[618] Annal. Franc. Annal. Lambec. Eginhard., in Annal.
[619] Rer. Italic., Part. II, tom. 2.
[620] Eginhardus, in Annal. Franc.
[621] Monachus Engolismensis, in Vita Carol. Magni.
[622] Anastas. Bibliothec., in Leon. III.
[623] Baron., in Annal. Eccl.
[624] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[625] Johann. Diaconus., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[626] Theoph., in Chronogr.
[627] Annal. Franc. Loiselian. Poeta Saxo. Monachus Engolism.
[628] Ughell., Ital. Sacr. tom. I, in Episcop. Aretin.
[629] Eginhardus, in Annal. Franc.
[630] Baron., Annal. Eccl.
[631] Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.
[632] Poeta Saxo. Annal. apud Du-Chesne, tom. 2. Rer. Franc.
[633] Annales, Loisel. ad ann. 800.
[634] Anonymus, in Vit. Caroli Magni.
[635] Monach. Engolism.
[636] Annales Bertiniani.
[637] Annales Metenses.
[638] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
Anno di CRISTO DCCCI. Indizione IX.
LEONE III papa 7.
CARLO MAGNO imper. 2.
PIPPINO re d'Italia 21.
Dappoichè Carlo _imperadore_ ebbe dato buon sesto al governo e agli
affari di Roma, del papa e di tutta l'Italia, e non solamente a quei del
pubblico, ma anche a quei degli ecclesiastici e de' privati, con
trattenersi apposta per tutto il verno in Roma, dove sappiamo ch'egli
fece fabbricare (è incerto il tempo) un magnifico palazzo per la sua
persona, ed anche fece dei ricchi presenti alla chiesa di s. Pietro e
alle altre di Roma; e dopo aver quivi celebrata la santa Pasqua, si mise
in viaggio per tornarsene in Francia. Nello stesso tempo[639] anche in
quest'anno ordinò a _Pippino re d'Italia_ suo figliuolo di portar la
guerra nel ducato beneventano contra di _Grimoaldo:_ del che fra poco
ragioneremo. Venne l'Augusto Carlo a Spoleti, e quivi si trovava
l'ultimo dì d'aprile, quando si fece sentire una terribile scossa di
tremuoto, che rovinò molte città di Italia, e fece cadere la maggior
parte del tetto della basilica di san Paolo fuori di Roma. Da Spoleti
passò egli a Ravenna, dove si fermò per alquanti giorni, e di là
portossi a Pavia. Stando quivi applicato, secondo il suo costume, a
stabilire il buon governo de' popoli, e a recidere gli abusi introdotti,
formò e pubblicò alcuni capitolari, o vogliam dire leggi, che servissero
da lì innanzi al regno d'Italia, come giunte al Codice delle leggi
longobardiche. Leggonsi queste in esso Codice e presso il Baluzio.
Alcune poche di più ne ho io[640] dato, ed insieme la prefazione alle
medesime, dove egli s'intitola: _Carolus divino nutu coronatus,
Romanorum regens imperium, serenissimus Augustus, omnibus ducibus,
comitibus, castaldis, seu cunctis reipublicae per provinciam Italiae a
nostra mansuetudine praepositis. Anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu
Christi DCCCI, Indictione IX, anno vero regni nostri in Francia XXXIII,
in Italia XXVIII, consulatus autem nostri primo._ Dal che e da altri
esempii si vede che cominciò allora ad usarsi con frequenza l'era nostra
volgare. Fece egli anche menzione dell'_anno primo del consolato_, per
imitar gl'imperadori greci, che gran tempo ritennero il rito di
annoverar gli anni del perpetuo lor consolato. Uso era allora che nei
casi particolari, a' quali non avessero provveduto le leggi
longobardiche, si ricorreva al re per intenderne la sua mente e volontà.
