[684] Baron., Annal. Eccl.
[685] Baluz., Capitular., tom. 1, p. 439.
[686] Johann. Lucius, de Regno Dalmat. lib. 1.
[687] Antiquit. Ital., Dissert. XXI.
[688] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[689] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.
[690] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[691] Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 806.
[692] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[693] Labbe, Concilior., tom. 7.
[694] Annal. Francor. Metenses. Eginhard., in Annal. Francor. Annal.
Francor., Moissiacens.
[695] Peregrinus, Hist. Princ. Langobard. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[696] Anonymus Salernit. Paralipomen. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[697] Erchempertus, Hist. Princip. Langobard.
[698] Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.
Anno di CRISTO DCCCVII. Indizione XV.
LEONE III papa 13.
CARLO MAGNO imperadore 8.
PIPPINO re d'Italia 27.
Secondo l'attestato di tutti gli Annali de' Franchi[699], vennero in
quest'anno a trovar _Carlo imperadore_ in Aquisgrana gli ambasciatori di
_Abdela_ re di Persia e califa de' Saraceni, insieme con due monaci,
spediti dal patriarca di Gerusalemme. Nel nome di questo re pare ad
alcuni che abbiano fallato quegli storici, perchè allora dominava
tuttavia in Persia _Aronne_, sopra da noi memorato. Nulladimeno è da
osservare, che morto Aronne, per quanto si crede nell'anno seguente, fu
disputato quel regno fra _Almanana_ e _Abdela_ suoi figliuoli, per
attestato di Elmacino; e però potrebbe essere che piuttosto in
quest'anno fosse mancato di vita _Aronne_, e che _Abdela_ cercasse
l'amicizia di Carlo Magno. Portarono costoro dei sontuosi regali a
Carlo, cioè un padiglione col suo atrio di mirabil grandezza e bellezza,
tutto di bisso, fino le corde; e dei drappi di seta, odori, unguenti e
balsami preziosi. Soprattutto cagionò ammirazione un orologio di ottone
mirabilmente lavorato, che coll'acqua misurava il corso di dodici ore,
avendo altrettante palle di bronzo che, terminata un'ora, cadevano sopra
un sottoposto tamburo con farlo sonare. Eranvi ancora dodici statuette
d'uomini a cavallo, che, compiuta cadauna ora, uscivano fuori per dodici
finestre, e con tal empito uscivano, che chiudevano altrettante finestre
che prima erano aperte. Altri ingegnosi lavori si miravano in
quell'orologio, che, siccome cose non più vedute in Occidente, diedero
un gran pascolo alla curiosità della gente. Eranvi ancora due
candellieri d'ottone di sterminata grandezza ed altezza. Spedì poscia in
questo anno l'Augusto Carlo Burcardo suo contestabile con una flotta ed
assai brigate di soldati in Corsica, isola già venuta in suo dominio,
acciocchè la difendesse dai Mori di Spagna, che negli anni addietro
erano più volte sbarcati colà, ed avevano fatto varii saccheggi in quel
paese. Tornarono infatti costoro al solito lor giuoco, e prima si
provarono di bottinar nella Sardegna, ma i Sardi sì bravamente uscirono
alla battaglia, che fama corse d'essere rimasti estinti nel campo circa
tremila di quegl'infedeli. Passarono dipoi in Corsica, e con loro venne
alle mani Burcardo colla sua flotta. Quivi ancora restarono sconfitti
colla perdita di tredici navi, e con lasciarvi molti morti e feriti.
Merita qui d'essere registrato un passo della lettera ottava[700]
scritta da papa Leone a Carlo Magno, da cui pare che si ricavi, avere
esso imperadore donata alla santa Chiesa romana anche la suddetta isola
di _Corsica_; e però vien pregato dal papa di prenderne la difesa. _De
autem insula Corsica_, dice egli, _unde et in scriptis et per missos
vestros nobis emisistis, in vestrum arbitrium et dispositum committimus,
atque in ore posuimus Helmengaudi comitis, ut vestra donatio semper
firma et stabilis permaneat, et insidiis inimicorum tuta persistat_. Se
avesse effetto questa donazione, l'andremo cercando nel proseguimento
della storia. Quando poi appartenesse a questi tempi (il che io non so)
la lettera suddetta, da essa ancora apprenderemmo che il _re Pippino_
pensava di portarsi a Roma dopo Pasqua; laonde papa Leone si preparava
per fargli un degno accoglimento. Il motivo di questo viaggio era per
dar fine ad alcuni dissapori insorti fra esso papa e il medesimo re
Pippino, probabilmente a cagion della giurisdizione, o dei confini.
_Ubi_ (scrive Leone) _ambobus placuisset, nobis obviam occurrisset_
(Pippino)_; ut quod vos omni modo optatis, cum Dei adjutorio veniat ad
perfectionem: idest ut pax et concordia inter nos firma et stabilis
constituatur._ Protesta poi di non avere alcun mal animo col re Pippino,
e provenir la voce della discordia dai seminatori di zizzanie che
faceano de' falsi rapporti all'Augusto Carlo e a Pippino suo figliuolo.
Duravano tuttavia, forse anche andavano crescendo le dissensioni già
insorte nel popolo di Venezia e nelle città marittime della Dalmazia, sì
per i maneggi segreti di _Fortunato patriarca di Grado_, il quale s'era
messo in braccio de' Franzesi, come per le minacce o controversie mosse
da Pippino re d'Italia, il quale avea tuttodì in mente dei nuovi
acquisti. La corte di Costantinopoli, che non trascurava i suoi diritti
in quelle parti, spedì colà _Niceta patrizio_ con una armata navale, che
si fermò nella città di Venezia. Quivi stando quello stuolo, il greco
comandante trattò di tregua col re Pippino, e la conchiuse sino al mese
di agosto: dopo di che si restituì a Costantinopoli. Le notizie, che di
questi fatti ebbe il Dandolo[701], sono, che al patriarca Fortunato
riuscì in fine di tornarsene alla sua chiesa di Grado dopo aver placato
lo sdegno de' suoi compatrioti. Ma giunto che fu in quelle bande Niceta
patrizio colla flotta, portando soccorso ai Veneziani, il patriarca di
nuovo scappò in Francia per timore de' Greci; laonde Giovanni diacono,
che già avea usurpato il vescovato d'Olivola, si fece tosto eleggere
patriarca (coll'appoggio del greco ministro, e forse per ordin suo),
quasichè quella chiesa fosse restata vacante. Oltre a ciò, Niceta, per
maggiormente attaccare all'imperio orientale i dogi di Venezia, allorchè
si portò colà, presentò al doge _Obelerio_ la patente di _spatario
imperiale_. Parimente _Beato_ doge, fratello dell'altro, per consiglio
dei Veneziani, andò col patrizio Niceta per la seconda volta sino a
Costantinopoli, seco menando _Cristoforo vescovo d'Olivola_, cioè della
stessa Venezia, e Felice tribuno, banditi da essa Venezia, perchè pareva
che aderissero al partito de' Franchi. Fu ricevuto con molto onore Beato
da Niceforo Augusto ed essendo stato onorato col titolo di _ipato_,
ossia di _console_, se ne ritornò tutto lieto alla patria. Amendue poi
questi dogi ottennero dal popolo che _Valentino_ terzo loro fratello
fosse anche egli costituito _doge_. Dalle memorie del monistero farfense
si ha[702] che Ardemanno e Gaidualdo _missi Karoli imperatoris, et domni
regis Pipini_, giudicarono nella città di Rieti una causa in favore di
que' monaci. _Rieti_ era città del ducato di Spoleti.