NOTE:

[653] Annales Franc. Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.

[654] Teoph., in Chronogr.

[655] Zonar., in Annalib.

[656] Erchempertus, Hist. Lang., P. I, tom. 2. Rer. Ital.

[657] Annales, Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.

[658] Sabellicus, Ennead. VIII, lib. 9.

[659] Baron., in Annal. Eccl.

[660] Lambecius, in Annal. Franc.

[661] Annales Francor. Fuldenses.

[662] Hermann. Contractus, in Chron.

Anno di CRISTO DCCCIII. Indizione XI.

LEONE III papa 9.

CARLO MAGNO imperadore 4.

PIPPINO re d'Italia 23.

Spediti da _Niceforo imperadore dei Greci_ tornarono quest'anno in

Italia e in Francia gli ambasciatori di _Carlo Magno_, conducendo seco

quei di Niceforo[663], cioè _Michele vescovo, Pietro abate_ e Callisto

candidato. Si presentarono questi a Carlo, che dimorava allora nella

regal villa di Salz in Franconia, e con esso lui conchiusero un trattato

di pace; dopo di che per la via di Roma se ne tornarono a

Costantinopoli. Le condizioni di questa pace non le scrivono gli

storici; tuttavia si apporrà al vero chi crederà conchiuso fra loro un

accordo coll'_uti possidetis_. Con che venne Niceforo ad assicurarsi nel

dominio della Sicilia e delle città che già restavano nella Calabria, e

ne' suoi diritti sopra Napoli, Gaeta ed Amalfi; e all'incontro Roma col

ducato romano, e tutto il regno de' Longobardi, ossia d'Italia,

restarono sottoposti alla signoria di Carlo Magno con gli altri regni o

da lui acquistati, o già dipendenti dalla corona di Francia. Per conto

della città di Venezia, e dell'altre marittime della Dalmazia, è da

ascoltare Andrea Dandolo[664], che così scrive: _In hoc foedere_ (tra

Carlo Magno e Niceforo) _seu decreto nominatim firmatum est, quod

Venetiae urbes et maritimae civitates Dalmatiae, quae in devotione

imperii_ (cioè del greco) _illibatae perstiterant, ab imperio

occidentali nequaquam debeant molestari, invadi, nec minorari; et quod

Veneti possessionibus, libertatibus et immunitatibus quas soliti sunt

habere in italico regno, libere perfruantur_. In fatti è fuor di disputa

che la città di Venezia colle isole adiacenti restò esclusa dal regno

d'Italia, nè Carlo Magno nè Pippino suo figliuolo v'ebbero dominio.

Sappiamo inoltre da Eginardo[665] ch'esso Carlo Augusto abbracciò sotto

la sua signoria _Histriam quoque et Liburniam atque Dalmatiam, exceptis

maritimis civitatibus, quas ob amicitiam, et junctum cum eo foedus,

constantinopolitanum imperatorem habere permisit_. Era prigionere

_Guinigiso_ duca di Spoleti, siccome dicemmo. _Grimoaldo_ duca di

Benevento, che cercava tutte le vie di placare il re Pippino, rimise

quest'anno con tutto garbo in libertà esso Guinigiso; e di ciò fanno

memoria gli Annali de' Franchi. Intanto era stato eletto patriarca di

Grado _Fortunato_ da Trieste, parente dell'ucciso patriarca _Giovanni_.

Rapporta il Dandolo la bolla di papa Leone, che oltre all'approvare la

di lui elezione, gli manda ancora il pallio. Essa bolla è data _XII.

kal. aprilis per manus Eustachii primicerii sanctae sedis apostolicae.

Imperante domno nostro Carolo, piissimo perpetuo Augusto, a Deo

coronato, magno et pacifico imperadore anno III, Indictione XI_, e per

conseguente in quest'anno. La data è appunto a tenore del formolario

usato sotto gl'imperadori greci. Poco nondimeno stette fermo nella sua

sede questo patriarca. Perciocchè non potendo digerire l'iniquità

commessa contra del suo predecessore e parente cominciò a tramare con

alcuni de' principali Veneziani una congiura contra dei dogi di Venezia.

Ma questa scoperta, temendo egli della vita, se ne fuggì da Grado, e

ricoverossi sotto la protezione di Carlo Magno, con andare a trovarlo

alla villa di Salz, ossia di Sala, e portargli, fra gli altri regali,

alcune insigni reliquie di santi. Negli Annali di Metz[666] si legge:

_Venit quoque Fortunatus patriarcha de Graecis afferens secum super

cetera dona duas portas eburneas, mirifico opere sculptas_. Egli è detto

patriarca vegnente dai _Greci_, non per altro, se non perchè Grado era

tuttavia sotto la giurisdizione de' Greci. Complici della congiura

suddetta erano Obelerio tribuno di Malamocco, Felice tribuno, Demetrio,

ed altri nobili Veneziani, i quali vedendo svelato il lor disegno,

presero la fuga, e si ritirano a Trivigi, città del regno di Italia,

come in luogo di sicurezza. Ottenne il suddetto patriarca Fortunato da

Carlo Magno un privilegio, che si legge presso il Dandolo, e vien anche

rapportato dall'Ughelli[667]: la sua data è _idus augusti in sacro

palatio nostro anno XXXIII regni nostri in Francia, XXVIII in Italia, et

imperii III_, cioè nell'anno presente. In vece di _sacro_ il padre

Cointe giudiziosamente conghietturò che ivi fosse scritto _in Salz

palatio nostro_. In esso diploma vien ricevuto da Carlo Magno sotto la

sua protezione _Fortunatus gradensis patriarcha, sedis sancti Marci

Evangelistae, et sancti Ermacorae episcopus_; e inoltre tutti i suoi

servi e coloni, _qui in terris suis commanent in Istria, Romandiola seu

in Longobardia_. Ecco come quella parte dell'Emilia e Flaminia, che

formava l'esarcato di Ravenna, cominciò ad appellarsi _Romandiola_.

