NOTE:

[639] Eginhard., in Annal. Franc.

[640] Rer. Italic., Part. II, tom. I.

[641] Vit. Ludovici Pii, tom. 2 Rer. Franc.

[642] Ermold., lib. I Carm. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[643] Eginhard., in Annal.

[644] Erchempert., Hist. Princip. Langobard. P. I, tom. 2, Rer. Ital.

[645] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[646] Chron. Farfense, P. II, tom. 2, Rer. Ital.

[647] Antiquit. Ital., Dissert. 7 de Comit. Palat.

[648] Antiquit. Ital., Dissert. 70, de Cleri immunitate.

[649] Cointe, in Annal. Eccl.

[650] Pagius, Critic. Baron.

[651] Beretta, Chronogr., tom. 10 Rer. Ital.

[652] Johann. Diac., in Vita Episcopor. Neapol., Part. II, tom. 2 Rer.

Ital.

Anno di CRISTO DCCCII. Indiz. X.

LEONE III papa 8.

CARLO MAGNO imperad. 5.

PIPPINO re d'Italia 22.

Continuava l'_imperadrice Irene_ nel governo dell'imperio orientale, ma

con sentire il trono che le traballava sotto a' piedi. Più d'uno v'era

che aspirava all'imperio, e facea de' maneggi per questo, e

principalmente Aezio e Stauracio patrizii emuli lavoravano forte

sott'acqua per compiere questo disegno, ciascuno in proprio vantaggio.

Irene, per cattivarsi la benevolenza del popolo, gli avea rimesso nel

precedente anno alcuni tributi. Tuttavia, non fidandosi dell'instabilità

di esso popolo, e paventando le mine segrete de' concorrenti al soglio

imperiale, determinò di appoggiarsi a Carlo Magno, la cui riputazione e

possanza facea grande strepito anche in Oriente. Pertanto gli spedì per

suo ambasciatore _Leone spatario_[653], con ordine di stabilir pace fra

i Greci e Franchi, non ostante il disgusto provato per la dignità

imperiale a lui conferita. Ricevuta che fu l'ambasciata, e rispedito

l'ambasciatore, anche l'Augusto Carlo inviò a Costantinopoli i suoi

legati, cioè _Jesse vescovo d'Amiens_, ed _Elingaudo conte_, per

trattare con essa imperadrice. Teofane[654] scrive che v'andarono anche

gli apocrisarii di _papa Leone_. Dal medesimo storico e da Zonara[655]

viene spiegato il motivo di tale spedizione: cioè che Carlo Magno e il

papa erano dietro a fare un bellissimo colpo, consistente nello

strignere matrimonio fra esso imperador d'Occidente ed Irene imperadrice

d'Oriente, con che si sarebbono riuniti i due già divisi imperii. Se

questo glorioso disegno fosse vero, o pure una voce disseminata da chi

atterrò l'imperadrice, per renderla odiosa presso ai Greci; e se ella

stessa fosse la prima a farne proposizione a Carlo Magno, o pure ne

nascesse l'idea in mente del papa o di Carlo, al qual fine mandassero i

loro legati in Oriente, noi nol sappiamo dire. La verità si è, che

scoperto questo trattato, al quale scrivono che Irene aderiva, ma con

disapprovazione dei superbi Greci; o pure sparsane voce da chi

macchinava di salire sul trono; questo servì non poco per cagionare o

accelerar la rovina d'essa imperadrice. Si studiava Aezio patrizio di

promuover Leone suo fratello; ma fu più scaltro o fortunato _Niceforo_

patrizio e logoteta generale, che, tirati nel suo partito molti nobili e

una parte del popolo, si fece proclamare imperadore. Rinserrò nel

palazzo Irene, ed appresso con finte lusinghe e promesse tanto fece, che

le cavò di bocca il luogo dove erano i tesori; poscia per ricompensa la

mandò in esilio in un monistero di Lesbo, oggidì Metelino, dove

custodita dalle guardie, e riconoscendo dalla mano di Dio questo per un

gastigo de' suoi peccati, nell'anno seguente diede fine ai suoi giorni.

Presenti a questa tragedia, succeduta nel dì ultimo di ottobre, furono

gli ambasciatori di Carlo Magno, i quali poi seguitarono a trattenersi

in Costantinopoli, finchè videro quetati i rumori, e poterono ottenere

udienza dal novello imperadore, della cui avarizia, infedeltà, empietà e

tirannia parla assai francamente nella sua storia Teofane.

