[732] Eginhardus, in Annal. Francor.
[733] Annales Francor. Moissincens.
[734] Erchempert., Hist. Princip. Langobard., cap. 7.
[735] Anonymus Salernitan., Paralipom. P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[736] Annales Franc. Metens. et Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.
[737] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[738] Pagius, Critic. Baron.
[739] Eccard., Rer. Franc., lib. 18.
[740] Ughell., Ital. Sacr., in Episc. Veronensib.
[741] Mabill., Annalect., p. 10, edition. recent.
Anno di CRISTO DCCCXIII. Indizione VI.
LEONE III papa 19.
CARLO MAGNO imperad. 14.
BERNARDO re d'Italia 2.
Secondochè abbiamo dagli Annali de' Franchi[742], nella primavera
dell'anno presente Carlo imperadore inviò a Costantinopoli per suoi
ambasciatori _Amalario vescovo di Treveri, e Pietro abbate del monistero
di Nonantola_. Il motivo di tale spedizione era per confermar la pace
con _Michele imperador dei Greci_. Ma dovettero questi legati trovar
mutata la scena[743]. Michele Augusto avea già anteposto il parere
d'alcuni consiglieri che amavano la guerra coi Bulgari, a quello d'altri
che consigliavano la pace richiesta dai medesimi Barbari. Se ne ebbe
egli a pentire, ma troppo tardi. Uscito colla sua armata in campagna,
armata nondimeno, in cui mancava l'antico valore de' Greci, si azzuffò
con _Crummo_, ossia _Crunno_ re de' Bulgari. Dopo un lieve combattimento
eccoti le sue truppe prendere vilmente e precipitosamente la fuga: il
che da lui veduto, anch'egli non pensò se non a salvarsi correndo, e a
ritirarsi in Costantinopoli. Lasciò egli il comando dell'esercito a
_Leone Armeno_, personaggio di molta bravura, ma di poca fede, essendosi
fondatamente sospettato dipoi ch'egli da gran tempo aspirasse
all'imperio, e manipolasse anche coerentemente a tal disegno la fuga
delle milizie nel predetto conflitto[744]. In fatti facendo egli, o
altri per lui, valere la favola, che non conviene ad un cervo l'essere
condottier di leoni, fu esso Leone proclamato imperadore, ed astretto
Michele co' figliuoli ad abbracciar la vita monastica. _Crummo_ coi
vittoriosi Bulgari passò all'assedio di Costantinopoli, e ne desolò
tutti i contorni; poscia veggendo che quivi indarno consumava il tempo,
guidò tutte le sue forze contra di Andrinopoli, città che, dopo aver
fatta per quanto potè resistenza, cadde finalmente nelle sue mani. Gli
Annali dei Franchi narrano che mentre costui era sotto Costantinopoli,
Leone Augusto fece all'improvviso una sortita dalla città con tal
felicità, che il barbaro ferito con tutta la sua armata prese la fuga.
