[680] Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.
[681] Annal. Moissiacenses, tom. 3 Rer. Franc.
[682] Dandul., in Chron., tom. 12. Rer. Ital.
[683] Theoph., in Chronogr. Elmac. Hist. Sarac. lib. 2.
Anno di CRISTO DCCCVI. Indizione XIV.
LEONE III papa 12.
CARLO MAGNO imperadore 7.
PIPPINO re d'Italia 26.
Gli anni intanto dell'_Augusto Carlo_ erano cresciuti di molto, e ne
cominciava egli a sentire anche il peso; però come principe saggio volle
provvedere all'avvenire, con dividere fra i tre suoi figliuoli la vasta
sua monarchia. Rapporta il cardinal Baronio la divisione da lui
fattane[684], che si legge anche presso il Baluzio[685] e in altri
libri. Trovavasi allora l'imperadore nella villa di Teodone: e quivi a
tale effetto tenne una dieta numerosa de' baroni de' suoi regni.
Concedette adunque a _Lodovico_, il minore dei figliuoli, la Linguadoca,
la Guascogna, la Provenza, la Savoia, il Lionese e la valle di Susa,
cioè tutto il tratto di paese meridionale posto fra i confini di Italia
e di Spagna. A _Pippino_ lasciò _Italiam, quae et Langobardia dicitur,
et Bajovariam, sicut Tassilo tenuit, excepto duabus villis,_ etc._, et
de Alamania partem, quae in australi ripa Danubii fluminis est, et de
ipso flumine Danubii currente limite usque ad Rhenum fluvium,_ etc._, et
inde per Rhenum fluvium, sursum versum usque ad Alpes quidquid inter hos
terminos fuerit, et ad meridiem vel orientem respicit, una cum ducatu
curiensi et pago Durgouve._ Sicchè al re Pippino toccò in sua parte il
regno d'_Italia_ con quasi tutta la _Baviera_, provincia allora di
grande estensione, e una porzione dell'_Alemagna_. In questa parte,
siccome conghietturò Giovanni Lucio[686] si può credere compresa
l'Istria e la Dalmazia, e una porzione della Pannonia e Schiavonia già
conquistate da esso Carlo Magno, ciò argomentandosi dalle parole: _et
quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel ad orientem
respicit_. A _Carlo_ suo primogenito lasciò tutto il rimanente della
Francia espresso coi nomi d'Austria e di Neustria, paese vasto, che
scorreva di là dal Reno, quasi tutta la Borgogna colla valle d'Aosta, la
Turingia, la Sassonia, la Frisia, e quasi tutta l'Alemagna, oggidì la
Svevia. Poscia, in caso che uno d'essi fratelli venisse a mancar di
vita, dispose come si avesse a dividere fra chi sopravviveva la porzione
del defunto, e fra l'altre cose si dice: _Si vero Karolo et Ludovico
viventibus, Pippinus debitum humanae sortis compleverit, Karolus et
Ludovicus divident inter se regnum, quod ille habuit. Et haec divisio
tali modo fiat, ut ab ingressa Italiae per augustam civitatem accipiat
Karolus Eboreiam, Vercellas, Papiam et inde per Padum fluvium termino
currente usque ad fines Regiensium, et Civitatem Novam, atque Mutinam
usque ad terminos sancti Petri. Has civitates cum suburbanis et
territoriis suis, atque comitatibus, quae ad ipsas pertinent; et
quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus
habuit, una cum ducatu spoletano hanc portionem, sicut praedicimus,
accipiat Karolus. Quidquid autem a praedictis civitatibus vel
comitatibus Romam eunti ad dexteram jacet de predicto regno, idest
portionem, quae remansit de regione transpadana una cum ducatu tuscano
usque ad mare Australe, et usque ad Provinciam, Ludovicus ad augmentum
sui regni sortiatur._ Se dunque fosse premorto ai fratelli il re
Pippino, in sua porzione al principe Carlo avea da toccare l'Oltrepò, e
di qua dal Po anche la città di _Reggio, Cittanuova_ (allora
riguardevole luogo posto sulla via Claudia, quattro miglia lungi da
Modena all'Occidente, siccome ho provato altrove), e _Modena_ col suo
territorio _sino ai confini di s. Pietro_[687]. Che ai tempi di Clemente
VII papa ci fossero persone che si figurassero comprese nell'esarcato di
Ravenna, donato alla santa Sede, le città di _Modena, Reggio, Parma_ e
_Piacenza_, si può perdonare alla scarsa erudizione d'allora. Ma è bene
una vergogna che ne' tempi nostri, tempi di tanta luce per l'erudizione,