Erano perciò restate indecise molte cause in addietro: motivo per
conseguente al saggio imperadore di provvedere per l'avvenire colla
giunta di nuove leggi, _ut necessaria quae legi defuerant, supplerentur,
et in rebus dubiis non quorumlibet Judicum arbitrio, sed nostrae regiae
auctoritatis sententia praevaleret_. Stando in Pavia, ricevette
l'Augusto Carlo l'avviso che i legati di _Aronne re di Persia_, a lui
indirizzati, erano giunti a Pisa, e fra gli altri donativi veniva ancora
un elefante, cosa troppo forestiera in Occidente. Diede loro dipoi
udienza fra Vercelli ed Ivrea; e solennizzata in quest'ultima città la
festa di s. Giovanni Battista, passò dipoi in Francia. Erano già due
anni che _Lodovico re d'Aquitania_ stringeva con forte assedio o blocco
la città di Barcellona, perchè Zaddo saraceno, dopo aver fatto negli
anni addietro omaggio di quella città a Carlo Magno, allorchè Lodovico
entrò coll'armi in Catalogna, si scoprì mancator di parola, e non
fedele, anzi nemico. La fame era a dismisura cresciuta nella città, e
venuti meno i più dei difensori. Però disperato Zaddo, perchè niun
soccorso gli veniva da Cordova, si appigliò al partito d'andare egli
stesso a cercar soccorso dagli altri Mori di Spagna. Ma uscito di notte
non potè sì cautamente passare pel campo de' Francesi, che non fosse
scoperto e preso, e condotto al re Lodovico. Fu con più vigore da lì
innanzi continuato l'assedio, tantochè fu astretta quella nobil città
alla resa, e vi entrò trionfante il re Lodovico. Truovasi descritta
questa gloriosa impresa diffusamente dall'autore anonimo della vita di
Lodovico Pio[641], e similmente da Ermoldo Nigello[642], autore
contemporaneo, nel suo poema da me dato alla luce. Se crediamo al primo,
il saraceno Zaddo si partì da Barcellona per andare a trovare il re
Lodovico a Narbona, ed implorare la di lui misericordia. Sembra ben più
probabile, come ha il suddetto Ermoldo, ch'egli andasse a cercar
soccorsi dal sultano di Cordova; perchè se avesse pensato di rendersi ai
Franchi, facile gli sarebbe riuscito di ottenere un passaporto. Scorgesi
in altri punti di storia e di cronologia difettoso il suddetto Anonimo.
In Italia ancora fu posto l'assedio alla città di Rieti dall'esercito
franzese, e combattuta con tal vigore, che venne in potere del _re
Pippino_[643], insieme con tutte le castella da essa dipendenti. La
misera città data fu barbaramente alle fiamme, e _Rosulmo_ governator
d'essa incatenato, inviato in Francia all'imperadore. Ma negli Annali di
Metz, di s. Bertino e in altri, in vece di _Rieti_, sta scritto
_Theate_, cioè la città di _Chieti_, a cui toccò questa sciagura. In
fatti è scorretto nell'edizion del Du-Chesne il testo d'Eginardo.
_Rieti_ era città del ducato di Spoleti, nè alcuno scrive ch'essa si
fosse ribellata per darsi a _Grimoaldo duca di Benevento_. Oltre a ciò,
abbiamo da Erchemperto[644], che continuando la guerra fra il re Pippino
e Grimoaldo, _tellures Theatensium et urbes a dominio Beneventanorum
subtractae sunt usque in praesens_. Nel medesimo giorno furono dipoi
presentati a Carlo Magno il saraceno Zaddo, già padrone di Barcellona, e
Roselmo, governatore di Chieti, ed amendue mandati in esilio.