Secondo i greci autori tentò bensì Leone con frode in un abboccamento di
far uccidere il re nemico, ma non fece già prodezza alcuna. Innumerabili
furono in sì funeste congiunture i Greci condotti in ischiavitù dai
Bulgari, con averne poi la divina Provvidenza ricavato profitto per la
santa religione di Cristo, la quale per la cura di _Manuele arcivescovo
d'Andrinopoli_ e di altri ecclesiastici e prigionieri, fu piantata e
diffusa per tutta la Bulgheria. Intanto l'imperador d'Occidente _Carlo
Magno_, convocata in Aquisgrana una dieta generale dei suoi regni nel
mese d'agosto, propose ai vescovi, abbati, conti e nobili della
Francia[745] di conferire il titolo d'imperadore, e dichiarar suo
collega nell'imperio e nei regni _Lodovico_ suo figliuolo, già re di
Aquitania. Lodò ognuno il progetto, e tutti acconsentirono. Fu dunque
con lieta viva ed universale acclamazione de' popoli coronato Lodovico
con corona d'oro, e chiamato _Imperadore_ ed _Augusto_. Tegano[746]
scrittore di questi tempi, scrive, che dopo avere l'imperadore Carlo
fatta una paterna esortazione al figliuolo di custodire il timor di Dio,
di onorare i sacerdoti, di amare i suoi popoli, di scegliere buoni
ministri, con altre parole degne di un pio e saggio padre, gli ordinò di
prendere colle sue mani la corona posta sull'altare, e di mettersela in
capo. È un gran che il vedere che tutti gli storici di allora parlano
del parere dimandato da Carlo a tutti i suoi baroni, per fare imperadore
il figliuolo, e del consenso dato dai medesimi; e che niuno fa parola
del romano pontefice. Ma si può ben con tutta ragion conghietturare che
Carlo Magno non avrà fatto quel passo senza averne preventivamente
informato _papa Leone_, e chiestane la sua approvazione. Certo egli non
riconosceva punto dai Franchi la signoria di Roma, nè il maestoso titolo
e grado d'imperadore, onde gli occorresse il loro assenso per dichiarare
il suo successore; ma riconoscevalo bensì dal papa suddetto: e però a
lui più che ad altri si dovea ricorrere in tal congiuntura. Dall'anno
presente alcuni cominciarono a contar gli anni dell'imperio di Lodovico
Pio. Dopo questa splendidissima funzione l'Augusto Carlo, per attestato
degli Annali de' Franchi[747] _Bernhardum nepotem suum, filium Pippini
filii sui, Italiae praefecit, et regem appellari jussit_. Era venuto
nell'anno precedente, siccome notai di sopra, _Bernardo_ in Italia, e
dagli strumenti d'allora si può ricavare ch'egli già ne godesse il
dominio, benchè forse solamente in quest'anno gli fosse conferito il
titolo di re. _Adalardo_, abbate famoso della vecchia Corbeia, seguitò
con _Walla_ suo fratello ad assistere a questo giovane principe; ed
abbiamo dall'antico libro _de constructione Corbejae novae_[748] che
avendo esso Adalardo intesa l'assunzione al trono d'esso Bernardo,
_accepit ei uxorem et constituit eum secundum jussionem principis_ (cioè
di Carlo Magno) _super omne regnum_. La moglie trovata a questo principe
ebbe nome _Cunigonda_, siccome a suo tempo vedremo.
Quanto più poi Carlo imperadore s'andava appressando al fine di sua
vita, tanto più cresceva in lui il fervore della pietà; e perciocchè gli
premea non poco la correzion de' costumi negli ecclesiastici, ordinò che
si tenessero varii concilii provinciali a questo fine. Fecesi pertanto
il concilio di Magonza sul principio di giugno; se ne fecero altri in
Arles, in Tours, in Sciallone e in Rems, dove furono fatte delle egregie
costituzioni per rimettere in piedi la disciplina ecclesiastica, le
quali si leggono nelle raccolte de' concilii. Di tutto si ha
obbligazione all'indefessa pietà di Carlo Magno, di cui scrive Tegano
che in questi tempi l'ordinaria sua applicazione era alle orazioni, alle
limosine, ed a correggere i libri sacri, con avere spezialmente prestato
questo servigio ai quattro santi Evangelii, valendosi in ciò anche
dell'opera di alcuni Greci e Soriani. Nel presente anno parimente[749] i
Mori di Spagna, corsari di professione, fecero un'invasione nell'isola
di Corsica, e ne menarono via una gran preda. _Ermingardo_ conte di
Ampuria, ossia dell'Ampurdano in Catalogna, andò a mettersi in agguato
con delle navi sotto l'isola di Maiorica; e nel tornare che faceano que'
masnadieri in Ispagna, uscito contra d'essi, prese otto delle lor navi,
dove trovò più di cinquecento Corsi che erano condotti schiavi, e
fortunatamente riacquistarono la libertà. Ora non sapendo i Mori qual
altra vendetta fare, vennero dipoi a Cento Celle, oggidì Cività vecchia
nello Stato pontificio, e a Nizza di Provenza, ed amendue quelle città
rimasero desolate dal loro furore. Vollero, non contenti di ciò,
sbarcare in Sardegna; ma venuti alle mani coi Sardi, scornati furono
costretti alla fuga, con lasciarvi anche molti di loro estinti. Le
memorie dell'archivio farfense, da me pubblicate[750] fanno menzione di
un giudizio tenuto da Leone sommo pontefice _in sacro palatio
lateranensi cum Johanne et Fastaldo_ (o Rastaldo) _episcopis, Theodoro
nominculatore, Georgio bibliothecario, Gemmoso vestiario, Alminino,
Quisdelori, Agriprando cubiculario, Nordo, Racurio, Naningo de Viterbo.