persona abbia osato di voler sostenere questa pretensione con impugnare
la verità conosciuta. Chiaro apparisce di qui che erano comprese nel
regno d'Italia le città suddette, e che il territorio di s. Pietro
cominciava sul bolognese. Non è già nella stessa guisa manifesto che
voglia dire l'Augusto Carlo con quelle parole: _Et quidquid inde Romam
pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit_. Ma non si
può già controvertere che almeno il _ducato di Spoleti_ non fosse
anch'esso incastrato nel regno d'Italia. Similmente apprendiamo che al
re Lodovico sarebbe toccato in sua parte il di qua dal Po (a riserva di
Reggio, Cittanuova e Modena) col Genovesato e col _ducato della
Toscana_: notizia che ci conduce ad intendere che sopra tutta quella
provincia era già stato costituito con titolo di _duca_, oppure, siccome
vedremo, di _marchese_, un governator generale e perpetuo. Resta poi
scuro ciò che veramente significhi _usque ad mare Australe, et usque ad
Provinciam_. Il confine d'Italia al ponente era la Provenza. Pare che
l'altro confine al levante fosse il _mare Australe_, e che questo si
stendesse di là dalla Toscana, ma di ciò lascerò disputare ad altri.
Della sovranità di Roma e del suo ducato, siccome non pertinente al
regno d'Italia, nulla si parla in questa divisione. Era essa riservata a
chi fosse dipoi dichiarato imperador de' Romani: sopra di che nulla
determinò per allora l'Augusto Carlo. Fu mandata a papa Leone la carta
di questa divisione, acciocchè la sottoscrivesse: tanta era anche in
que' tempi la venerazione al sommo pontefice. Eginardo, autore degli
Annali e della vita di Carlo Magno, quegli fu che la portò a Roma.
Ora giacchè abbiam fatta menzione del ducato di _Spoleti_, si dee qui
avvertire che nel catalogo posto innanzi alla Cronica di Farfa[688],
sotto quest'anno, vien riferito _Romanus dux_, come duca di Spoleti. Ma
perciocchè era tuttavia vivo e comandava in quel ducato _Guinigiso_, e
nel medesimo catalogo all'anno 814 vien ripetuto _Guinichus dux_; perciò
non si capisce come qui entri Romano duca. Il conte Campelli[689] ha
senza bilanciare tolta ogni difficoltà con dire francamente che
_nell'anno 806 il duca Vinigiso prese per compagno nel ducato un suo
figliuolo, che natogli in Italia, e perciò chiamato Romano, era appunto
in quei giorni pervenuto ad età capace di alcun maneggio_. Ma questo
scrittore, avvezzo a spacciar le sue immaginazioni per le cose certe,
sarebbe restato ben imbrogliato, se gli fosse stata chiesta la pruova di
tale asserzione. Tutto quel che sappiamo di questo Romano duca, l'abbiam
dalla Cronica farfense, dove vien fatto menzione di una lite agitata _in
placito ante praesentiam Romani ducis castri viterbiensis, et omnium
judicum ejus_. Dalle memorie dell'archivio farfense, da me prodotte
nelle Antichità italiane[690], si raccoglie _judicatum Romani gloriosi
ducis in castro viterbiensi. Actum temporibus Karoli domni nostri
piissimi perpetui Augusti, a Deo coronati, magnifici imperatoris, anno
Deo propitio, imperii ejus VI, atque domni nostri Leonis summi
pontificis et universalis papae in sacratissima sede beati Petri
Apostoli anno XI, in mense majo, per Indictionem XIV,_ cioè nell'anno
presente. Ben considerate le circostanze di quest'atto, altro non so io
conchiudere, se non che questo _Romano_ fosse _duca_, non già di
Spoleti, ma bensì di _Viterbo_, cioè governatore di quel castello,
divenuto poi col tempo città illustre, sapendo noi che i papi davano il
titolo di _duca_ ai governatori delle loro città; e Viterbo senza fallo
era anche in que' tempi sotto la loro giurisdizione, come inchiuso nel
ducato romano. Noi troveremo da qui innanzi tuttavia duca di Spoleti il
suddetto _Guinigiso_, senza che più s'incontri memorie del predetto
_Romano_. Se il padre Mabillone[691] avesse fatta riflessione che
Viterbo, in cui Romano duca d'autorità ordinaria fece quel giudicato,
nulla avea che fare col ducato spoletano, non avrebbe anch'egli scritto
che nell'anno presente _Romano_ succedette a _Guinigiso_ duca di
Spoleti.
