[707] Annal. Francor. Loiseliani.
[708] Annal. Francor. Bertiniani. Annales Francor. Metenses.
[709] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCCX. Indizione III.
LEONE III papa 16.
CARLO MAGNO imperadore 11.
Tra l'ardente brama che nudriva _Pippino re d'Italia_ d'aggiugnere al
suo dominio anche la città, ossia le città di Venezia, e il trovarsi
egli mal soddisfatto dei dogi di quella città per le cagioni accennate
di sopra, in quest'anno prese la risoluzione di portar la guerra fin
dentro quella città. Formata perciò una potente flotta di navi (se
prestiam fede ad Eginardo[710]), andò per mare a quella volta; prese la
città; se gli arrenderono i dogi di Venezia; e di là passò in Dalmazia
con pensiero di sottomettere del pari quelle città marittime. Ma udito
Paolo governatore della Cefalonia (quel medesimo, secondo tutte le
apparenze, di cui s'è parlato nel precedente anno) veniva in soccorso
de' Dalmatini colla flotta de' Greci, giudicò miglior consiglio il
tornarsene indietro. Con questa relazione non s'accordano le storie
venete, le quali, sebben lontane da que' tempi per poterci dare
un'accertata notizia di quel fatto, non sono però da sprezzare. Andrea
Dandolo ne parla[711] come di cosa accaduta nell'_anno ottavo di Carlo
Magno_, quando è certo che correva allora l'_anno decimo_ del suo
imperio. Secondo lui, in potere di Pippino vennero Brondolo, Chiozza,
Palestrina e Malamocco. Ritiraronsi i Veneziani nell'isola di Rialto, e
quivi fecero fronte; nè Pippino aveva maniera di penetrar colà; perchè
pare, secondo il supposto di quello storico, che i Franchi andassero ai
luoghi suddetti _per litora_, cioè per la diga che separa la laguna di
Venezia dal mare. Ma se Pippino, come raccontano gli antichi Annalisti,
assalì _Venetiam bello terra marique_, bisogna che avesse delle navi; ed
è poi chiaro che non gli mancavano, perchè egli _classem ad Dalmatiae
litora vaslanda misit_. Ma forse era sprovveduto di quelle barche, delle
quali si può far buon uso nella laguna. Comunque sia, narra lo storico
Dandolo, aver Pippino fatto fabbricare un ponte di molte barchette, su
cui mise una buona brigata d'armati per assalire Rialto; ma ossia che i
Veneziani accorsi colle lor barche, oppure che i venti furiosi
improvvisamente insorti scompigliassero quel ponte, rimasero sconfitti i
Franchi, ed astretti ad andarsene, dopo aver devastati, o dati alle
fiamme quei luoghi, dove aveano potuto arrivare, cioè sino alla chiesa
di san Michele. Non è a noi possibile il chiarir oggidì questi fatti, i
quali potrebbe anche darsi che fossero stati esaltati più del dovere
dagli scrittori francesi, per dar più risalto alla gloria della loro
nazione. Tornato da questa spedizione il re Pippino a Ravenna, passò
dipoi a Milano, dove sorpreso da una mortale infermità cessò di vivere
agli otto di luglio in età di soli trentaquattr'anni: principe di gran
valore e di non minore ambizione, e sotto il cui governo l'Italia godè
pace, e provò gli effetti d'una ben regolata giustizia. Il suo corpo fu
portato a Verona, e seppellito nella basilica di san Zenone, ch'egli
stesso avea fatta magnificamente riedificare insieme con quell'insigne
monistero. Dal Ritmo pubblicato dal padre Mabillone e da me
ristampato[712], che contien la descrizione di Verona, fatta circa que'
tempi, impariamo che dilettavasi molto esso re Pippino del soggiorno di
quella nobile ed allegra città. _Magnus habitat in te rex Pippinus
piissimus, non oblitus pietatem, aut rectum judicium._ Lo stesso abbiamo
dall'antica leggenda della traslazione del corpo di san Zeno, ossia
Zenone, pubblicata dal marchese Maffei[713]. Fu essa fatta, _quum
Rotaldus, vir altributis personae praestantissimus, pastoralem curam
Veronae gerebat, et Pippinus rex Caroli Magni filius regnum italicum
regebat. Rex vero Veronam regali situ praeditam plus ceteris urbibus
diligebat, et cum episcopo sibi dilecto frequens colloquium habebat._
Nel corpo delle leggi longobardiche da me ristampato[714] se ne leggono
quarantanove spettanti al medesimo re Pippino, e pubblicate da lui, come
costa dalla prefazione, _quum adessent nobiscum singuli episcopi,
abbates et comites seu reliqui fideles nostri Franci et Longobardi_.
