NOTE:

[710] Eginhardus, in Annal. Franc.

[711] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[712] Rer. Italic., Part. II, tom. 2.

[713] Maffei, Istor. Diplomat., facc. 330.

[714] Rer. Italic., Part. II, tom. 1.

[715] Ibid., pag. 112.

[716] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[717] Theoph., in Chronogr.

[718] Annales Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani. Eginhardus,

in Annal. Francor.

[719] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[720] Giornale de' Letterati d'Italia, tom. 16, pag. 475.

[721] Porphyrogenneta, lib. de Administr. Imp., cap. 28.

[722] Agobardus, I, de Grandine et Tonitr. c. 16.

[723] Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1.

Anno di CRISTO DCCCXI. Indizione IV.

LEONE III papa 17.

CARLO MAGNO imperad. 12.

Sul principio di quest'anno, se pur non fu sul fine del precedente,

rispedì lo imperador Carlo a Costantinopoli Arsacio, ossia Arsafio,

ambasciatore di Niceforo Augusto, con una lettera che si legge fra

l'opere di Alcuino, ma non già scritta da lui[724], a nome

dell'imperadore, perchè Alcuino non era più tra i vivi. In essa Carlo

tratta Niceforo col titolo di _fratello_, per farsi conoscere eguale a

lui in dignità. Mandò con tal congiuntura anch'egli per suoi

ambasciatori a Costantinopoli _Attone_ ossia _Azzo, vescovo di Basilea,

Ugo conte di Tours_, e Aione ossia Agione longobardo del Friuli;

imperocchè il saggio monarca accomunava anche ai Longobardi ed Italiani

gli uffizii più onorevoli della corte e del regno. Abbiamo poi dalla

legge ottava[725] di Pippino re d'Italia nel corpo delle leggi

longobardiche, che in Italia c'erano dei conti _franzesi_, cioè dei

governatori delle città, e dei _conti longobardi_. Inoltre scrivono gli

Annalisti d'allora[726] che questi ambasciatori seco condussero _Leone_

spatario greco, e _Willario_, ossia _Willerico_, doge di Venezia,

chiamato _Obelerio_, siccome vedemmo dagli scrittori veneti. Il primo

dieci anni prima, allorchè Carlo Magno si trovava in Roma, era scappato

dalla Sicilia. _Alter_, cioè Willario (o vogliam dire _Obelerio_),

_propter perfidiam honore spoliatus, Constantinopolim ad dominum suum

duci jubetur_. Dal che sempre più apprendiamo come fossero regolati in

questi tempi gli affari della città di Venezia. Con tali notizie va

concorde il Dandolo[727], scrivendo che i Veneziani, coll'assistenza di

Ebersafio apocrisario imperiale, fecero in maniera che _Obelerio_ e

_Beato_ dogi fossero esclusi dalla dignità e dalla patria. Obelerio fu

condotto a Costantinopoli, e Beato a Jadra. _Valentino_, terzo lor

fratello, restò in Venezia difeso dalla sua giovanile età, ma spogliato

anch'egli dell'onorevol grado di doge. Il perchè venne il popolo di

Venezia all'elezione di un nuovo doge, e concorsero i voti in _Angelo

Particiaco_, chiamato da altri _Participazio_, originario d'Eraclea,

personaggio valoroso e buon cattolico. Era stata fino allora la sedia

ducale in Malamocco. Perchè troppo avea patito nella precedente guerra

quel luogo, fu concordemente risoluto dai Veneziani, che in avvenire i

dogi abitassero in Rialto, dove in fatti il novello doge fabbricò il

palazzo ducale, che tuttavia esisteva ai tempi del Dandolo. Perciò

l'inclita città che da tanti secoli risplende col nome di _Venezia_,

veniva allora appellata anche _Rialto_ dal popolo, e _Olivola_ o

_Castello_ dal clero, perchè il vescovo della città abitava in quella

parte che portava quei nomi. Ma gli ambasciatori spediti da Carlo Magno

alla corte di Costantinopoli o trovarono o videro dipoi cambiato di

molto l'aspetto di quel governo. Imperocchè _Niceforo_ imperadore,

principe per tutti i capi indegno dell'augustal dignità, uscito in

campagna contra di _Crummo re de' Bulgari_, nel dì 25 di luglio restò

con tutta l'armata sua disfatto, e lasciovvi anche la vita. La testa di

lui sopra un'asta fu esposta alla vista di tutte le nazioni in dispregio

de' vinti. Teofane, scrittore[728] contemporaneo, lagrimando descrive

quella terribil giornata, in cui perì la maggior parte della nobiltà de'

Greci. Succedette poscia al malvagio Niceforo con acclamazione

universale del senato e degli ordini militari nel dì 2 d'ottobre il buon

_Michele Curopalata_, ornato di ottimi costumi, e riguardevole per

insigni virtù. Fu egli coronato da _Niceforo patriarca_, e dipoi nel dì

25 dicembre anche a _Teofilatto_ di lui figliuolo fu conferita la

imperial corona. Nè tardò l'augusto Michele ad inviare i suoi

ambasciatori a Carlo Magno per istabilir seco pace, ed anche per

trattare di un matrimonio pel suddetto Teofilatto.

