NOTE:

[724] Inter Alcuini Opera, Epist. III.

[725] Rer. Ital., P. II., tom. 1.

[726] Annales Franc. Eginhard., Annal. Francor. Metenses. Annal. Franc.

Bertiniani.

[727] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[728] Theophanes, in Chron.

[729] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[730] Agnell., Vit. Episcop. Ravennat., Part. I, tom. 2 Rer. Ital.

[731] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., Part. II, tom. 1 Rer.

Ital.

Anno di CRISTO DCCCXII. Indizione V.

LEONE III papa 18.

CARLO MAGNO imperad. 12.

BERNARDO re d'Italia 1.

Quanto più Carlo imperadore sentiva declinante la sua sanità, tanto più

fervorosamente attese ai consigli di pace, per lasciare al figliuolo

Lodovico la monarchia quieta e senza nemici[732]. Giunsero appunto in

quest'anno gli ambasciatori a lui spediti da Michele nuovo imperadore

de' Greci, cioè Michele vescovo, ed Arsafio e Teognosto protospatarii

imperiali. Furono questi all'udienza dell'Augusto Carlo in Aquisgrana, e

siccome erano venuti anch'essi volonterosi di pace, così diedero tutta

la mano per istabilirla. Nella chiesa fu loro consegnata la

capitolazione segnata da Carlo: dopo di che in lingua greca gli fecero

le acclamazioni, appellandolo _imperatore_ e _basileo_, cioè _re_: cosa

nondimeno che si crede non fosse dipoi approvata dalla superba corte di

Costantinopoli. Preso poco appresso il congedo, vennero a dirittura a

Roma, e nella basilica di san Pietro riceverono un'altra copia della

suddetta convenzione, sottoscritta da papa Leone, sì in riguardo degli

stati della Chiesa confinanti a Napoli e Gaeta, città dipendenti dai

Greci, e sì per accrescere colla maestà del nome pontificio più credito

e sicurezza a quei patti. Trattossi parimente di pace[733] fra

l'imperadore Carlo ed Abulaz re di Cordova, ossia dei Mori della Spagna;

e questa essendo venuti a chiederla i messi di quel re infedele, fu

conchiusa per tre anni avvenire. Durava poi da molti anni la nemicizia

tra esso imperadore e il ducato di Benevento, e già vedemmo fatte varie

ostilità dai Franchi, cioè da Pippino re d'Italia, contra di Grimoaldo

duca, figliuolo di Arigiso, che mai non seppe indursi a riconoscere esso

re per suo sovrano. _Grimoaldo Storesaiz_, suo successore in

quell'insigne principato, si appigliò finalmente ai consigli di

concordia, ed ottenne la pace da Carlo Magno, con patto di pagargli

annualmente a titolo di tributo venticinquemila soldi d'oro, e che

restassero illese per lui e godute da lui tutte le regalie dell'ampio

ducato beneventano. Fu da lì a due anni, siccome vedremo, sminuito

questo tributo. Da Erchemperto[734] viene appellato il suddetto

Grimoaldo _vir satis mitis, et adeo suavis, ut non solum cum Gallis,

verum etiam cum universis circumquaque gentibus constitutis inierit

foedus, et Neapolitibus supramemoratis gratiam pacemque donarit_.

All'incontro l'Anonimo salernitano[735], men degno di fede, cel dipigne

per uomo superbo, avaro e seminator di discordie fra i Longobardi.

Aggiugne egli dipoi, appena esser egli stato assunto a quel trono

principesco, che l'armata franzese corse ad invadere il ducato di

Benevento, sperando forse i Franchi miglior fortuna in questa novità di

governo. Ma Grimoaldo, unite le sue forze ed uscito in campagna, diede

loro una gran rotta. Tacendo gli Annali di Francia questa guerra, e

tacendo Erchemperto, autore molto più vicino a que' tempi, una tal

vittoria, probabilmente ancor questa è una delle dicerie vane del volgo,

che l'Anonimo salernitano spacciò nella sua storia. Quando però

sussistesse, parrebbe che fosse da riferire a questi tempi.