Buona parte nondimeno d'esse si possono credere costituzioni ossia
capitolari, mandati da _Carlo Magno_ suo padre, acciocchè si
pubblicassero in Italia. Leggesi parimente una lettera scritta[715]
dall'imperador Carlo _dilectissimo filio suo Pippino glorioso regi_, in
cui dice d'avere inteso che alcuni duchi d'Italia, e i lor cortigiani, i
gastaldi, i vicarii, i centenarii ed altri pubblici ministri, siccome
ancora i falconieri e cacciatori della corte, recavano degl'indebiti
aggravii al popolo e agli ecclesiastici, prendendo stanza nelle lor
case, e valendosi de' loro cavalli e delle lor carra, con obbligar per
forza gli uomini a lavorar ne' campi loro, ed esiger anche contribuzioni
di carne e di vino, e commettere altre avanie. Però gli raccomanda, se
ciò è vero, di mettervi rimedio in tutte le forme. Lettera degna di quel
sempre glorioso e memorando monarca. Chi fosse moglie di Pippino, non è
giunto a nostra notizia, ma pare indubitato ch'egli l'avesse. Abbiamo da
Eginardo[716] ch'egli lasciò dopo di sè un figliuolo appellato
_Bernardo_, (a lui nato da una concubina), per attestato di Tegano, e
cinque figliuole, cioè _Adelaide, Atala, Gundrada, Bertraide,_ e
_Tedrada_.
Ora il buon Carlo Magno accolse con amore paterno la tenera prole
lasciata dal figliuolo; esaltò Bernardo, siccome vedremo, con farlo re
d'Italia; e le sue sorelle fece allevare in corte fra le sue stesse
figliuole. Era pure mancata di vita in quest'anno nel dì 6 di gennaio
_Rotrude_ figliuola del medesimo imperadore, quella che già contrasse
gli sponsali coll'imperador de' Greci _Costantino_ figliuolo d'Irene.
Lasciò anch'ella, per testimonianza degli Annali bertiniani, un
figliuolo per nome _Lodovico_, ma illecitamente da lei messo alla luce,
non potendosi già negare che la felicità, compagna in tante imprese di
Carlo Magno, non l'abbandonasse per conto delle sue figliuole. E non
senza colpa di lui, per confessione del millesimo Eginardo, che parlando
d'esse, così scrive: _Quae quum pulcherrimae essent, et ab eo plurimum
diligerentur, mirum, quod nullam earum cuiquam aut suorum aut exterorum
nuptum dare voluit. Sed omnes secum usque ad obitum suum in domo sua
retinuit, dicens, se earum contubernio carere non posse._ Però seco le
conducea, ovunque andava, ed anche alla guerra, senza por mente che non
gli mancavano in casa e seco cavalcavano degli altri, ma dolci, nemici,
contra de' quali non sapeano combattere esse figliuole. Diede ciò motivo
di molte dicerie al popolo; e Carlo con disinvoltura dissimulava tutto,
come se mai non fosse nato, o non avesse forza il sospetto della lor
imprudente condotta. Seguitano gli Annali de' Franchi a dire che in
quest'anno i Mori della Spagna, avendo da tutto il lor paese raunata una
potente flotta di navi, passarono prima in Sardegna e poscia in Corsica.