Varii erano ormai gl'incomodi della sanità di Carlo imperadore: al che

riflettendo il saggio e piissimo principe, fece nell'anno presente una

specie di testamento, che contiene la maniera di dividere i suoi tesori

in tante limosine alle chiese e ai poveri. Eginardo[729] ce ne ha

conservato un abbozzo. Buona parte adunque dell'oro, argento, gemme e

vesti, divisa in parti ventuna, fu destinata alle chiese metropolitane.

_Et quia_, dice quel contemporaneo scrittore, _in regno illius

metropolitanae civitates viginti et una esse noscuntur, unaquaeque

illarum partium ad unamquamque metropolim per manus haeredum et amicorum

eleemosinae nomine perveniat_, ec. Ma e quali erano queste città

metropolitane della monarchia di Carlo Magno? Seguita Eginardo a

spiegarlo con dire: _Nomina vero metropoleorum, ad quas eadem eleemosyna

sive largitio facienda est, haec sunt: Roma, Ravenna, Mediolanum, Forum

Julii_ (cioè Aquileia, perchè quel patriarca abitava in Cividale del

Friuli), _Gradus_, ec. Queste son le cinque città metropolitane d'Italia

(e di più non ce n'era in que' tempi), e tutte poste in _regno illius_:

dal che sempre veniamo ad apprendere quello che s'abbia a credere delle

città di _Roma_ e _Ravenna_. Aggiugne poscia Eginardo che nel tesoro di

lui si trovavano tre tavole d'argento e una d'oro di particolar

grandezza e peso. Ora egli determinò che una d'esse tavole di figura

quadrangolare, contenente la descrizione della città di Costantinopoli,

con altri suntuosi donativi fosse portata alla basilica di s. Pietro di

Roma. Un'altra di figura rotonda, in cui si mirava la descrizione della

città di Roma, fosse data all'arcivescovo di Ravenna. In fatti Agnello

storico di questi tempi, nelle vite de' vescovi ravennati[730], parlando

di _Martino_ arcivescovo, ha queste parole: _Igitur istius Martini

temporibus misit Ludovicus imperator ex dimissione sui genitoris Karoli

ad Martinum ponteficem hujus ravennatis sedis mensam argenteam unam

absque ligno, habentem infra se anagliphte totam Romam, unam cum

tetrogonis argenteis pedibus, et diversa vascula argentea, seu et cuppam

auream unam: quae cuppa haec sita in cratere aureo sancto, quo quotidie

utimur_. Perchè mai non son giunte fino a' dì nostri due sì riguardevoli

tavole? Varrebbono ora più che se fossero di oro, e darebbono un

maraviglioso pascolo alla curiosità degli eruditi. Gran bisogno in

quest'anno ebbe ancora Carlo Magno della sua virtù per tollerare un

nuovo colpo delle umane vicende; imperciocchè la morte gli rapì l'altro

suo figliuolo maggiore _Carlo_ nel dì 4 di decembre, cioè un principe

che in varie imprese finora fatte avea dato speranza di non riuscire

inferiore all'invitto suo padre. Con che dei tre suoi figliuoli

legittimi altro non gli restò se non _Lodovico re d'Aquitania_. Mostrò

poi premura di far pace coll'Augusto Carlo _Emmingo_ re di Danimarca,

succeduto all'ucciso Gotifredo suo padre; e in effetto questa fu

conchiusa; e perchè correva allora un verno straordinariamente rigido,

fu giurata sull'armi secondo i riti d'allora. Dappoichè fu mitigata la

stagione, venne essa pace con più splendida solennità ratificata da

dodici baroni eletti dall'una parte e dall'altra, che si trovarono

insieme ai confini. Le armate poi di Carlo nell'anno presente fecero

alcune azioni militari contro gli Sclavi Linoni di là dall'Elba e nella

Pannonia, dove bollivano delle controversie tra gli Unni e gli

Schiavoni, e contro ai popoli della minor Bretagna che aveano eccitato

tumulti di ribellione. Dappertutto ebbero prosperità l'armi sue. Circa

questi tempi fu console e duca di Napoli _Antimo_[731]. Venuto egli a

morte, i Napoletani avendo spedito in Sicilia, condussero di là per loro

_maestro de' militi_, o vogliam dire generale d'armata (così ancora

appellavano essi il loro console e duca), _Teotisto_. Questi dopo

qualche tempo ebbe per successore _Teodoro_, dichiarato _protospatario_

dai greci Augusti. Il tempo preciso d'essi duchi di Napoli non si può

ben accertare. Regnando poscia _Sicone_ principe di Benevento, ad esso

Teodoro succedette _Stefano_ nipote di Stefano vescovo. Di questi

tornerà occasion di parlare andando innanzi.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 153 / 339 题