Ebbe fine nell'anno presente la vita di _Emmingo_ re di Danimarca, e per

cagion d'essa insorsero gare fra i pretendenti al regno. Restarono

queste decise con una battaglia, e finalmente si videro eletti due re,

cioè _Eriolto_ e _Reginfredo_, i quali non tardarono a conchiuder pace

con Carlo Magno. Venuta in questo medesimo anno ad Aquisgrana la nuova

che i Saraceni di Spagna e d'Africa aveano preparata una formidabile

flotta per portarsi ai danni dell'Italia, Carlo Magno, che fino allora

nulla avea determinato per provvedere al governo di questo regno,

commosso dalle minacce de' suddetti Barbari, venne alla risoluzione

d'inviare in Italia[736] _Bernardo_ suo nipote, cioè figliuolo del

defunto _re Pippino_. Tenuta dunque una gran dieta dei suoi baroni in

Aquisgrana, quivi dichiarò la sua mente, e poscia spedì in Italia esso

suo nipote. Ma perciocchè egli era assai giovane e bisognoso di

consiglio, gli mise ai fianchi _Walla_, figliuolo di Carlo Martello,

persona allora secolare, e di gran senno e sperienza. Fratello di esso

Walla era _Adalardo_ celebre abbate di Corbeia; e questi, già dato da

Carlo Magno per primo consigliere al re Pippino suo figliuolo, seguitò

dopo la sua morte a governar l'Italia, e dovette anch'egli assistere

colla sua prudenza al novello re Bernardo, potendosi eziandio giudicare

ch'egli maneggiasse con _Grimoaldo duca di Benevento_ la sopra mentovata

pace. Ho già nominato re d'Italia il suddetto _Bernardo_, tuttochè paia,

siccome diremo, conferito a lui questo titolo solamente nell'anno

susseguente. Imperocchè per le memorie da me raccolte nelle Antichità

italiche[737], vegniamo bastevolmente ad intendere che l'epoca del regno

ebbe principio nell'anno presente, e non già nel susseguente, come vuole

il padre Pagi[738]. Nel contare i suoi anni si soleva aggiugnere:

_Postquam in Italia reversus est_. Era egli nato in Italia, e in Italia

ritornò nell'anno presente. Però negli Annali wirceburgensi citati

dall'Eccardo[739], si legge: _Anno DCCCXII. Pennhardus rex factus est_.

Presso l'Ughelli[740] si legge una carta di Rataldo vescovo di Verona,

_Anno Bernardi piissimi regis primo sub die VIII, kalendas julii,

Indictione VI_, cioè nell'anno susseguente, prima che seguisse la dieta

d'Aquisgrana, di cui parleremo. Perciò può essere stata in uso

un'altr'epoca, cominciata nell'anno seguente; il che nondimeno convien

provare con documenti sicuri. Ora la flotta de' Saraceni, di cui abbiam

fatta poco fa menzione, parte si scaricò addosso alla Corsica, e parte

alla Sardegna; ma quest'ultima per fortuna di mare quasi tutta andò a

fondo. Volle nel presente anno l'Augusto Carlo, intento sempre a cose

grandi, far pruova del sapere de' suoi vescovi, giacchè egli s'era

studiato finora di promuovere le lettere per i suoi regni. Scrisse

dunque agli arcivescovi, incaricandoli di riferirgli il sentimento loro

intorno a tutti i riti del sacro battesimo. Fra quei che soddisfecero

alla pia curiosità ed istanza di questo glorioso monarca, uno fu

_Odelberto_, arcivescovo in questi tempi di Milano. Il libro da lui

composto de _Baptismo_, esiste tuttavia diviso in ventidue capitoli, e

riferito del padre Mabillone[741], che diede alla luce la lettera a lui

scritta da Carlo Magno.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 154 / 339 题