Vedemmo di sopra ordinato da Carlo Magno, o pur da Pippino fra le leggi

longobardiche[668], _de fugacibus, qui in partibus Beneventi et Spoleti,

seu Romaniae, vel Pentapoli confugium faciunt, ut reddantur_. Dal nome

di _Romania_ e di _Romandiola_ si formarono i nomi volgari _Romagna_ e

_Romagnola_. Eruditamente osservò il padre Mabillone[669], che

trovandosi in questi tempi abate del monistero Mediano, ossia di _Moyens

Moutiers_ nella provincia del Berry in Francia un _Fortunato vescovo_,

questi sia stato Fortunato patriarca di Grado ricorso alla protezione di

Carlo Magno, che dovette provvederlo di quel benefizio per suo

sostentamento. E tanto più, perchè vedremo che papa Leone in iscrivendo

a Carlo Magno la lettera undecima, e parlando del medesimo patriarca

Fortunato, dice: _Neque de partibus Franciae, ubi eum beneficiastis_.

Solamente non sussiste che di quel monistero fosse egli eletto abate

nell'anno 799, come sospettò il suddetto padre Mabillone, perchè

Fortunato solamente passò in Francia nell'anno presente.

Secondo il poeta sassone[670], questo fu l'anno in cui, dopo sì lunghe

rivoluzioni e guerre, fu data la pace alla Sassonia. Altri Annali ne

parlano all'anno seguente. Concorsero assaissimi della nobiltà sassone

alla villa di Salz, dove soggiornava l'Augusto Carlo, e quivi a lui

tutti si sottomisero, con promessa di abbandonare affatto il paganesimo

e di abbracciare la santa religione di Cristo. Niun tributo impose loro

l'imperadore, ma solamente l'obbligo di pagar le decime per alimento del

clero, e di ubbidire ai conti, ossia ai giudici e messi, ch'egli

invierebbe al loro governo, vivendo nulladimeno colle proprie leggi.

Abbiamo ancora dagli Annali di Metz, che venuto Carlo Magno a Ratisbona,

colà se gli presentò _Zodane_, uno de' principi della Pannonia nominato

di sopra, e si sottomise al di lui imperio: il che servì d'esempio ad

altri Unni della Pannonia e ad alcuni Schiavoni per fare lo stesso. Si

sa che Carlo anche in questo anno spedì l'esercito suo nella Pannonia, e

che vi dovette far delle nuove conquiste colla desolazione di tutte

quelle contrade. Dopo avere _Anselmo_ abate del monistero di Nonantola

nel territorio di Modena tenuto quel governo per lo spazio di cinquanta

anni, (come s'ha dalla sua vita scritta da un monaco che sembra vicino a

que' tempi, e pubblicata dall'Ughelli[671] e del Mabillone[672]),

terminò in quest'anno la carriera delle sue gloriose fatiche con odore

di santità, e per santo appunto è tuttavia venerato nella diocesi di

Nonantola. Fondò egli oltre a questo altri monisteri, dimodochè sotto di

lui si contavano _MCXLIV monachi, exceptis parvulis et pulsantibus, qui

non constringebantur ad regulam_, cioè non computati nel suddetto numero

de' monaci i _fanciulli_ che si allevavano nelle lettere e nella pietà

in esso monistero, siccome neppure i _novizzi_, chiamati _pulsantes_ o

dall'esame che lor si faceva a guisa dei medici toccanti il polso, o

pure dal pregare che essi faceano per venire ammessi all'abito e alla

professione monastica. Fu il monistero di Nonantola uno dei più insigni

e ricchi d'Italia, di maniera che crebbe a poco a poco una nobil terra

appresso il monistero che dura anche oggidì. Ebbero gli abati

giurisdizion temporale e spirituale sopra varie ville. Cessò la

temporale, ma si conserva tuttavia la spirituale, godendo quel monistero

la sua particolar diocesi e copiose rendite. Gregorio monaco, che

scrisse l'anno 1092 la Cronica del monistero di Farfa, da me data alla

luce[673], ci avvertì essere salito in tanto credito esso nobilissimo

monistero di Farfa sì nello spirituale che nel temporale, _ut in toto

regno_ (d'Italia) _non inveniretur simile huic monasterio, nisi quod

vocatur Nonantulae_. Tali parole copiò questo monaco da Ugo abate

farfense, che visse nel precedente secolo, e scrisse _de destructione

monasterii farfensis_. Questo opuscolo l'ho io pubblicato[674] dipoi. Ma

le troppe ricchezze, siccome vedremo, fecero guerra allo stesso

monistero nonantolano, laonde, a guisa di tanti altri fu ingoiato dagli

antichi cacciatori di benefizii ecclesiastici o secolari: costume o

abuso, cominciato anche prima di questo secolo in Francia, e solamente

in questo introdotto in Italia. Oggidì è abate commendatario d'essa

badia nonantolana l'eminentissimo _cardinale Alessandro Albani_, e la

chiesa è uffiziata da alquanti monaci cisterciensi, sustituiti ai

benedettini neri, che da gran tempo prima aveano cessato di abitarvi. A

santo Anselmo succedette _Pietro_ abate, personaggio anch'esso

riguardevole, di cui parleremo altrove.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 145 / 339 题