Per quanto lasciarono scritto varii annali dei Franchi, sul fine
dell'anno precedente, o sul principio del presente, _Obelerio_, chiamato
in essi Annali _Wilerio_, e _Beato_ suo fratello, dogi di Venezia,
insieme con _Paolo_ duca di Jadra, e _Donato_ vescovo di quella città,
legati della Dalmazia, giunsero alla villa di Teodone, e si presentarono
con assai regali all'imperador Carlo Magno. Ciò che trattassero e quel
che conchiudessero non è ben pervenuto a nostra notizia. Solamente s'ha
da quegli storici che l'imperadore fece alcuni ordinamenti sì per gli
dogi che pel popolo non men della città di Venezia che della Dalmazia:
parole che danno adito ad un giusto sospetto che i dogi di Venezia e le
città marittime della Dalmazia fossero minacciate dal bellicoso re
Pippino, e cercassero pace, oppure che credessero meglio l'amicizia o
lega, oppure l'alto dominio di Carlo Magno, e si ritirassero dalla
suggezione o lega che aveano coi Greci. Ma troppo è difficile di chiarir
bene il sistema de' Veneziani d'allora, e tanto più perchè Andrea
Dandolo[692], il più antico ed accurato degli storici veneziani, ci
rappresenta questi dogi con un differente aspetto, siccome vedremo
all'anno seguente. Intanto coll'autorità del medesimo Dandolo dirò che
_Fortunato patriarca di Grado_, già fuggito in Francia, ritornò in
Istria insieme con _Cristoforo d'Olivola_, e non attentandosi di andare
a Venezia, si fermò in Torcello. _Giovanni_, usurpatore dal vescovato di
Olivola, incautamente capitò colà, e fu messo in prigione, ma trovata
poi la maniera di fuggirsene, tornò a Venezia, e con rappresentare ai
dogi il trattamento a lui fatto, maggiormente gli attizzò contra del
patriarca. Ma qualora Torcello in questi anni fosse stato dipendente dal
ducato di Venezia, non sarebbe già probabile la dimora colà di Fortunato
patriarca. Noi abbiamo la lettera undecima[693] di papa Leone III
scritta a Carlo Magno, dove si parla d'esso Fortunato, che stava in
esilio in Francia _proter persecutionem Graecorum seu Veneticorum_. Fece
egli istanza ad esso Carlo di poter venir ad abitare nella città di Pola
e governar quella Chiesa vacante. Ne scrisse Carlo al papa, il quale
rispose d'esserne contento, purchè il patriarca, quando mai riuscisse ad
esso imperadore di rimetterlo nella sua sedia di Grado, lasciasse
intatti e liberi tutti i beni e diritti della Chiesa di Pola, in favore
del vescovo che quivi potesse essere eletto. Per altro soggiugne d'aver
poco buone informazioni d'esso patriarca, come di persona mal provveduta
di costumi ecclesiastici; e che se i cortigiani gliel lodavano, era
perchè i regali li faceano parlare.
