di _Riez_
nella Provenza. Troveremo nondimeno un vescovo di questo nome in Parma,
che nell'anno 835 sottoscrisse con altri una donazione fatta da
Cunegonda vedova al re Bernardo. Col re suddetto andò eziandio Ricoino
conte di Poitiers. Tale spedizione fu fatta per rinnovare i patti di
amicizia e pace col greco imperadore.
Giunsero dipoi ad Aquisgrana i legati di _Grimoaldo Storesaiz_ principe
di Benevento, anch'essi per ratificare i precedenti accordi. _Venerunt_
(son parole di Tegano) _legati Beneventanorum, qui omnem terram
Beneventi suae potestati tradiderunt, et multa millia aureorum per annos
singulos ad censum tradere promiserunt: quod ita perfecerunt usque ad
hodiernum diem_[757], cioè nell'anno 23 dell'imperio di Lodovico Pio. A
che ascendesse questo censo, o tributo annuo, lo specifica
Eginardo[758], o qualunque sia quell'autore scrivendo: _Cum Grimoaldo
Beneventanorum duce pactum fecit, atque firmavit, et modo quo et pater
scilicet ut Beneventani tributum annis singulis VII millia solidorum
darent_. Vedemmo di sopra all'anno 812 che il censo de' Beneventani era
di _venticinquemila soldi d'oro_. Qui è solo di _settemila_: però o
Grimoaldo ottenne che si riducesse a meno quel tributo, o pure in alcun
di questi passi è scorretto il testo di Eginardo. Ispirò di buon'ora la
gente malevola al nuovo imperadore dei sospetti contra di _Bernardo_ re
d'Italia suo nipote; e però il chiamò tosto in Francia[759]. La puntual
sua ubbidienza coll'arrivo ad Aquisgrana dissipò alquanto le suscitate
nebbie. Fu ben accolto, magnificamente regalato dall'imperadore, e
rimandato in Italia senza dimostrazione alcuna di dubitar della sua
fede. Contuttociò poco stette ad apparire che i conceputi sospetti non
erano affatto estinti. Dimoravano tuttavia in Italia _Adalardo_ abate di
Corbeia, e _Walla_ secolare suo fratello, figliuoli, come già accennai,
di Bernardo figliuolo del principe Carlo Martello, e però della famiglia
imperiale, e stretti parenti dell'Augusto Lodovico. Assistevano amendue
al giovinetto Bernardo re d'Italia, siccome suoi intimi consiglieri, e
spezialmente per la loro saviezza camminava con buon piede il governo di
questo regno appoggiato alla lor direzione. Ma i maligni alla corte
imperiale misero delle diffidenze in cuor dell'imperadore contra di
questi insigni personaggi, quasi che sotto Carlo Magno fossero saliti in
troppa potenza, e quasichè per la soverchia loro autorità e per essere
del sangue reale potessero macchinar delle novità in Italia o per loro,
o in favore del re Bernardo. Truovano facilmente udienza e credenza
sospetti tali in mente de' regnanti non assai coraggiosi, qual fu
l'imperador Lodovico. Noi abbiamo dalla Cronica farfense[760] e da un
documento pubblicato dal padre Mabillone, che sui principii di febbraio
dell'anno presente _Adalhard abbas missus domni imperatoris Caroli_ (la
nuova della cui morte non era per anche giunta) si trovava nel palazzo
ducale di Spoleti, dove accompagnato da _Sigualdo, Gradigis e Isemondo_
vescovi, e dai giudici e scabini, tenne un placito, in cui diede una
sentenza in favore di _Benedetto abate di Farfa_. Degno di osservazione
è che intervennero ancora a quel placito _Suppone_ conte del palazzo, e
_Guinigiso_ ed _Eccideo_ duchi. Certamente _Guinigiso_ era duca di
Spoleti; se tale fosse ancora _Eccideo_, nol so. Per me il credo duca
d'altro paese, se pur non si vuol intendere duca di Camerino. E
perciocchè il padre Mabillone[761] dall'archivio di quell'insigne badia
trasse la descrizione del palazzo suddetto, meritevole ben di passare ai
posteri, per conoscere il gusto di questi tempi, eccola di nuovo: _In
primo proaulium, idest locus ante aulam. In secundo salutatorium, idest
locus salutandi officio deputatus, juxta majorem domum constitutus. In
tertio consistorium, idest domus in palatio magna et ampla, ubi lites et
caussae audiebantur et discutiebantur; dictum consistorium a
consistendo, quia ibi, ut qualibet audirent, et terminarent negotia,
judices, vel officiales consistere debent. In quarto trichorum, idest
domus conviviis deputata, in qua sunt tres ordines mensarum. Et dictum
est trichorum a tribus choris, idest tribus ordinibus commessantium. In
quinto zetae hyemales, idest camerae hiberno tempori competentes. In
sexto zetae aestivales, idest camerae aestivo tempori competentes. In
septimo epicaustorium, et triclinia accubitanea, idest domus, in qua
incensum et aromata in igne ponebantur, ut magnates odore vario
reficerentur, in eadem domo tripertito ordine considentes. In octavo
thermae, idest balnearum locus calidarum. In nono gymnasium, idest locus
disputationibus, et diversis exercitationum generibus deputatus. In
decimo coquinia, idest domus, ubi pulmenta et cibaria coquuntur. In