Continuava intanto la guerra fra il _re Pippino_ e _Grimoaldo duca di

Benevento_. Racconta Erchemperto[656] che fra questi due principi,

siccome giovani ed animosi amendue, passava una terribil gara, ed ognun

d'essi con gran vigore sosteneva il suo punto. Più volte Pippino spedì

ambasciatori all'altro, con fargli sapere, che siccome _Arigiso_ duca,

padre di lui, era stato suggetto al re Desiderio, nella stessa guisa

pretendea che Grimoaldo fosse suggetto a lui. Rispondeva Grimoaldo:

_Liber et ingenuus sum natus utroque parente;_

_Semper ero liber, credo, tuente Deo._

A tali risposte montava Pippino in collera, e con quante forze poteva,

di tanto in tanto passava a fargli guerra. Ma Grimoaldo non si perdeva

di coraggio. Nè a lui mancavano buone truppe e delle ben guernite

fortezze; e però si rideva di lui. Tuttavia abbiamo dagli Annali de'

Franchi, che in quest'anno riuscì al re Pippino di prendere la città

d'Ortona nell'Abruzzo[657]. Con lungo assedio ancora forzò la città di

_Lucera_ o _Nocera_ in Puglia a rendersi, e vi mise guarnigione

francese, con darne la guardia a _Guinigiso duca di Spoleti_. Grimoaldo,

che non dormiva, da che seppe che Pippino avea ricondotto a quartiere

l'esercito suo, venne colle sue brigate sotto la medesima città di

Lucera, e dopo averla stretta con assedio per alcun tempo, finalmente se

ne impadronì. Così cadde nelle mani di lui lo stesso duca Guinigiso, il

quale s'era infermato durante l'assedio, e fu da lui trattato con tutta

onorevolezza. Accadde in quest'anno una scandalosa iniquità, di cui

lasciarono memoria gli Annali de' Veneziani. Era stato eletto vescovo di

Olivola Castello (oggidì parte della città di Venezia) _Cristoforo_,

uomo greco, col favore di _Giovanni doge di Venezia_, e per

raccomandazione di _Niceforo imperadore_. Ma essendo in discordia i

tribuni di Venezia col doge, scrissero a _Giovanni patriarca di Grado_,

pregandolo di non volerlo consecrare. Non solo il patriarca gli negò la

consecrazione, ma lo scomunicò. A questo avviso andò sì mattamente nelle

furie il doge Giovanni, che preso seco _Maurizio doge_ suo figliuolo,

con una squadra di navi e di armati volò contro la terra di Grado; ed

entratovi senza resistenza, e trovato il patriarca fuggito sopra la

torre da quella il precipitò al basso. Il Sabellico[658] e Pietro

Giustiniano scrivono essere proceduta l'uccisione del patriarca,

perch'egli avea ripreso i dogi suddetti a cagione di molte loro

iniquità. Rapporta il cardinal Baronio[659] una lettera scritta da s.

_Paolino_ patriarca di Aquileia a Carlo Magno, in cui gli dà avviso

d'aver celebrato un concilio in Altino. E poscia soggiugne, _De

sacerdotibus autem plagis impositis, semique vivis relictis, vel certe

diabolico fervescente furore, per ejus satellites interemtis, non meum,

sed vestrae definitionis erit judicium, ec. Egrediatur, si placet, una

de hac re per universam regni vestri late diffusam monarchiam decretalis

sententiae ultio_, ec. Crede esso eminentissimo Annalista che s. Paolino

implorasse il braccio di Carlo Magno per punire il sacrilego misfatto

dei dogi di Venezia. Ma è da osservare che, secondo gli Annali di

Lambecio[660] e di Fulda[661] e di Ermanno Contratto[662], e per

confessione dello stesso Baronio, in quest'anno, e non già nell'804, fu

chiamato da Dio a miglior vita il santo patriarca Paolino. Ed essendo

seguita, per quanto s'ha dal calendario aquileiense, la di lui morte nel

dì 11 di gennaio, non si può tal notizia accordare coll'elezione del

vescovo d'Olivola, per quanto si dice, a raccomandazione di Niceforo

imperadore, che appena due mesi prima aveva occupato l'imperio

d'Oriente. Oltre di che, non essendo l'isola e il patriarca di Grado

sotto la giurisdizion di Carlo Magno, è da vedere come s. Paolino

ricorresse a lui pel gastigo de' malfattori. Ed egli parla di sacerdoti

feriti o uccisi, e non già di un vescovo e patriarca. Però non sono ben

chiare le circostanze di quell'orrido e indubitato fatto, che portò poi

seco un grave sconcerto nella repubblica veneziana. Per altro nella

morte di s. Paolino mancò all'Italia un singolare ornamento, perch'egli

non meno colla sua letteratura che per le sue insigni virtù faceva in

Italia quella gloriosa figura, che allora anche Alcuino suo amicissimo

faceva in Francia. Ed è ben da maravigliarsi come il cardinal Baronio

non inserisse nel Martirologio romano questo insigne personaggio, quando

ivi ha dato luogo ad altri in merito a lui molto inferiori. Più ancora è

da dolersi perchè in quei tempi, ne' quali la Francia, la Germania e

l'Inghilterra ebbero tanti scrittori delle vite di varii vescovi, abati

ed altri riguardevoli per le loro virtù, niuno in Italia prendesse a

scrivere quella del suddetto patriarca, e che sieno restate in oblio le

vite d'altri personaggi italiani, distinti per le loro bell'opere,

dovendosi credere che neppure all'Italia mancassero allora dei sacri

vescovi e degli altri ecclesiastici e secolari di rara pietà.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 144 / 339 题