In quest'anno poi l'imperador Carlo spedì il figliuolo _Carlo_ con
un'armata[694] contra degli Sclavi Sorabi, dimoranti di là dal fiume
Elba. In questa spedizione _Miliduco_, capitano e duca di quella
nazione, restò morto, e un gran guasto si fece di campagne e città:
laonde si trattò di pace, e que' popoli si sottomisero. Fu anche inviato
in quest'anno ai danni della Boemia un esercito composto di Bavaresi,
Alamanni e Borgognoni, che dato un nuovo guasto a gran tratto di quel
paese, se ne tornarono poi a casa senza aver provato incontro o danno
alcuno. Il _re Lodovico_ anch'egli fece una spedizion militare contra
de' Mori spagnuoli in Catalogna, che mise a ferro e fuoco quel paese
fino a Tortosa. Una gran perdita fece in quest'anno il ducato di
Benevento, perchè venne a morte _Grimoaldo_ principe, ossia duca di
quelle contrade, dotato di rara accortezza e senno, e di non minor
valore, a cui nè la forza de' Greci, nè la potenza maggiore di Carlo
Magno e di Pippino re d'Italia giunsero con tutti i loro sforzi e
maneggi al vanto di averlo potuto spogliare della sovranità e
indipendenza negli ampii suoi stati. L'Annalista lambeciano mette la di
lui morte sotto quest'anno; e Camillo Pellegrino[695] anch'egli
consente; e però l'Annalista sassone, che la riferisce allo anno
susseguente, verisimilmente non è qui da ascoltare. Riscosse Grimoaldo
in morendo un universal tributo di lagrime dai suoi popoli, e le lodi
sue si leggono nell'epitaffio a lui posto in Salerno, dove ebbe
sepoltura, a noi conservato dallo Anonimo salernitano[696]. Ivi si dice
che egli era della stirpe de' _Longobardi_, e riportò vittoria de'
Greci. Si aggiugne dipoi:
PERTVLIT ADVERSAS FRANCORVM SAEPE PHALANGAS
SALVAVIT PATRIAM SED BENEVENTE TVAM.
SED QVID PLVRA FERAM? GALLORVM FORTIA REGNA
NON VALVERE HVJVS SVBDERE COLLA SIBI.
Perchè questo principe mancò di vita[697] senza lasciar dopo di sè prole
maschile, fu eletto per suo successore un altro _Grimoaldo_ già suo
tesoriere, cognominato _Storesaiz_. L'Anonimo salernitano ci spiega
questa parola, con dire al cap. 29: _Defuncto itaque Grimoald, Ildrici
filius Grimoald (qui lingua theodisca, qua olim Langobardi utebantur,
Storeseyz fuit appellatus; et nos in nostro eloquio: Qui ante obtutum
principum et regum milites hinc inde sedendo praeordinat, possumus
vocilare) in principali dignitate est elevatus_. Di costui dice gran
bene Erchemperto, all'incontro gran male l'Anonimo salernitano, siccome
vedremo andando innanzi. Si vuol anche avvertire che fra i regolamenti
fatti da Carlo Magno per l'Italia, vi fu ancora quello della zecca, cioè
il privilegio e diritto di battere moneta. Di questo godeva ab antiquo
la città di _Roma_, e i romani pontefici cominciarono a battere soldi e
denari d'oro, d'argento e di rame col nome proprio e con quello
dell'imperadore sovrano. Altrettanto faceano _Pavia_ e _Milano_, e
_Lucca_ nella Toscana. Ho io ultimamente scoperto che la città di
_Trivigi_ avea anch'essa la zecca pel ducato del Friuli. Verisimilmente
anche _Spoleti_ godea la stessa prerogativa, ma senza che fin qui moneta
si sia trovata spettante a quel ducato. Non vollero essere da meno i
principi di _Benevento_, siccome quelli che si sforzarono di ritenere la
sovranità: però si truovano anche le loro monete. In questo secolo
ancora, oppure nel susseguente, anche i dogi di _Venezia_ cominciarono a
battere moneta, siccome parimente i duchi di _Napoli_. Di tutto ciò ho
io recate le pruove nelle mie Antichità italiane[698].