undecimo columbum, idest ubi aquae influunt. In duodecimo hippodromum,
idest locus cursui equorum in palatio deputatus._
Sbrigato dagli affari di Spoleti l'abate Adalardo, per quanto narra
l'autore dell'opuscolo[762] _de constructione novae Corbejae_, se n'andò
a Roma, non tanto per soddisfare alla propria divozione, quanto ancora
per trattare con _papa Leone_ di molte faccende, perchè si doveva aver
sentore che _Carlo Magno_ veniva mancando. Arrivò in fatti colà l'avviso
della di lui morte; laonde Adalardo, ossia che vedesse terminata la sua
commessione, o che avesse presentito qualche mal animo del nuovo
imperador _Lodovico_ verso di lui, se ne tornò frettolosamente in
Francia, e si ridusse al suo monistero della vecchia Corbeia. Allora fu
che i malevoli cortigiani tanto soffiarono negli orecchi del timido
imperador Lodovico, che l'indussero a mandare in esilio esso Adalardo,
con relegarlo nell'isola di Here, oggidì Noirmoutier. Suo fratello
Walla, anch'egli personaggio di sommo credito, quantunque fosse stato
de' primi a suggettarsi al novello imperadore, e sembrasse assicurato
della sua grazia; pure, al veder questa tempesta, e temendo d'essere
finalmente in essa involto, giudicò meglio di dare un calcio al mondo,
agli onori e alla moglie, e ritiratosi nel monistero di Corbeia, quivi
prese l'abito e la tonsura monastica. _Bernardo_, altro loro fratello,
già monaco, e infin le sorelle sue furono perseguitate dall'Augusto
Lodovico: tutti contrassegni della sua debolezza. Per altro pieno di
buona volontà esso imperadore nel primo dì d'agosto tenne un gran
consiglio, in cui fu decretato di provvedere ai varii disordini, che
anche sotto i buoni principi van succedendo, ed erano succeduti di fatto
nella vecchiaia di Carlo Magno, con trovarsi una gran quantità di gente
in Francia, spogliata indebitamente o dei lor beni o della lor libertà,
da molti conti e da altri pubblici ministri. A tal fine deputò dei
_messi_, cioè dei giudici straordinarii, timorati di Dio e zelanti della
giustizia. Dell'uffizio di questi tali ho già parlato di sopra; ma non
dispiacerà di udire Ermoldo Nighello, scrittore e poeta di questi tempi,
che favellando del medesimo fatto, così scrive[763]:
_Elegit extemplo missos, quos mittat in orbem,_
_Quorum vita proba, et sit generosa fides._
_Qui peragrent celeres Francorum regna perampla,_
_Justitiam faciant, judiciumque simul._
_Quos pater, aut patris sub tempore presserat urguens,_
_Servitium, relevent, munere, sive dolo._
Seguita poi questo autore a raccontare il gran bene fatto da' suddetti
messi: il che vien confermato dall'astronomo nella vita di Lodovico Pio.
Mandò poscia l'imperadore il maggior figliuolo _Lottario_ al governo
della Baviera, e _Pippino_ secondogenito in Aquitania, con ritenere
presso di sè _Lodovico_ terzogenito, perchè tuttavia fanciullo. Ed
essendo ricorso a lui _Erioldo re di Danimarca_, cacciato dal suo regno,
per implorar la sua protezione, il mandò in Sassonia ad aspettar tempo
più propizio da prestargli aiuto. Notano inoltre gli Annali de'
Franchi[764] che in questo anno la città di Gerusalemme fu devastata dai
Persiani, cioè dai Saraceni, ed essere seguitata una fiera persecuzione
de' Cristiani. Probabilmente que' seguaci di Maometto non sapevano
digerire che quella santa città fosse passata in mano di Carlo Magno,
siccome dicemmo, e che vi fosse cresciuta cotanto la popolazion de'
Cristiani. Pel rispetto che portavano a sì potente e temuto monarca,
tacquero finchè egli visse, ma udita la sua morte, infuriarono contra
de' Cristiani ivi abitanti. Truovasi ancora nelle memorie del monistero
di Farfa[765], da me prodotte altrove, una donazione fatta a quel sacro
luogo da Ilderico castaldo colle seguenti note cronologiche: _Ludogvico
serenissimo Augusto a Deo coronato, magno, pacifico imperatore, imperium
romanum gubernante, anno ejusdem in Christi nomine I, seu et regnante
Bernardo rege Langobardorum anno ejus in Dei nomine II, sed et
temporibus Guinichis ducis ducatus spoletani, anno ejus in Dei nomine
XXV, mense majo, die XVIII. Indictione VII. Actum in Reate_. A questo
medesimo Ilderico erano stati conceduti in livello altri beni _mense
martio, Indictione VII, anno imperii Ludovici I, Bernardi regis
Langobardorum II_. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non aver avuto
principio l'epoca di Bernardo nell'agosto dell'anno 813, allorchè Carlo
Magno nella dieta tenuta in Aquisgrana _Bernardum nepotem, suum Italiae
praefecit, et regem appellari jussit_, ma bensì sul fine del precedente
anno 812, allorchè il mandò in Italia; altrimenti nel marzo e maggio del
presente anno non sarebbe corso l'_anno secondo_ del suo regno, ma
solamente il primo.