Può essere che nella prima non trovassero i lor conti; ma nella seconda,
giacchè non v'era presidio di milizie atto alla difesa, riuscì loro
d'impadronirsene per la maggior parte, con danno e vergogna del
Cristianesimo. Intanto _Niceforo_ imperadore dei Greci, che, per
testimonianza di Teofane[717], ogni dì più andava imperversando contra
de' suoi popoli, udita la guerra mossa dal re _Pippino_ ai Veneziani, e
che la città di Venezia era stata dall'armi franzesi occupata, spedì
Arsacio spatario, suo ambasciatore al medesimo re[718]. Ma avendo questi
trovato che Pippino era passato al paese dei più, andò oltre per
trattare coll'Augusto Carlo. Gli diede egli udienza in Aquisgrana nel
mese d'ottobre; e perchè all'Italia era mancato il suo forte scudo colla
morte del figliuolo, volentieri ascoltò i discorsi di pace col greco
imperadore, al quale dipoi, per consentimento di tutti gli storici,
nell'anno 812 _Venetiam reddidit_: parole che bastantemente ci fanno
intendere lo stato e stima di Venezia in questi tempi. Come intendano
queste parole i veneziani scrittori, si può leggere nel Dandolo[719] e
ne' Giornali de' letterati d'Italia[720]. Il Porfirogeneta, tuttochè
storico greco[721], confessa che in quella pace si obbligarono i
Veneziani di pagare al re d'Italia da lì innanzi annualmente una somma
di danaro.
Fece anche pace l'imperador Carlo in quest'anno con _Albaca_, ossia con
_Abulaz_ re de' Saraceni, ossia de' Mori di Spagna, che da Cordova gli
spedì i suoi ambasciatori. Prima ancora di questi fatti ebbe esso
Augusto delle strepitose brighe con _Gotifredo re di Danimarca_, il
quale spedita un'armata di ducento vele nella Frisia, devastò l'isole
adiacenti; e sbarcato l'esercito in terra ferma, dopo avere sconfitti
quei popoli, avea loro imposto tributi e gabelle. Carlo Magno,
all'avviso di questi disordini negli stati suoi, s'affrettò per quando
potè per adunar da ogni parte un poderoso esercito; e in persona cavalcò
sino a Verda, per mettersi a fronte del re danese, che millantava di
voler venire ad un fatto d'armi con lui, anzi di voler arrivare fino ad
Aquisgrana coll'armi sue. Quand'eccoti giugnere nuova che la flotta
nemica si era ritirata dalla Frisia, e che il re Gotifredo era stato
ucciso da una delle sue guardie. Per questo se ne tornò l'imperadore,
senza far altro, ad Aquisgrana. Accadde nondimeno in quella spedizione
una funesta disgrazia, cioè che insorta la peste ne' buoi dell'armata,
quasi tutti vi perirono. Nè solamente si provò questo terribil flagello
nell'oste di Carlo Magno, ma anche per tutte le provincie della Francia
e Germania a lui soggette; perchè la buona gente d'allora non s'avvisava
che a sì fatti malori d'epidemie attaccaticcie d'uomini o di bestie si
può mettere riparo colle guardie e coll'impedirne la comunicazione.
Agobardo vivente allora arcivescovo di Lione[722] racconta una pazzia di
questi tempi, che dee servir d'istruzione ai posteri in somiglianti
casi: cioè che si sparse voce essere originata quella mortalità de' buoi
da polve avvelenata, che _Grimoaldo_ Storesaiz duca di Benevento avea
fatta spargere per le campagne della Francia: _Ante hos paucos annos,
dice egli, disseminata est quaedam stultitia, quum esset mortalitas
boum, ut dicerent Grimoaldum ducem Beneventanorum transmisisse homines
cum pulveribus, quos spargerent per campos et montes, prata et fontes,
eo quod esset inimicus christianissimo imperatori Carolo, et de ipso
sparso pulvere mori boves. Propter quam causam multos comprehensos
audivimus, et vidimus, et aliquos occisos, plerosque autem affixos
tabulis in flumen projectos atque necatos. Et quod mirum valde est,
comprehensi ipsi adversum se dicebant testimonium, habere se talem
pulverem et spargere_. Guai, se in casi di pestilenza o d'uomini, o
d'animali si caccia una di sì fatte immaginazioni in capo al matto
popolo. Non c'è maniera di farlo discredere, e facilmente si va a sognar
dei delinquenti e a levar loro la vita, come allora avvenne in Francia,
senza pensare (lo avvertì lo stesso Agobardo) come mai quella pretesa
velenosa polve nocesse ai soli buoi, e non anche agli altri animali. E
che succedessero molti omicidii di persone innocenti per questa
diabolica apprensione, lo ricaviamo anche da un capitolare di Carlo
Magno, pubblicato nel presente anno, e rapportato dal Baluzio[723]: _De
homicidiis factis anno praesenti inter vulgares homines, quasi propter
pulverem mortalem_.