Al presente anno appartiene un giudicato in favore dell'insigne
monistero di Farfa, di cui è fatta menzione nelle memorie da me
pubblicate[645]. Trovavasi il re Pippino in un luogo appellato Cancello,
spettante al ducato di Spoleti, _Anno Karoli et Pippini XXVII, et XXI,
mense augusto_. Fatto ricorso a lui per aver giustizia, _Ebroardo_ conte
del palazzo, d'ordine suo decise la controversia, risedendo con lui
_Adelmo_ vescovo. Da un'altra carta d'essa badia di Farfa, scritta _sub
die XI mensis maii, Indict. IX., anno Deo propitio domni Karoli et filii
ejus Pippini XXVII et XX, in diebus illis, quando domnus Karolus ad
imperium coronatus_, apparisce che nel ducato di Spoleti veniva
esercitata giurisdizione _per Halabolt abbatem et missum domni Pippini
regis_. Dalla Cronica farfense[646] parimente si vede che _Mancione_
abbate ed altri messi erano stati inviati dal re Pippino per giudicare
eziandio di una lite vertente fra i monaci di Farfa e _Guinigiso_ duca
di Spoleti. Tenuto fu il placito nella stessa città di Spoleti, e
sentenziato contra del duca in favore del monistero. Pertanto comincia
qui ad apparire il grado di _conte del palazzo_ o pure _del sacro
palazzo_ in Italia, grado sommamente riguardevole, perchè a lui
devolvevano in ultima istanza e nelle appellazioni le cause difficili
del regno tutto d'Italia; ed allorchè egli si trovava per le città e
provincie del regno italico, godeva l'autorità di giudicar anche de'
conti, marchesi e duchi. Non ho io saputo scoprire in Italia un conte
del palazzo più antico di questo _Ebroardo_[647], a riserva di _Echerigo
conte del palazzo_, che si truova mentovato in una pergamena di
Pistoia[648] da me altrove rapportata, dove è citata, _Reclamatio
tempore domni Pippini regis facta ad Paulinum_ (patriarca d'Aquileja)
_Arnonem_ (arcivescovo di Salzburg) _Fardulfum abbatem_ (di s. Dionisio
di Parigi) _et Echerigum comitem palatii, vel reliquos loco eorum, qui
tunc hic in Italia missi fuerunt_, etc. Essendo, siccome diremo, mancato
di vita _s. Paolino_ patriarca nell'anno seguente, s'intende che questo
_Echerigo_ dovette esercitar la carica di conte del palazzo, prima che
venisse _Ebroardo_. Dei messi spediti o dai re o dagli imperadori a far
giustizia pel regno d'Italia parleremo più abbasso. Intanto da questi
placiti e giudicati abbiamo una chiara pruova che il sovrano di Spoleti
e del suo ducato erano allora Pippino re di Italia e Carlo Magno
imperadore suo padre; e non apparisce che in quelle parti esercitasse
giurisdizione alcuna, neppure subordinata, il romano pontefice. Quel
solo che merita osservazione si è, che nella maggior parte delle carte
farfensi scritte in questi tempi si veggono segnati gli anni di _Carlo
imperadore_ e di _Pippino re_, colla giunta talvolta degli anni del duca
di Spoleti. In altre poi s'incontrano i nomi di _Carlo_ e di _papa
Leone_. Ma chi potesse vedere interi quegli atti, troverebbe essere le
prime formate dai notai nel ducato di Spoleti, e le seconde in Viterbo,
e in altri luoghi del ducato romano sottoposti al pontefice. E
perciocchè anche negli strumenti dello stesso ducato romano si mirano
segnati prima gli anni di Carlo imperadore, come appunto uno farfense
scritto in questo anno si vede segnato: _Regnante domno nostro piissimo
perpetuo, et a Deo coronato Karolo Magno imperatore, anno imperii ejus
primo, seu et domno nostro Leone summo pontifice, et universali papa
anno VI, mense junio, Indictione IX_; questo ancora concorre a farci
intendere chi fosse il sovrano di Roma in que' tempi. Praticavasi lo
stesso dai duchi di Spoleti; nè si può mettere in dubbio che la
sovranità su quel ducato non fosse allora annessa ai re d'Italia.
Riferiscono i padri Cointe[649] e Pagi[650] al presente anno la vittoria
riportata da papa Leone e da Carlo Magno presso la città d'Ansidonia
nella Toscana occupata dagl'infedeli, essendo loro miracolosamente
riuscito di sconfiggere que' Barbari, con distruggere poi quella città,
situata verso Orbitello. Prestò fede a questo racconto anche il padre
Beretti[651] nella corografia de' secoli bassi. L'Ughelli, con
pubblicare il diploma dato da esso papa ed imperadore, quegli fu che
dopo il Volterrano c'insegnò questa notizia. Ma è da stupire come uomini
dotti e sperti nella critica non abbiano conosciuto che quel documento
da capo a piedi è un'impostura, nè merita d'aver luogo nelle purgate
istorie. Però, anche senza addurre il non dirsi parola di questa
battaglia e vittoria e tanto più di vittoria miracolosa, dagli storici
contemporanei, narranti tante altre minuzie dei fatti di Carlo Magno,
basta leggere quel diploma per rigettarne subito il racconto. In questi
tempi, per attestato di Giovanni Diacono[652], era console, ossia duca
di Napoli, _Teofilatto_, marito di _Euprassia_, figliuola del precedente
duca e vescovo di Napoli _Stefano_.