Anno imperii Karoli XIII, pontificatus Leonis XVIII, mense majo,
Indictione VI_, cioè nell'anno presente. Si dee riferire a questo
medesimo anno la lettera quinta d'esso papa Leone[751], scritta nel dì 7
di settembre a Carlo Magno coll'avviso che il non per anche deposto
_Michele imperador dei Greci_, all'udire come i Saraceni dell'Africa o
della Soria infestavano alcune isole del suo imperio, con apparenza e
voce ancora di voler passare in Sicilia, avea colà spedito uno stuolo di
navi sotto il comando di _Gregorio patrizio_, per opporsi ai loro
disegni. Era in quei tempi duca di Napoli _Antimo_. A lui tosto, come a
persona dipendente dal greco imperio, scrisse il patrizio, comandandogli
che con tutte le navi del suo ducato s'andasse ad unire con lui. Antimo
gli mandò varie scuse o pretesti, ma non già veruno rinforzo. Quei sì di
Gaeta e di Amalfi accorsero con alquanti legni. Intanto i Mori suddetti
misero a sacco l'isola di Lampadusa, e presero sette navi de' Greci,
inviate per ispiare i loro andamenti. Ciò inteso, Gregorio patrizio col
maggiore sforzo che potè andò a trovarli, e gli riuscì di sbaragliar la
loro flotta, e di uccidere tutti quegl'Infedeli, senza che ne restasse
alcun vivo: il che non c'è obbligazione di credere. Inoltre quaranta
navi d'essi Mori aveano saccheggiata l'isola di Ponza, e la Maggiore
presso di Napoli. Un'altra epistola di papa Leone abbiamo, cioè la
quarta, scritta nel dì 11 di novembre, per recare notizia a Carlo Magno
che Gregorio patrizio avea conchiusa pace per dieci anni avvenire coi
suddetti Saraceni, senza obbligarsi essi Mori a cosa alcuna per conto
degli altri Saraceni, ossia dei Mori della Spagna, con dire che coloro
non erano sottoposti alla lor giurisdizione, e venivano considerati come
ribelli del loro califa. Riferisce ancora che cento navi di Saraceni
africani, ite in Sardegna, erano tutte state ingoiate dal mare. Anche
allora aveano gran voga, come oggidì, le nuove false, o troppo alterate,
dei lontani avvenimenti in tempo di guerra. Nella lettera sesta del
medesimo pontefice scritta poco dappoi al soprallodato Carlo Magno
coll'avviso della deposizione del greco _imperador Michele_, e
dell'assunzione al trono di _Leone Armeno_, si legge appunto una mano di
nuove tutte spallate, quali il volgo ignorante o la malizia di taluno
suol inventare, e che si fan vedere talvolta anche nelle gazzette de'
nostri tempi. In questo anno, secondo il Fiorentini[752], _Adalardo_
abbate di Corbeia, e messo di Carlo imperadore, quel medesimo che
principalmente governava allora l'Italia nella minorità del re Bernardo,
trovandosi nella città di Lucca, tenne un placito per la causa di un
cherico delinquente, _quem ipse Adalardus commendavit Bonifacio
illustrissimo comiti nostro_. Sicchè conte di Lucca era allora questo
_Bonifazio_, del quale, come di personaggio molto importante, io debbo
far memoria. E ch'egli ancora fosse _duca della Toscana_ l'ho provato
altrove[753] con un placito del medesimo Adalardo abbate, tenuto in
Pistoia nell'anno precedente 812, al quale intervenne _Bonifatius dux_.